INTERVISTA CON LO STATO SOCIALE

 
 

Ehiii Ale, eccomi qua, pronto! Allora facciamo questa intervista? Un tizio riccioluto con una polo bordeaux (sudatissima) mantiene la sua promessa di fare una chiacchierata.
Mettiamoci in un luogo non troppo incasinato però, che qui non si sente nulla… Andiamo dietro il palco.

E’ così che mi ritrovo insieme a Lodo Guenzi, chitarrista e cantante dei bolognesi Lo Stato Sociale, nel mezzo delle campagne ioniche con il culo che inizia a costellarsi di spine di non so quale pianta, mentre sorseggia una birra Raffo.

Lui, Lodo, ha da poco terminato di scatenarsi sul palco della Cooperativa Robert Owen di San Giorgio Ionico (Taranto) insieme ai suoi quattro amici e compagni di band, regalando ai molti accorsi un live energico, sentito e partecipato. Partecipazione è proprio ciò che chiedono i cinque al loro giovane pubblico, invitato a salire (e salito) sul palco per una jam session finale per saltare e ballare insieme.

Nonostante abbia dato tutto, Lodo ha le idee chiarissime, e parla come se si fosse appena riposato. Abbiamo ancora molte date, confessa ad un certo punto, ma penso che la lunghezza del tour sia un tentativo di compensare le dimensioni dei nostri peni” afferma serio per poi scoppiare a ridere.

Tralasciamo le solite domande sul come nascono le vostre canzoni o sul come vi definireste (ungruppodiamicichesivuolebenechehainiziatoafaretuttoquestopergiocoeoraciprendegustoeblablabla). Faccio il cavaliere e ti faccio una domanda propostami dalla mia donzella: in che modo una città come Bologna ha inciso sul vostro modo di fare musica?
Ad essere sincero, non mi sembrava una domanda che potesse innescare chissà quali riflessioni. Mi sbagliavo:
“Beh, noi ci siamo nati e cresciuti a Bologna, in quella autoreferenzialità pacioccona di frullare un po’ tutto e pigliarlo per il culo, che forse è un po’ caratteristico di noi fattoni di quelle parti. Il nostro linguaggio, che è l’unica cosa che abbiamo, deriva da lì insomma. E quindi si, Bologna è fondamentale. Gli idraulici di Bologna sono fondamentali, perché sono gli unici grandi filosofi rimasti. Ecco, Bologna ha le proporzioni abbastanza giuste perché tutta l’espressione letteraria dalla poesia alta alla canzonetta bassa parla per il 50/60% di “fica”, per il 30/40% di droga e per il 10/20% di “sbirri”. E io sono in grado di scrivere solo di sbirri, anche quando cerco di parlare d’amore in realtà sto parlando di sbirri, pensa che pervertito che sono! Bologna ti permette di parlare molto di sbirri per la sua storia: per i carri armati in piazza negli anni 70, per Francesco Lorusso

Comunque per rispondere a quella che poteva essere la solita domanda su chi siamo ecc. ti dico che ‘fare i tronisti’ non ci ha cambiati: siamo gente che ama le storie vere e che continua ad andare a fare la spesa e fa le foto con le vecchiette.

Ah ecco a proposito: dovete sapere che piacete a mia nonna. Però mi ha anche detto “ma perché dicono tutte ste parolacce!?” In realtà Checco (Francesco Draicchio, tastierista)mi ha confidato essere stata la stessa reazione di suo padre
Il genitore che mi sta più simpatico degli altri della band è quello di “Carota” (l’altro tastierista, Enrico Roberto), il quale sentendoci su disco ci ha consigliato di lasciar perdere mentre ascoltandoci dal vivo ci ha detto Ragazzi lasciate perdere il lavoro e fate questo! C’è un aneddoto divertente che riguarda i parenti di Checco e Carota stesso: devi sapere che le loro famiglie sono originarie proprio delle puglia, del foggiano. La scena è questa: Bologna, piazza Maggiore ad un nostro concerto. Uno si avvicina all’altro e chiede: Scusi ma lei è fan? No è che ci suona mio nipote, quello lì alla tastiera Nooooo anche mio nipote ci suona, è quello lì dall’altra parte! Giubilo verso la cinquantesimo fila (ridiamo). Non so come sono arrivato fin qui…

Indubbiamente molte cose vi hanno rotto il cazzo, e immagino che moltissime altre siano rimaste fuori dalla canzone (“Mi sono rotto il cazzo”, ndr).

Anche qui mi sbagliavo.

Guarda, il discorso sarebbe un po’ lungo… Diciamo che in realtà la maggior parte delle cose non ci sta sul cazzo, solo che siamo dei tignosi. Tutto questo rompersi il cazzo che ha portato alla canzone (che ci ha fatto girare un po’ dandoci successo) ci ha dato la possibilità di vedere delle cose che amiamo tantissimo e che è il pezzo più bello di questo Paese: persone di associazioni, centri sociali, circoli, che si danno da fare non solo per fare musica o cultura (che poi cos’è la cultura? Boh, un giorno poi ce lo raccontiamo. Forse è solo un punto di incontro tra persone che si dicono ‘oh, ma guarda: forse possiamo stare insieme e non odiarci’). Questa cosa la amiamo profondamente. Noi facendo cinque date a settimana abbiamo la possibilità di avere a che fare quotidianamente con persone che amiamo e ammiriamo tantissimo. I ragazzi che hanno realizzato questa cosa qui, la Cooperativa Robert Owen, hanno fatto una cosa meravigliosa, ad esempio. O i ragazzi del TPO di Bologna sono persone con cui a Bologna ho occupato dei posti e con cui condivido in molte cose la visione del mondo. E mi da gioia averci a che fare. Ma in realtà forse più vai nelle realtà piccole, locali, più vedi l’impegno profondo a dire bene, esiste questo atteggiamento di andarsene all’estero ed esiste anche l’atteggiamento di star qua a fare qualcosa molto spesso rimettendoci. Sono diventato un po’ serio forse.

Come vi rapportate alla critica?
Siamo molto tranquilli. Fortunatamente le cose stanno andando molto bene, ma può darsi benissimo che il prossimo disco faccia schifo e ci ritroviamo tutti a fare altro.

Ecco appunto, avete già del materiale per il nuovo album?
Dunque, il nuovo album non vedrà la luce prima del 2014: prima abbiamo un tour davvero lungo lungo lungo. Abbiamo comunque qualche canzoncina interessante: la percentuale del parlare di sbirri si è un po’ abbassata a beneficio dell’amore, anche perché son cambiate un po’ le nostre vite. Quasi sicuramente però qualcosa scritto da me andrà a finire nei lavori di qualcun altro.

Avendovi già visti dal vivo al Mi Ami, ricordo che prima di cantare “Cromosomi” hai detto che questo pezzo è dedicato a Genova. Mi piacerebbe sapere un po’ di più cosa c’è dietro il rapporto tra la canzone e la città…
Ho presente. Dunque, tieni conto che quel pezzo l’ha scritto quasi interamente Albi (Albero Cazzola, bassista), mentre io ho scritto solo il ritornello. Penso tra l’altro che sia la cosa migliore che abbiamo partorito finora. Quella seconda strofa secondo me è meravigliosa. Noi siamo figli in misura più o meno intensa di una perdita dell’innocenza datata 20 luglio 2001, perché nell’entusiasmo adolescenziale noi eravamo dentro quel movimento che aveva una teoretica economico-filosofica come una sommossa che partiva da Seattle ma anche da Londra ma anche da Napoli alla FAO e c’era una utopia di un mondo diverso possibile. Utopia che è stata contraffatta e svilita con un giochino di autorità, infiltraggio e repressione attraverso lo spauracchio dei black block.

Un dato interessante è che da quell’anno sempre più persone sono state ammazzate dagli sbirri, mentre nessuno è stato ammazzato da uno sbirro tra l’86 e il 2001. Noi nasciamo a Radio Fujiko, la quale rinasce nel 2000 da Radio Alice, fa la diretta a Radio Gap a Genova… Anche se noi non eravamo lì, quello che mi ha insegnato ad accendere un microfono in radio è stato massacrato dagli sbirri ed è tornato a casa rifugiandosi in una banca. Insomma, è proprio quella storia. Ed è in qualche maniera anche la nostra storia, e parte da lì, da quel giorno. Ed è anche la storia strana che raccontiamo in questa epoca, un’epoca talmente paradossale, senza un compimento, senza una catarsi…

Quando mi accendo parlando di Federico Aldrovandi o Carlo Giuliani o Riccardo Rasman o di Gabriele Sandri, mi accendo perché parlo di uccisione dell’innocenza, nient’altro. Non si tratta di riprendere dove loro hanno lasciato, è il fatto di ricordarsi grazie a loro che le cose così non possono funzionare. “Cromosomi” è un pezzo che racconta di questa condizione, anche in maniera esasperata. Anche se ti ho tirato un pistolotto gigante, ti ringrazio perché qualcuno mi ha fatto finalmente questa domanda.

Ci alziamo con le spine nel sedere e ci separiamo.
Li avrei rivisti di lì a qualche settimana al Macao di Milano, per un altro concerto sui generis in cui non si sarebbero risparmiati pur essendo stremati per quattro date in altrettante sere. Sempre folli, sempre saltellanti. E a metà ottobre ricomincia il tour.

Intervista dopo il concerto alla Cooperativa Sociale Robert Owen, San Giorgio Jonico (Taranto), 23-8-2012

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