CARIBOU
Live@ Lime Light (Milano, 21/09/2012)

 
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2 Ottobre 2012
 
Caribou

Un numero incredibile di suffissi e definizioni di genere è stato speso per racchiudere in una descrizione il sound di Dan Snaith: electro-indie-pop-psych-kraut-minimal-dance etc… Ma forse solo l’associazione di tutte queste sfumature e di molte altre, riesce a rendere l’idea di ciò che si ascolta ad un concerto di Caribou. La data milanese (unica da headliner in Italia) del leader cantante e polistrumentista, noto anche come Daphni nel suo progetto più dance e come ex Manitoba viene spostata all’ultimo momento dai Magazzini Generali al Lime Light, cosa che, insieme all’orario british del concerto (20.30), contribuisce a dare un respiro decisamente più “estero” alla serata: godersi il concerto in un ambiente raccolto, appoggiata al palco, senza transenne, ha il sapore di uno di quei live in qualche club londinese o scandinavo. Il pubblico è vario e vasto, ma poteva forse essere ancora più numeroso; sicuramente parte dei fan ha scelto di vedere i ragazzi dell’Ontario in apertura ai Radiohead… Ma nonostante tutto, alcuni dei fan sottopalco a Milano hanno già in tasca un biglietto anche per Bologna.

Appena la band esce sul palco, capisco immediatamente che l’appellativo “gentle-tronic” non si riferisce solo al sound: jeans e magliette bianche, sorrisi e bottigliette d’acqua al posto delle birre li rendono subito simpaticamente naïve; una ragazza accanto a me vede Dan e il batterista togliersi le scarpe per suonare e, osservando i calzini di spugna, commenta estasiata: Come sono canadesi.

Caribou

Il concerto si apre con “Kaili” che, come la maggior parte dei pezzi suonati in questa serata, fa parte dell’ultimo album, “Swim”, nel quale la musica di Caribou si sposta verso sonorità più ballabili e pop, influenzate anche dalla club culture del periodo londinese del leader, distanziandosi dalla fase più psichedelica e di ricerca conclusa con “Andorra”. Mentre su “Leave House” Snaith estrae il flauto dalla tasca appesa alle tastiere, io osservo curiosa il modo di suonare dell’altro batterista, che distende energico un braccio verso l’alto nei controtempi. Alle prime note di “Niobe” (uno dei pochi pezzi da “Andorra”), che continuano a ricordarmi le atmosfere di “Fade to Grey” non posso non compiacermi delle sfumature “eighties”; il pubblico è estasiato e tra spalle che si muovono a tempo, occhi socchiusi sui cantati delicati che al contempo fanno ballare, apprezza la spontaneità di questi ragazzi: e loro ringraziano, sorridono sono attenti al pubblico…Mi sembra che suonino per me. La ricchezza di suoni, la doppia batteria, il cantato che si alterna, a seconda dei pezzi, tra il frontman e il bassista, il trasporto del batterista rendono il live coinvolgente ma sempre pulito e preciso: nella tecnica di compositore e produttore di Dan, traspare il Phd in matematica, una materia che si respira nella famiglia da generazioni.

“Sundialing”, “Bowls”, “Hannibal”, “Jamelia” e, infine, “Odessa”, tamburello e suggestioni lontane, déjà vu di non so cosa. Quasi stupiti dal calore del pubblico, i ragazzi salutano ed escono (con le scarpe da ginnastica in mano), per tornare poi sul palco per il bis: una unica, lunghissima, dilatata ipnotica “Sun”.

Caribou

Le luci sono ormai accese e nella mia testa sento ancora “Sun-sun-sun-sun” come un sasso che rimbalza sull’acqua: ecco che Dan Snaith torna sul palco, stringe un po’ di mani, ascolta commenti e saluti dei fan, chiacchiera, ringrazia e firma autografi come se non ci fosse un domani. Piacevolmente colpita, penso che vorrei vedere un giorno un impiegato a qualche sportello fare il suo lavoro con la stessa cura e passione dell’artista canadese; se tutti avessero la stessa pazienza e dedizione, con cui Dan fà foto, firma maglie, dischi e biglietti del concerto, (sfidando la security che smonta e insiste per far uscire i fan dal locale), il mondo sarebbe un posto migliore.

Quando lo vedo addirittura andare nel backstage a cercare un pennarello indelebile per firmare meglio la copertina di un disco, non resisto più, rompo gli indugi e in mancanza d’altro mi faccio autografare un biglietto Rogoredo-Mantova rinvenuto nella borsa.

 

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