INTERVISTA CON DIECIUNITàSONANTI

 
di
12 Dicembre 2013
 

Sono passati cinque mesi dall’uscita di “Dove”, secondo disco dei DieciUnitàSonanti, un lavoro che si è avvalso della produzione di Paolo Benvegnù e dell’apporto dell’etichetta romana Modern Life, uno dei punti fermi della scena nazionale per quanto riguarda la discografia indipendente.

Sono passati cinque mesi e mezzo dall’effettiva uscita di Dove, il vostro secondo disco. Come è cambiato il vostro rapporto con i pezzi contenuti all’interno del disco rispetto al momento in cui sono stati registrati e messi su nastro?
Il rapporto con le proprie canzoni è in continuo mutamento e inciderle significa fermare solo una delle numerose versioni di quel particolare brano. In questo caso il discorso vale anche di più, visto che abbiamo sfruttato la massimo le possibilità che dà il lavoro in studio. Abbiamo usato archi, fiati, pianoforti, chitarre classiche, ukulele, mandolini e l’elenco continua. Tradurre questo lavoro nel contesto del concerto, con una band di soli quattro elementi, ti costringe continuamente a rileggere il tuo materiale.

La produzione di Paolo Benvegnù in che modo ha influito sulla maturazione delle canzoni? Vi potreste immaginare Dove prodotto da qualcun’altro, ora come ora?
Paolo ha avuto la grande capacità di saper dosare i suoi interventi. Ha un talento e una personalità tali che se avesse calcato la mano sarebbe venuto fuori un disco di Benvegnù. È stato sorprendente vedere come basta poco a un artista del genere per far sentire il suo tocco. Conscio di questo, Paolo non ha mai esagerato ed ha mostrato sempre grande rispetto del nostro lavoro. Questo ci ha dato grande fiducia, evidentemente stavamo facendo un buon lavoro. Ad ogni modo la visione complessiva del disco è figlia di Luca Novelli, già anima dei Mokadelic. Per la prima volta ci siamo affidati a un direttore artistico che ci ha aiutato a capire quale strada prendere. Se pensi che all’inizio siamo partiti da una quarantina di canzoni, già la sola selezione del materiale è stata determinante per capire quale strada avremmo preso.

In ogni caso, cosa cambiereste ora come ora in Dove?
Beh, tutto e niente. Nel senso che come ti dicevo prima, dovessi registrare nuovamente ogni cosa che abbiamo suonato non verrebbe mai uguale due volte. Allo stesso tempo, il gioco del “questa cosa la suonerei più così, questa parte l’avrei arrangiata più cosà” può perdersi all’infinito e lascia il tempo che trova. Ogni disco è figlio del momento in cui l’hai inciso e va bene così. Altrimenti certe mattine ti alzi e pensi di non essere stato abbastanza coraggioso, altre di essere stato troppo ermetico. Le variabili sono troppe e allora è meglio guardare avanti e pensare a scrivere cose nuove, o a suonare il disco in giro.

Nel vostro disco c’è una cover di Lucio Dalla, “…E non andar più via”. Il pezzo è a vostro parere “la più bella canzone mai scritta su Roma”. Quanto c’è di Roma nella musica dei DieciUnitàSonanti? E com’è nata la scelta per questa cover?
La cover è nata per caso. Non siamo grandi fan degli omaggi ai defunti, per così dire. Avevo registrato un provino fatto in casa e quasi per scherzo avevo inviato l’mp3 a Luca, che se n’è innamorato e ci ha letteralmente costretto a inserirlo nel disco. Io avevo un gran timore reverenziale verso la canzone e il suo autore, quindi mi sono fidato totalmente di Luca, in questo caso. Alla fine non mi pronuncio sul risultato, ovviamente, ma devo dare ragione a Luca sulla scelta in sé. Abbiamo sempre in testa la nostra città, come fonte di ispirazione e come ambientazione. Il pezzo di Dalla lo ha messo in luce al meglio, come mai avremmo potuto fare noi.

Il mercato italiano appare ai nostri occhi, se possibile anche più frastagliato di quello internazionale. A volte non avete paura che una proposta d’autore e meritevole di menzione come la vostra possa risultare dispersa nel mare magnum fatto di hype ingiustificati o delle troppe uscite? Se potesse cambiare una cosa nell’”Italia musicale alternativa al mainstream generalista”, quale sarebbe?
Più che paura abbiamo la certezza che sia così. Non siamo un gruppo in cerca di alibi, non siamo tipi che se non hanno il riscontro sperato se la prendono con la critica o, peggio, col pubblico. Allo stesso tempo è vero, la nostra è una proposta che per quanto fruibile guadagna con l’ascolto, richiede anche una certa attenzione, se vuoi, e certamente non va appresso alle mode. Non so se siano pregi o difetti, più che altro è l’unico modo che abbiamo di fare quello che ci piace, in modo onesto per noi e per chi ci ascolta. Non ho la presunzione di sapere cosa non va nel cosiddetto circuito alternativo. Diciamo che in generale è un ambiente dove non mi è mai piaciuta quell’autoreferenzialità che fa stringere sempre di più il recinto degli addetti al lavoro, lasciando fuori il pubblico. Non l’ho mai trovata una scelta molto lungimirante.

L’impatto live dei DieciUnitàSonanti quanto è diverso ora come ora rispetto al primo disco?
Molto, anzitutto perché alla batteria c’è Cristiano Spadoni, che ha preso il posto di Raffaele Violante a maggio 2012, proprio mentre lavoravamo alla preproduzione di “Dove”. Per un gruppo come il nostro, soprattutto dal vivo, cambiare il batterista vuol dire cambiare quasi il 50% del suono, dell’approccio. Credo che rispetto a qualche anno fa abbiamo forse meno foga, sul palco, ma una consapevolezza maggiore. Mi piace pensare che questo paghi in termini di resa, di impatto.

Che progetti avete in cantiere per il futuro?
Ci piacerebbe portare “Dove” in giro il più possibile. Dai primi live ci accorgiamo quanto abbia da dire al pubblico e a noi, come musicisti. Sul fronte compositivo invece questa è la fase più bella, perché è appena uscito un disco e non hai l’obbligo di scrivere per forza. Sei senza scadenze e hai tutte le porte aperte davanti, vediamo dove ci porterà tutto questo.

 

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