HIS CLANCYNESS
Vicious

 
 
20 Novembre 2013
 
His  Clancyness - Vicious - Recensione

Ci ho messo un bel po’ di tempo a buttare giù due righe su questo disco, vuoi per i soliti disguidi postali, vuoi per vicende personali, ma soprattutto perché “Vicious”, prima prova sulla lunga durata di His Clacyness, non è sicuramente un disco “mordi e fuggi”, di quelli che dopo qualche giro nel lettore non hanno già più nulla da aggiungere. Al contrario fin dal primo ascolto qui si resta completamente invischiati e sopraffatti da quel magma sonoro densissimo che va a plasmare ogni singolo brano.

His Clancyness è un’entità ibrida: dietro questo pseudonimo c’è tutto l’immaginario letterario e musicale di Jonathan Clancy (già con Settlefish e A Classic Education), in bilico tra pop culture paranoie, ma per la prima volta c’è anche una band vera e propria, che ha accompagnato il canadese adottato da Bologna nelle registrazioni statunitensi e nel tour (ancora in corso). Dopo i giri di riscaldamento della cassettina pressoché self-made “Hissometer”, uscita su Secret Furry Hole, e l’ep “Always Mist”, entrambi dominati da una dimensione intimista e lo-fi, il nostro ha avuto a sua disposizione un produttore come Chris Koltay (si veda alla voce Liars, Akron/Family, Atlas Sound, Lotus Plaza) e uno studio di registrazione in quel di Detroit, metropoli che di certo non è citata nelle guide turistiche come una tra le più ridenti degli States. E non è forse un caso che una certa cupezza alienante, quasi opprimente, sembri costituire il filo conduttore emozionale dei dodici episodi di “Vicious”; lo stesso titolo, che ben inquadra anche alcune suggestioni musicali (i Reed e Bowie più berlinesi), tradisce un’inquietudine feroce e strisciante che è poi quella che agita musica, voce e metriche dell’album.

Apre le danze la chitarra incalzante di “Safe Around the Edges”, che nel mezzo vira in direzione kraut, ritmo sostenuto e voce sopraffatta da una marea di synth. “Miss Out These Days” inizia onirica e chiude iperstratificata tra layer di tastiere e batteria sincopata. “Gold Diggers” è un folk con incursioni Wire, a cui fa seguito lo psych-pop ipnotico di “Hunting Men”. Micidiale il tiro di “Slash the Night”, che tra pulsazioni syntetiche e atmosfere claustrofobiche mette in scena la cronaca di un omicidio notturno. L’alienata “Machines” e “Zenith Diamonds” sono scampoli noise-pop alla Jesus and Mary Chain schizzati di elettronica teutonica, tra i quali si frappone l’anomalia acoustic-folk “Avenue”, registrata a e per Bologna. Si finisce assorbiti dalla vorticosa coda di “Progress” e ormai completamente calati nel mondo umorale, sospeso tra macabro e sognante, di His Clancyness.

Undici brani per quasi quarantacinque minuti di perfette melodie pop imbastardite ora nella new wave, ora nel country, nello shoegaze o nel noise, senza mai mostrare il fianco. Ed aggiungo: anche dal vivo i brani hanno un tiro micidiale. Un marasma crudele ma irresistibile.

Cover Album

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Vicious
[ Fat Cat – 2013]
Genere: indie rock, psych-pop, indie folk, shoegaze
Rating:
1. Safe Around the Edges
2. Miss Out These Days
3. Gold Diggers
4. Hunting Men
5. Slash the Night
6. Run Wild
7. Machines
8. Avenue
9. Crystal Clear
10. Zenith Diamond
11. Castle Sand Ambient
12. Progress

Tracklist
 
 

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