BACK CATALOGUE: DAFT PUNK
HOMEWORK

 
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5 Giugno 2012
 
Daft Punk

Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homen-Christo si incontrarono per la prima volta tra i banchi del Lycée Carnot di Parigi nel 1987. Il loro primo lavoro, o meglio “compito a casa”, fu però pubblicato soltanto il 20 gennaio di dieci anni dopo. Seppur a tratti ingenuo, “Homework” istituzionalizzò sin da subito lo stile dei due giovani androidi, rappresentando la primigenia visione dell’universo Daft Punk, che da quel momento in poi si sarebbe evoluta in forme ancor più raffinate in “Discovery” (2001), eclettiche in “Human After All” (2005) e orchestrali per la colonna sonora di “Tron Legacy” (2010). L’uscita di “Homework” – non a caso ritenuto uno dei dischi più influenti della musica elettronica contemporanea, causa di successive e poco nobili derive electroclash – celebrò, pur prendendone in parte le distanze da un punto di vista squisitamente sonoro, l’allora già dilagante fenomeno “French Touch”, perché prima dell’inarrestabile ascesa dei Daft Punk (anche grazie ad alcuni videoclip d’autore) nessun altro artista francese era riuscito a vendere due milioni di copie per un solo album nel giro di soli due mesi in trentacinque paesi, divenendo disco d’oro in Francia, Inghilterra, Belgio, Irlanda, Italia, Nuova Zelanda e di platino in Canada.

Fu così che “Homework” divenne un caso discografico, nient’altro che la dimostrazione di come chiunque, a cominciare da due “stupidi punk”, poteva acquistare l’attrezzatura necessaria per mettere in piedi uno studio casalingo ed elaborare così le proprie tracce. Nel caso dei Daft Punk, assolutamente geniali, se non sbalorditive per un duo di ventenni nati negli anni ’70 e cresciuti negli anni ’80 tra disco-music, Kraftwerk e synth-pop. Le loro prime composizioni non poterono che derivare da apparentemente semplici idee – frutto di un lungo apprendistato per comprendere come far funzionare mixer, synth, drum-machine e sampler – rivelatesi poi di assoluto successo, a cominciare dall’aggiunta costante di uno o più suoni (destinati nel tempo ad affinarsi) a un ritmo spesso martellante. Un’ironica estetica per una elettronica da camera del nuovo millennio si irradiava, dunque, nelle sedici tracce di “Homework”, basato innanzitutto su alcune precedentemente rilasciate in vinile su Soma Quality Records quali, in ordine cronologico, “Alive”, “Da Funk” e “Indo Silver Club”, alla stregua di biglietti da visita che di volta in volta avevano presentato il neonato duo a un pubblico sempre più vasto.

L’album, forse rinvenibile nelle bacheche di parecchie camerette degli adolescenti di ieri e anche di oggi, è introdotto da “Daftendirekt”, fase di riscaldamento per gli strumenti all’interno di una specie di stanco mantra, su cui si innesta la radiofonica voce dello speaker di “Wdpk 83.7 fm”, che dà il benvenuto agli ascoltatori di “Homework” un istante prima delle grida, delle urla e degli schiamazzi della folla di “Revolution 909”, traccia dall’impatto sonoro unico e di dichiarata critica sociale, in aperto riferimento alla realtà vissuta dai frequentatori dei club. A distanza di due anni dal famigerato “Criminal Justice and Public Order Act” (1995) – notoriamente osteggiato dai Prodigy nelle note dell’album “Music For The Jilted Generation” (1995) e attraverso il video di “One Love” – che bloccò e chiuse più o meno in maniera definitiva l’era dei rave d’oltremanica, anche in Francia una legge tentò di arginare il divertimento notturno di una generazione votata all’house e alla techno, considerate devianti dai politici e dalla classe dirigente perché dominate dall’uso e consumo di sostanze stupefacenti e senza alcun merito poetico o musicale. Indignati contro l’autorità repressiva, Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homen-Christo inserirono all’inizio della monolitica e ossessiva “Revolution 909” la voce di un poliziotto che ripetutamente intimava di “spegnere la musica e andare a casa” e, senza stacco alcuno, lasciarono che il sound crudo e minimale della traccia, quasi a voler far scandalo, lo coprisse immediatamente.

La seguente “Da Funk”, meno adatta alle piste da ballo ma nominata al Grammy come migliore canzone dance dell’anno (1998), è costruita, invece, su alcuni suoni registrati in presa diretta nell’anticamera dei club su cui si innesta un fischiettabile motivo supportato dalle chitarre in levare tipicamente funky e dall’uso di distorsioni della scuola acid house britannica: da ciò deriva un ritmo che viaggia intorno ai cento battiti per minuto e tale didascalico abbassamento di beat testimonia lo smembramento dei Daft Punk dell’eredità black e di quanto compiuto dai guru euro-disco Jean-Marc Cerrone e Giorgio Moroder in singoli pattern melodici. L’alternanza di ricordi e loop ben collegava la cultura sudata del funk con quella robotica dell’elettronica per poi interrompersi nel beffardo basso di “Phoenix” e nella nostalgica “Fresh”, brevi tracce entrambe basate su una linea melodica che viene incessantemente riproposta, risultando quindi più orecchiabile di minuto in minuto. Ciò nonostante, il contenuto di “Homework” è passato alla storia soprattutto per la ripetizione di tre parole declamate da un vocoder attraverso l’incedere della cassa in quattro quarti, tra un basso electro-funk e pochi altri elementi che rimandano all’old school di Detroit. “Around The World” non è stata una traccia qualunque. Il suo suono ibrido ha catalizzato l’attenzione di intere masse e scosso i loro corpi, divenendo un planetario fenomeno commerciale.

I sette minuti della rumorosa “Rollin & Scratchin’” contengono, invece, le distorsioni tipicamente techno che testimoniano come fosse ancora presente nei due ragazzi la voglia di rave, dato che non erano riusciti a vivere al meglio quella stagione ormai compromessa. In “Rollin & Scratchin’” la cassa sporca senza mezze misure e il trascinante crescendo sembrano assumere i tratti di una fuga dalla noia quotidiana di chi si è confinato nella propria cameretta a produrre musica. All’interno di essa, i Daft Punk hanno anche ascoltato quella dei loro “maestri”, da Lil’ Louis a Kenny Dope, da Louie Vega a K-Alexi, passando per Jeff Mills a Green Velvet, fino a Robert Hood e Dave Clarke. La litania di dj e produttori di “Teachers” è, dunque, un omaggio a chi ha positivamente influenzato i due parigini, che si spingono oltre i ringraziamenti delle copiose note di copertine dell’album. Il distacco dai padri non si concretizza, però, nella house al neon di “High Fidelity” o nelle sperimentazioni di “Rock’n Roll”, semmai nella bizzarra “Oh Yeah”. In un mix di colori e luci, “Burnin’” e “Indo Silver Club”, fondate su campionamenti trafugati e sapientemente incastrati in sintetiche costruzioni rappresentano l’ultimo gioioso momento prima della conclusione affidata a “Funk Ad”, nient’altro che “Da Funk” posta al contrario. Nel mezzo giace l’uso creativo dei filtri di “Alive”: un lento crescendo che rivela poco a poco l’essenza del brano in una nota ribattuta che passa dal canale destro al sinistro, sfasata rispetto alla base. In questo modo i Daft Punk sono divenuti un anello di congiunzione tra decenni. Emulare la loro eleganza e il loro stile è impossibile.

[ Virgin – 1997 ]

1. Daftendirekt
2. Wdpk 83.7 fm
3. Revolution 909
4. Da Funk
5. Phoenix
6. Fresh
7. Around The World
8. Rollin’ & Scratchin’
9. Teachers
10. High Fidelity
11. Rock’n Roll
12. Oh Yeah
13. Burnin’
14. Indo Silver Club
15. Alive
16. Funk Ad

 

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