LES REVENANTS

 
 
16 Ottobre 2013
 
LES REVENANTS

Ho pianto. Quando Lena si ritrova in camera Camille, la gemella morta in un incidente stradale quattro anni prima, e urla e piange e nella sua reazione il terrore supera la gioia per la ricomparsa in carne e ossa di quella gemella la cui morte aveva segnato la sua adolescenza e la vita della sua famiglia. Ho pianto, non so perché proprio in quel momento. Forse perché mentre Lena urlava paralizzata dalla paura, il sorriso di Camille si è subito rovesciato in un’espressione triste, delusa, perché lei non sa di essere una “revenant” e si aspettava una reazione ben diversa da quella gemella con cui per quindici anni aveva vissuto in un rapporto simbiotico di vero e proprio scambio di emozioni e sensazioni anche fisiche.
Il fatto che io alla prima puntata di “Les Revenants” mi sia commosso non è un indice della qualità di questa serie tv francese, certo. Semmai è un preoccupante segnale della ricomparsa in me della sensibilità di una quindicenne in piena tempesta ormonale. Ma questo sarebbe un discorso troppo lungo e privato, quindi almeno questa volta mettiamo da parte l’autofiction.

“Les Revenants” è una serie tv mandata in onda da Canal + un anno fa, nel novembre 2012. Ha avuto un successo clamoroso, sia di pubblico che di critica, per cui i network di altri Paesi (europei e non solo) non hanno atteso molto per acquistarne i diritti. E l’Italia? Non si ha notizia, per adesso, di un interessamento delle televisioni di casa nostra per questa serie tv. Lo so cosa state pensando: adesso ci attacca un pippone sull’arretratezza culturale italiana, su quanto siamo rimasti indietro non solo rispetto alle serie tv americane, ma pure rispetto ai francesi, mortacci loro!. E invece no. Mi limiterò solo a cercare di capire perché Les Revenants è una delle migliori serie europee degli ultimi anni, capace di tenere testa pure a quei miracoli narrativi a stelle e strisce che ci piacciono tanto e ci tengono incollati allo schermo.
Partiamo da una cosa basilare: qual è la storia narrata? Perché poi, stringi stringi, è quella la cosa fondamentale.

“Les Revenants” racconta il ritorno di alcune persone morte in un piccolo paese di montagna. Questo fatto, insieme ad altri strani fenomeni (come l’abbassamento del livello dell’acqua del lago e sbalzi di tensione alla rete elettrica), sconvolgerà la vita del piccolo borgo e dei suoi abitanti. Vista l’esplosione negli ultimi anni del fenomeno “The Walking Dead” (fumetto, serie tv, videogiochi), che ha portato con sé un ritorno in auge del personaggio dello zombie, sarebbe troppo facile accostare anche Les Revenants a questo filone narrativo horror. “Quelli che ritornano” sono lontanissimi dall’iconografia zombie classica, quella nata grazie a George A. Romero e consolidatasi negli anni fino ad arrivare alle zombie walk, vere e proprie parate di orde di finti morti viventi che attraversano le strade di numerose città in tutto il mondo. Nella serie tv francese niente corpi in putrefazione, andature strascicate, bava alla bocca e versi orrorifici. I revenants ritornano in perfette condizioni fisiche, così com’erano prima di morire, bloccati all’età in cui sono deceduti. Ecco, quindi, il primo punto da chiarire: Les Revenants non è una serie sugli zombie. A confermare ciò basterebbe già la parola revenant: oltre ad essere il participio presente del verbo revenir (ritornare), questo termine indica una figura che affonda le radici nel folklore europeo medievale, quella del non morto che torna in vita (soprattutto con lo scopo di vendicarsi, ma non è il nostro caso). Lo zombie sarebbe quindi una derivazione, una sorta di degenerazione, del revenant.

Quelli che ritornano non cercano vendetta e non sono affamati di succulenta carne umana: hanno fame, tanta fame, ma di normalissimo cibo. Il problema è un altro: vorrebbero tornare alla loro esistenza e riprenderla da dove l’avevano lasciata, ignari della loro condizione e del fatto che, mentre loro non c’erano, la ruota della vita ha continuato a girare e ad andare avanti, nonostante tutto. Ecco un altro punto in cui “Les Revenants” dimostra di essere più di un semplice telefilm sci-fi: scandaglia il rapporto che i vivi hanno con la morte, i loro tentativi di superarla, negarla, rimuoverla. Tentativi vani, perché la morte rimane come un fardello da portare con sé per tutta la vita, anche quando il dolore sembra essere scemato. I revenants tornano e smascherano tutti gli autoinganni che i vivi si sono imposti pur di superare la morte dei loro cari, soffiano sulle braci del dolore, che torna a divampare e a consumare i vivi. Per l’arte (che sia letteratura, cinema o, come in questo caso, serie tv) è difficile parlare della morte. C’è sempre una sorta di imbarazzo nell’approcciare la fine della vita, lo si fa con pudore o con vergogna. “Les Revenants” cerca invece un approccio delicato e sincero, senza reticenze nel mostrarci il dolore della perdita: una perdita che vale per entrambi, vivi e morti, questi ultimi pervasi da una profonda tristezza e un disperato desiderio di riappropriarsi di tutto ciò che la morte ha negato loro. Nella dialettica vita-morte, i revenants portano risposte (come Simon, che rivelerà la scioccante verità sulla sua morte all’amata Adèle), ma pongono anche domande (come Camille, che brama di vivere quell’adolescenza che la morte le aveva negato, o il misterioso Victor, il quale dopo più di trent’anni incontrerà casualmente il suo assassino) ai vivi, costringendoli così a fare i conti con il passato per fare in modo che il presente possa cessare di ripetere un movimento circolare, per sbloccarsi e scorrere verso il futuro. Tutto questo pippone su passato presente e futuro è riassunto in una sequenza dell’ultima puntata: Laure, Julie e Victor cercano di scappare dal paese, ma non fanno altro che girarvi intorno, senza riuscire a uscirne. Qui sta la differenza tra uno sceneggiatore bravo e uno scarso: mentre il primo dice tutto attraverso le immagini (“show, don’t tell”, frase che ogni narratore dovrebbe tatuarsi addosso), il secondo ha bisogno dei cosiddetti “spiegoni”, ovvero quei momenti orripilanti in cui viene spiattellato tutto in faccia allo spettatore (Stanis La Rochelle docet). A marcare questa differenza c’è una diverso modo di considerare il pubblico: gli sceneggiatori che ricorrono allo “spiegone” lo fanno perché per loro gli spettatori sono idioti che hanno bisogno di essere imboccati perché altrimenti si sbrodolerebbero. Il bravo sceneggiatore, invece, considera il pubblico come un’entità matura, capace di compiere lo sforzo per decifrare un codice (in questo caso un codice visivo che però ha alla base la parola scritta). Il nome di Emmanuel Carrère (scrittore francese tra i più apprezzati sia in patria che all’estero) tra gli sceneggiatori è un’altra garanzia di qualità.

L’atmosfera evocata da “Les Revenants” mette i brividi: è come se la vita fosse coperta da una patina di mistero e ogni cosa potesse da un momento all’altro mostrare il suo lato nascosto, oscuro e inquietante. Quest’atmosfera pervade un piccolo paese sperduto tra i monti, in una provincia estrema e “internazionale”, perché, a parte la lingua francese, non ci sono riferimenti che la rinchiudono in un preciso contesto nazionale. Anzi, sono disseminati tasselli appartenenti alla cultura pop mondiale, globalizzata, di stampo occidentale e di matrice americana: magliette dei Ramones, poster dei Nirvana, diners che sembrano usciti dalle tele di Hopper, pub con tavoli da biliardo e concerti rock di giovani band. Tutti riferimenti che potremmo trovare nella provincia di un qualsiasi Stato occidentale. Ci eravamo già meravigliati, alcuni mesi fa, del grande successo de “La verità sul caso Harry Quebert” di Joël Dicker, sorprendendoci perché uno scrittore svizzero è riuscito a descrivere con precisione la vita della provincia americana (qualche critico è arrivato addirittura a dire che il “grande romanzo americano”, utopia e chiodo fisso di un certo tipo di critica letteraria statunitense, sia stato scritto da un ragazzo che americano non è). Le narrazioni (serie tv, romanzi, film) degli ultimi anni hanno creato una sorta di provincia transnazionale, codificata e ben riconoscibile. Proprio per questa attenzione alla vita di provincia in cui serpeggia il mistero, Les Revenants è stata accostata da molti a Twin Peaks, serie tv di culto ideata da David Lynch nel 1990: il solito bisogno umano di avvicinare qualcosa di sconosciuto a una cosa invece ben nota. A parte una somiglianza di superficie, infatti, il telefilm francese si concentra sulla dialettica vita-morte, senza mai rinunciare però a tenere vivo il mistero e quel bisogno primitivo di ogni spettatore/lettore riassumibile nella domanda “come andrà a finire?”. Twin Peaks può essere considerato quindi una sorta di padre di Les Revenants, con qualche somiglianza, certo, ma con due anime profondamente diverse.

Un aspetto curato minuziosamente da entrambe le serie tv è la colonna sonora: David Lynch scelse il compositore Angelo Badalamenti, i francesi hanno vinto la loro scommessa puntando sui Mogwai. Il post rock della band scozzese è perfetto nel sottolineare gli snodi centrali di ogni episodio e i momenti carichi di tensione emotiva, e introduce lo spettatore nell’atmosfera della serie già con la sigla: una musica sepolcrale, che sembra nascere dalle nebbie dell’aldilà per incedere solenne nel mondo dei vivi. Sembra l’unica musica possibile, nata già avvinghiata alle immagini. La sorpresa arriva però leggendo le dichiarazioni del chitarrista John Cummings al magazine The Quietus: la produzione chiese ai Mogwai di comporre la colonna sonora prima dell’inizio delle riprese, affinché creasero il mood della serie, e fornirono loro soltanto alcune pagine di sceneggiatura. Questo non fa che confermare la potenza degli scozzesi nella creazione di veri e propri paesaggi sonori, di musiche capaci di disegnare immagini ed evocare atmosfere e stati d’animo.

La fine della prima stagione mi ha gettato nello sconforto. Per una settimana, una puntata ogni sera, ho passeggiato anch’io per le vie del paese, cercando di capire quale mistero lo tenesse sotto scacco. Ho voluto bene a ogni personaggio, anche al più disgraziato come Serge (soltanto per Pierre ho provato un antipatia profonda fin dall’inizio). Quando sono partiti i titoli di coda ho pianto di nuovo. Sì, va bene che hanno già girato la seconda stagione e la manderanno in onda in Francia a febbraio 2014, ma la fine di una serie tv (come di un romanzo o di un film) può far provare il vuoto che si prova quando si perde una persona cara. Con le storie succede così, quando le si sente così vicine da affezionarsi, da provare empatia per i personaggi e coinvolgimento. Per lenire questa sofferenza, ho rivisto spezzoni delle varie puntate. E mi ha colpito un dettaglio: gli occhi, gli sguardi dei personaggi (che fossero i protagonisti o dei semplici comprimari, poco importa). In quegli occhi si legge lo smarrimento di fronte al mistero della vita e a quello della morte, di fronte al dolore, di fronte ai piccoli vuoti che si aprono man mano che cresciamo e invecchiamo, di fronte alle esplosioni di felicità che brucia e si consuma subito.

Ecco, vale la pena guardare “Les Revenants” anche solo per quegli sguardi. Per fermarsi un momento e guardarsi allo specchio.

Indie Top Ten, nona posizione
Rating:

Genere: Science fiction, drammatico
Creato da: Fabrice Gobert
Scritto da: Fabrice Gobert, Emmanuel Carrère, Fabien Adda
Cast: Yara Pilartz, Jenna Thiam, Swann Nambotin, Céline Sallette, Pierre Perriere, Clotilde Hesme, Guillaume Gouix, Frédéric Pierrot.
Paese: Francia
Stagioni: 1
Episodi: 8









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