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HUGO CABRET di Martin Scorsese

5 aprile 2012

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Il 2011 verrà ricordato come l’anno in cui il grande cinema è tornato a posare il suo potente sguardo al passato, agli albori del cinema come i due film trionfatori agli ultimi oscar “The Artist” e “Hugo Cabret”, all’epoca d’oro artistica in “Midnight in Paris” e in tempi più recenti con “The Help”.
L’opera di recupero della storia del cinema e di restauro di alcune vecchie pellicole indirizzate alle nuove generazioni è divenuta la principale occupazione e premura dell’ormai settantenne Martin Scorsese, – ora alle prese ora con “C’era una volta in America” di Sergio Leone commissionato dai suoi familiari – ma si esplica in maniera più consistente e convincente con la trasposizione sul grande schermo del romanzo “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret” di Brian Selznick. Una sfida interessante anzitutto perché per la prima volta il regista di origini italo-americane si cimenta con un film indirizzato ad un pubblico giovanile nonché per la curiosità circa l’utilizzo del 3D da parte di un grande autore.

Siamo nella Parigi degli anni 30, nella stazione di Montparnasse vive Hugo Cabret un ragazzino orfano che dopo la scomparsa dello zio ne prende il posto di lavoro come tecnico orologiaio all’insaputa di tutti. La sua vera passione pero’ è rivolta verso un vecchio automa con cui insieme al padre qualche tempo prima che morisse in un incendio, passava le giornate cercando di riaggiustarlo. Hugo crede che quell’antico automa scrivano contenga l’ultimo messaggio del padre defunto e pur di farlo funzionare sottrae alcuni pezzi all’anziano giocattolaio della stazione finché non viene colto in flagrante e sarà costretto a lavorare per il vecchio George ed estinguere il suo debito.

La passione viscerale per il cinema viene sciorinata in ogni inquadratura da Scorsese, cimentandosi con le nuove tecnologie digitali e tridimensionali, con cui indica soluzioni e potenzialità del nuovo mezzo.
Dirige un opera contemporanea farcita di allusioni e citazioni (Pabst, Lumiere, Fellini, Keaton, Chaplin, Murnau etc..) ad un tempo perduto, un omaggio sincero e potente alla Settima Arte che è un godere per gli occhi ed il cuore.
Quel cuore che è chiave del meccanismo filmico rappresentato metaforicamente dall’enigmatico automa che campeggia nella vicenda.
Grazie anche alle splendide scenografie di Dante Ferretti di cui usufruisce, il 3D diviene funzionale alla narrazione, espressione stilistica e linguaggio d’immagini con potenzialità tutte da vagliare e scoprire con cui Scorsese sembra indicare nuovi scorci narrativi ai futuri registi.
La favola moderna di Hugo è intrisa di magìa, di commozione e meraviglia, il romanzo di formazione alla Oliver Twist intrattiene forse un po’ farraginosamente la prima parte del film ed esplode successivamente in un tripudio di immagini, colori e sontuosità visive nella seconda. Omaggiare Meliès, il prestigiatore delle immagini per eccellenza e fautore di un cinema pensato come incanto e prodigio, è un monito e consiglio al tempo stesso di non abbandonare lo stupore e la meraviglia a cui il cinema sottende. Le nuove prospettive tecnologiche divengo con il maestro Scorsese opportunità e non ostacoli per riassemblare insieme i pezzi di quel grande meccanismo, quella dream machine che era, è e sarà sempre il cinema. Grazie Martin per avercelo ribadito!

Indie Top Ten, nona posizione
Regia: Martin Scorsese
Distribuzione: 01 Distribution
Sceneggiatura: John Logan
Fotografia: Robert Richardson
Montaggio: Thelma Schoonmaker
Scenografie: Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo
Musiche: Howard Shore
Costumi: Francesca Lo Schiavo
Con: Asa Butterfield, Chloe Moretz, Ben Kingsley, Jude Law, Sacha Baron Cohen
Durata: 127′

 

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