HIS CLANCYNESS
Live @ Astoria (Torino – 10/10/2013)

 
12 Ottobre 2013
 
His Clancyness - Live @ Astoria (Torino - 10/10/2013)

A volte mi manca. Ormai sempre più raramente, per fortuna. Però, in certi momenti, la vorrei. Credo sia per colpa dell’abitudine, della consuetudine di tanti giorni passati insieme, della condivisione di tanti istanti di intimità. Adesso è uno di quei momenti. Mi basta vedere il ripetersi di un gesto, labbra estranee che la sfiorano, dita che non sono le mie che la tengono stretta.

Sul marciapiede di fronte all’Astoria è una tortura. Devo colmare un vuoto: l’attesa dell’inizio del concerto di His Clancyness. E lei è perfetta per riempire questi tempi morti. Ma è da tre mesi che la nostra relazione si è interrotta. Svanita da un giorno all’altro, così come era iniziata. È l’attesa che precede ogni concerto, quel tempo molle che ti si adagia a fianco come una vecchia puttana dopo il coito. Resisto alla tentazione di fumare una sigaretta mentre aspetto che Jonathan Clancy finisca la sua birra e scenda nel basement a suonarci il suo nuovissimo “Vicious”, uscito per Fat Cat Records l’otto ottobre. Resisto perché non posso fare altro: non ho né sigarette, né tabacco e cartine, e non sono bravo a scroccarle agli sconosciuti. La mia vita è un continuo allenamento ad imparare a fare a meno di quello che desidero. Jonathan Clancy si avvia lungo le scale strette e buie che conducono al basement dell’Astoria, seguito da Emanuela Drei (basso), Giulia Mazza (tastiere) e Jacopo Borazzo (batteria). Lo vedo con la coda dell’occhio dalle porte a vetri e mi precipito dentro per sfuggire alla voglia di fumare.

Jonathan Clancy (già con Settlefish e A Classic Education) condensa il suo mondo e le sue visioni in His Clancyness. Dire però che His Clancyness è solo il progetto solista di questo canadese giramondo che da anni si è stabilito a Bologna sarebbe una bugia, visto che lui stesso preferisce considerarla una band vera e propria. Credo che His Clancyness sia l’abito perfetto che si è cucito addosso lo stesso Jonathan, la maschera che gli permette di mostrare la sua immagine attraverso un caleidoscopio di suoni che rispecchiano la sua concezione eclettica e sfaccettata della musica e della vita.
Accostare His Clancyness a Ziggy Stardust, alter ego di David Bowie, potrebbe sembrare una bestemmia, ma non lo è affatto. Nel calderone di His Clancyness ci finiscono le ossessioni di Jonathan Clancy: il glam rock anni Settanta, la psichedelia, il surf dei Beach Boys, il pop. Un viaggio all’indietro che non è mosso dalla nostalgia, ma dalla volontà di recuperare l’aura di quell’epoca d’oro per ammantarne il nostro presente.
Il basement dell’Astoria ha il soffitto basso, non è molto largo ed è sprofondato nel buio. È il ventre della balena. “Zenith Diamond” è il primo singolo ed è anche il pezzo d’apertura, vorticoso e trascinante. Nel buio del basement, rischiarato a intermittenza dalle luci sistemate alle spalle della band, non posso fare a meno di pensare al video di “Zenith Diamond”: ombre che emergono dal fumo fino ad acquisire una consistenza precaria, che ballano mentre le visioni si fanno frammentarie e si moltiplicano in un gioco di specchi. Sono circondato anch’io da ombre cieche che barcollano in un tentativo maldestro di danza.

Con “Miss Out These Days” il ritmo rallenta, ma non per questo cala l’energia emanata da Jonathan Clancy: la sua voce diventa un impasto caldo ed evocatore, il rock’n’roll tinto di glam di Zenith Diamond vira decisamente adesso in una direzione quasi onirica, che evoca i colori tenui dei sogni e dei ricordi.
Adesso potrei inserire dei commenti schifosamente maschilisti sulla componente femminile della band. Ma almeno per ora mi manterrò in equilibrio sul politicamente corretto. Basso, tastiera e batteria accompagnano alla perfezione la voce inquieta e la chitarra ora tagliente ora luminosa di Jonathan Clancy, stratificano suoni e creano canzoni che sono come gemme che rifrangono la luce scomposta in mille colori.
“Safe Around The Edges” inizia con una batteria che evoca un ritmo quasi tribale, per prendere poi la strada di una sintesi tutta clancynessiana verso una sorta di surf rock ibridato con certa psichedelia che sconfina nel dream pop: a suggellare la mia supercazzola, la voce di Jonathan Clancy sembra arrivare dal fondo di un sogno di cui si ricordano solo brandelli al risveglio.
“Summer Majestic” (dall’ep “Charade”, esclusa da “Vicious”) disegna dei circoli che ci avvolgono e ci attirano verso il palco, diventato ormai un cuore pulsante di energia. Per un pudore tutto torinese, il pubblico aveva lasciato un solco di un paio di metri tra sé e la band: Jonathan Clancy ci invita allora ancora più vicini per l’ultimo quarto d’ora di concerto.
Mi viene in mente la migliore definizione di rock’n’roll che io abbia mai sentito: “Rock’n’roll is about dreams”. E indovinate chi ha pronunciato qusta frase? Lui, il visionario di Ottawa, Jonathan Clancy, in apertura al video di “Zenith Diamond” (sì, lo so, questo video mi ha turbato, ma ho già affrontato l’argomento con il mio analista, che mi ha pure pagato il biglietto del concerto). Ecco, io avevo un po’ litigato con il rock’n’roll, perché non sopporto le pose, la gente convinta che una bottiglia di Jack Daniel’s sia molto rock, che basta fare il segno delle corna tirando fuori anche il pollice per essere dei gran fighi rock. Poi arriva Clancy e con quelle quattro parole solleva il velo di cazzate con cui era stato coperto il rock’n’roll e ne mostra la sua essenza (soprattutto attraverso le sue canzoni). Il rock’n’roll parla di sogni, è fatto della stessa sostanza dei sogni (sì, scomodiamo pure il Bardo) ed è uno dei pochi modi rimasti agli esseri umani per dare una forma a questi sogni (belli o brutti che siano, poco importa).

Mentre la batteria scandisce il ritmo di Progress, dalle retrovie avanza una ragazza e mi si piazza proprio davanti. Sembra uno spillo: è magrissima, le spalle appuntite sbucano fuori dal largo scollo della sua maglietta, il collo sembra il ramo secco di un albero a dicembre, i capelli tagliati a caschetto mettono in risalto il viso ossuto e allungato. Bonjour Anorexie: è questo il nomignolo che, da vero stronzo misantropo, le affibio. Nel frattempo “Progress” è una lunga cavalcata shoegaze, i volumi sono alti, la chitarra di Jonathan Clancy è schizofrenica. Adoro questi momenti in ogni concerto, quelli in cui la musica diventa un caos organizzato, in cui la melodia si tende come un elastico fino a raggiungere un punto di rottura in cui il rumore prende il sopravvento. Bonjour Anorexie porge il suo bicchiere a un’amica di una trentina d’anni, il cui viso è impietosamente solcato da ragnatele di piccole rughe agli angoli dellbocca e degli occhi, che la ringrazia con un sorriso che sembra un ringhio, a causa dei canini appuntiti che sporgono sul labbro inferiore. Mentre la chitarra è immersa nella tempesta di “Progress”, Bonjour Anorexie e Vampire Milf (ecco di nuovo il mio vizio di dare soprannomi) se la ridono e parlano, come se davanti a loro non stesse accadendo niente di straordinario. Progress si trascina rumorosa fino alla sua conclusione: non esiste fine migliore per un concerto. Per me, la performance di His Clancyness finisce gloriosamente qui. Per cui, quando la band torna sul palco per il bis, sono ancora ubriaco di “Progress” e non ascolto nemmeno il pezzo che suonano, pur essendo ancora lì. Guardo Bonjour Anorexie e Vampire Milf e istintivamente mi passo una mano sul collo, mentre in sottofondo ho ancora la coda di “Progress” che salta da una sinapsi all’altra.

Riemergo dal basement dell’Astoria e mi avvio a recuperare la mia bicicletta. Armeggio col catenaccio arrugginito, canticchiando You’re pure, you’re pure, Zenith Diamond. Riesco finalmente a sbloccare la serratura. Proprio mentre salgo sulla bici, mi passa a fianco una coppia. Niente di strano, direte voi. Peccato che lui avesse una benda da pirata sull’occhio sinistro e una paio di manette che gli penzolavano dal polso.
Il rock’n’roll parla di sogni, e a volte può succedere che apra una breccia nella membrana sottile che li divide dalla realtà, facendone scappare alcuni. È l’unica spiegazione plausibile ai personaggi surreali di stasera. Dovrei dirlo al mio analista, di non regalarmi più biglietti per i concerti. Anche perché poi mi fa pure venir voglia di fumare.

 

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