INTERVISTA CON ALESSANDRO RIVA

 
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30 Ottobre 2012
 

Direzioni (Anni) Zero
a somewhere between document
Un mediometraggio di Alessandro Riva

A: This band could be your life
B: This band never had the chance to be in your life

Da A a B è lo sfondo di una conversazione tra due personaggi di Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan: Sono venuto per la seguente ragione: voglio sapere cos’è successo tra A e B. A è quando eravamo tutti e due nello stesso gruppo e andavamo dietro alla stessa ragazza. B è adesso

Da A a B è anche una cosa che dice Pierpaolo Vettori in “Direzioni (Anni) Zero”, un mini-documentario su una band che ha inciso un disco noise/power pop e si è sciolta prima di pubblicarlo. Una band che in altre condizioni geografiche avrebbe potuto anche farcela, stando al produttore Paul Q. Kolderie (Pixies, The Lemonheads, Dinosaur Jr.), che presta voce a parte del racconto. Vettori spiega che ogni mattina, ai tempi in cui faceva «un lavoro normale», prendeva una strada che da A andava a B ignorando i vicoli, le strade e le deviazioni che avrebbero potuto condurlo in luoghi imprevisti o comunque farlo arrivare a destinazione in modo più faticoso.
Innamorarsi di una band significa prendere una deviazione. Finché dura, lo scarto tra A e B si annulla.

Alessandro Riva si appropria di alcuni documenti sui “Somewhere Between”– vecchie riprese in sala prove, conversazioni molto spontanee su quello che avrebbe dovuto essere il loro destino– e lo integra con materiale inedito, cercando un raccordo che spieghi perché la delusione in potenza di una band che non è mai emersa– sullo sfondo di una città post-industriale che una volta produceva cose (macchine che uscivano dalla catena di montaggio, libri che uscivano dall’Einaudi)– possa essere anche la delusione di un’intera generazione.

Il collegamento non sempre funziona, non tanto nel mediometraggio che ha la sua giusta dose di malinconia e ironia, si avvale di contributi interessanti e corteggia bene il rockumentary (a volte insinuando il sospetto che i Somewhere Between non siano mai esistiti), quanto sul piano ideale: spesso il fallimento di una band non è altro che quello, il fallimento di una band, collocabile in qualsiasi contesto storico-economico più o meno infelice di questo.

È vero che il No Future nasce sul bordo di un collasso sociale, ma la sua portata è più evocativa quando coincide con una linea di attraversamento personale. Tenuto in questi confini, il No Future fa capire perché tanta musica degna di ascolto sia stata scritta e perché tante band che avrebbero potuto cambiarti la vita poi non hanno avuto la chance di farlo, producendo a loro volta una gamma di storie senza le quali faremmo fatica ad andare avanti.
La strada da A a B è sempre solitaria, anche quando è tragica per tutti.
“Direzioni (Anni) Zero” è solo un altro modo di raccontarlo.

Direzioni (Anni) Zero trailer:

Intervista ad Alessandro Riva

Perché hai deciso di raccontare la storia dei Somewhere Between adesso?
Sono passati solo cinque anni, ma sia a me e che ai protagonisti di questa storia il tempo intercorso è sempre sembrato molto più lungo. L’aspetto chiave è forse il passaggio dall’adolescenza all’età “adulta”, che come spesso accade amplifica il distacco dai ricordi e dai sogni passati e allo stesso tempo consente però di guardare a loro in modo diverso. Per chi poi come me vi è cresciuto, gli “anni zero” che ho cercato di descrivere o anche solo di evocare nel mediometraggio, sembrano passati da molto più tempo. Questo stato emotivo o percezione della realtà ha influito molto sull’urgenza di raccontare i Somewhere Between e tutto quello che nella mia testa rappresentano.

È cambiata molto secondo te la Torino post-olimpica da quella del 2012, in piena crisi economica e sociale? Non solo musicalmente.
Penso che la Torino di oggi rappresenti in realtà ancora molte cose positive, il lascito culturale e sociale delle Olimpiadi del 2006 è ancora per molti versi reale. La differenza sta nel fatto che la città ha perso probabilmente alcuni suoi aspetti visivi e sociali che un tempo la differenziavano maggiormente rispetto ad altre grandi città o metropoli italiane, penso ad esempio a Milano. Al di là di questo l’intenzione nel mio film era soprattutto quella di usare Torino piuttosto che descriverla, come un ulteriore personaggio, sempre a fianco dei protagonisti e del loro raccontarsi e vagare per la città, in costante mutamento secondo il volgere dei loro stati d’animo. Una sorta di angelo custode dei loro sogni forse, come qualcuno mi ha detto.

Sei di Milano, cosa ti attira tanto della città sabauda?
Milano è la città in cui sono nato, ho vissuto parte della mia infanzia e nella quale ho ricominciato a vivere da quando ho cominciato il triennio di regia, nel 2007. La sento sia come la mia casa che come la città dove voglio formarmi. Torino rappresenta un posto sicuro, un luogo che mi dà ispirazione e nel quale posso trovare sia la grande città in costante movimento che una dimensione più intima. In virtù della sua architettura la ritengo poi una città stimolante dal punto di vista fotografico, ricca di elementi visivi che ritengo perfetti e funzionali alle cose che al momento mi interessa raccontare. Difficilmente penso comunque che potrei viverci; sono più uno che ha bisogno dell’indefinibile confusione di una città come Milano, forse persino anche dei suoi aspetti peggiori e delle sue infinite contraddizioni. Tutto questo mi muove poi a Torino, ma per coglierne gli aspetti che mi interessano sento al momento il bisogno di vivere questa alternanza.

Qual è stato il momento più esaltante delle riprese di “DIREZIONI (ANNI) ZERO”?
Delle riprese direi quasi niente, direi invece tutto il montaggio. Sia perché è la fase di lavoro che preferisco, sia perché è lì che il film è realmente nato. “Direzioni (Anni) Zero” è stato concepito e girato senza sceneggiatura, affidando quindi il senso e l’organizzazione di gran parte delle riprese all’improvvisazione, a sua volta appoggiata a un canovaccio descrittivo di non più di dieci / quindici pagine, che veniva di volta in volta riscritto. Questo “metodo” ha reso le riprese stimolanti e ricche di situazioni che permettevano un grande margine di creatività e invenzione sul momento da parte di tutta la troupe, ma anche una fonte di stress e persino una frequente sensazione di non avere una direzione ben precisa. Che tutto questo si rivelasse giusto e sensato per il tipo di film che avevo in testa sin dall’inizio ne ho avuto conferma in montaggio, dove l’assenza di metodo e di rigidità avuta sul set combaciava perfettamente con la struttura narrativa ed emozionale del racconto.

È difficile promuovere un prodotto simile?
Difficilissimo, e non solo perché si tratta di un’opera prima. Viviamo in un’epoca in cui a farla da padrone è il formato breve del video televisivo o sul web, che assieme a tante cose buone e giuste ha portato anche a un generale livellamento della soglia d’attenzione del “nuovo” spettatore. Per cui un mediometraggio superiore alla mezz’ora e più incentrato su contenuti narrativi che su un ormai banale sfoggio d’arte visiva spesso fine a se stessa, o hai modo di presentarlo direttamente in sala, tramite festival o rassegne a tema, oppure la vita sul web spesso può rivelarsi più difficoltosa del previsto, più per pigrizia che per giudizio. La cosa paradossale è che a volte ciò avviene proprio da parte di quella fetta di pubblico composta da noi stessi film-makers, che per condivisione d’intenti e di contesti dovremmo dimostrarci più reciprocamente e realmente interessati ai lavori degli altri. Invece vige un po’ la regola non scritta del “il mio lavoro è diverso, conta di più”, a prescindere.

Sappiamo che presto uscirà il nuovo video dei Farmer Sea. Qualche anticipazione?
Più che di un video si tratta di un cortometraggio, della durata di dieci minuti e fondato sui temi e le storie che compongono il loro ultimo disco, “A Safe Place”. In un certo senso è anche una piccola variazione sui temi di “Direzioni (Anni) Zero”, con uno sguardo questa volta rivolto al futuro e alla necessità di affrontare le proprie paure. Il lavoro di ripresa e montaggio è terminato, l’uscita è prevista per ottobre in concomitanza con tante altre novità.

Qualche sogno nel cassetto?
Ho imparato a non averne troppi, il futuro si riempie ogni giorno di incognite e incertezze. Al momento posso solo chiedere di riuscire a proseguire la strada presa, almeno per un altro progetto. Mi interessa il concetto di band, ma più come specchio rivelatore di uno stato mentale, non di certo a fini esclusivamente celebrativi o promozionali. Per il resto poi si vedrà, l’obbiettivo e non perdere di vista il cinema, che è la cosa da cui in parte sono partito e a cui voglio arrivare.

Alessandro Riva, milanese classe ’86, è un giovane videomaker reduce dalla breve esperienza come director di A Permanent Vacation Production, collettivo di video e film making indipendente scioltosi nell’estate del 2010 con all’attivo due cortometraggi, due videoclip e una live visual performance, tutti in stretta collaborazione con A Scanner Darkly, progetto musicale di elettronica / trance / post-rock. Da Gennaio a Novembre 2011 si è trasferito temporaneamente a Torino, dove ha scritto e diretto la sua opera prima: “DIREZIONI (ANNI) ZERO” – a somewhere between document, sostenuta e prodotta da Davide Ferazza. Il film ha come soggetto di partenza il gruppo underground italiano dei Somewhere Between, la cui breve e paradossale storia diventa l’espediente simbolico per un’ideale fotografia dell’assenza di direzioni che ha caratterizzato una parte di generazione cresciuta in Italia durante il primo e cupo decennio degli anni duemila.

 

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