INDIEFORBUNNIES PRESENTS: THE BEST TV SERIES OF 2013

 
di
23 gennaio 2014
 

*** SPOILER ALERT ***
Questo articolo contiene spoiler sulla terza serie di “Game of thrones”.

Cover Album

BREAKING BAD

Season 5
[AMC]

Sei un uomo e provvedi alla tua famiglia, a qualsiasi costo. Anche se hai un cancro ai polmoni e non molto da vivere. Soprattutto se un tunnel di chemio senza lieto fine è l’unica cosa che puoi lasciare a tua moglie e ai tuoi figli; se sai di essere il più bravo in quello che fai ma la chimica ti eri fermato solo a insegnarla a scuola. E così quando rimedi una seconda opportunità (oltre che degli occhiali scuri e uno stupido cappelletto), stavolta vai fino in fondo.

Un’opportunità blu, quella droga che nessuno sa “cucinare” come te e che per la prima volta ti fa sentire forte e rispettato. Agisci come mai avresti pensato e paghi un prezzo altissimo con la tua coscienza, il ronzio di una mosca che non riesci a far smettere. “Breaking Bad” e non si torna più indietro: la serie è un’escalation di eventi incontrollabili che si chiudono con un’ultima stagione ancora più cupa e disturbante che alla fine cerca però di mettere a posto le cose. 5 stagioni di ambientazioni senza rimedio, di scene che rimarranno nella storia delle serie TV (e non solo di quella) e di interpretazioni magistrali. Ne usciamo affascinati ma segnati, con qualche certezza in meno: su quello che anche noi saremmo disposti a fare per preservare ciò che abbiamo di più caro, sui nostri limiti, su ciò che è giusto e su ciò che lo è meno, sulla nostra reale natura. Su “Breaking Bad” e sulla dicotomia bene-male è stato scritto di tutto, in centinaia di articoli e appassionate analisi che dimenticheremo.

A differenza di tanti show in cui personaggi un po’ ombrosi e monodimensionali con Don Draper dipendono dall’interpretazione che ne diamo, qui il personaggio incarnato da Bryan Cranston è protagonista di un’evoluzione che si spiega da sola, e in questo sta la sua forza. Alla fine per i crimini che ho commesso la mia famiglia l’ho persa, non mi è rimasto altro se non quello che sono diventato. Il tempo è finito, non c’è alcuna redenzione ma solo la rinuncia a quell’ultima bugia: perché tutto quello che ho fatto l’ho fatto solo per me. W.W.
Giuseppe De Luca

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GAME OF THRONES

Season 3
[HBO]

La terza stagione della serie televisiva de “Il Trono Di Spade” si base sulle vicende di “Tempesta Di Spade” (2002) e “I Fiumi Della Guerra” (2002) di George R. Martin. Trasmessi in Italia in anteprima da Sky Cinema 1, i dieci episodi hanno consacrato la serie come una fra le più seguite di sempre, coinvolgendo e appassionando vecchi e nuovi fan, tenendoli costantemente con il fiato sospeso perché, mentre le forze oscure sono in marcia, Jon Snow è definitivamente passato tra le fila dei Bruti, Daenerys Targaryen riesce nel suo intento di ottenere un esercito nelle terre di Astapor e ad Approdo Del Re tutto cambia. La casata Tyrell acquista più potere con il matrimonio tra Margaery e Joffrey Baratheon; pur senza un braccio Jaime Lannister, scortato da Brienne di Tarth, vi fa ritorno e sia suo fratello Tyrion che sua sorella/amante Cersei sono penalizzati nelle loro trame a causa della presenza del padre.

Gli altri fuggiaschi, Arya e Brann Stark, si ritrovano, rispettivamente, tra le fila della Fratellanza Senza Vessilli e alla Barriera, ormai sguarnita e pronta a essere salvata dall’invasione dei barbari per mano del precedente grande sconfitto, Stannis Baratheon. Robb Stark, invece, muore in un agguato alle Torri Gemelle e l’ex amico Theon Greyjoy, una volta abbandonate le rovine di Grande Inverno, è sadicamente tenuto in ostaggio dal bastardo di Roose Bolton, a ricordare agli spettatori che, come in occasione della storica decapitazione di Eddard Stark nella prima serie, le sorprese non finiscono mai. Una nuova stagione, con un cast arricchito di ulteriori personaggi, è infatti pronta a debuttare negli Stati Uniti il prossimo 6 aprile.
Marco Ferretti

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HOMELAND

Season 3
[Showtime]

C’era una volta una serie di spionaggio ambigua e liberal che reagiva al machismo ottuso di 24. Tre anni dopo, quella serie è diventata 24. O meglio, è diventata il suo spin off intellettualmente più onesto (scusante che sta venendo meno; ci piace davvero il modo in cui viene rappresentato l’Iran in questo show?). Parafrasando l’out of the blue and into the black di Neil Young, qui siamo fuori dal chiaroscuro che ha fatto della prima stagione di “Homeland” un prodotto di eccellenza televisiva e siamo dentro a un arcobaleno schizofrenico.

C’è il rosa Harmony della famiglia Brody con un figlio che tre stagioni dopo ancora non parla, c’è l’azzurrino sul test di gravidanza di Carrie che da indomita bipolare si appresta a diventare Madre Coraggio (vi prego risparmiateci), c’è un giallo a cui non si appassiona nessuno e che pende tutto sulle spalle di Saul Berenson responsabile della linea “mistero” dello show e c’è il nero malsano e profondo in cui sprofonda Brody a Caracas. La stagione annaspa fino alla sua comparsa nella Tower of David, quando lo spettatore vive lo strano paradosso di augurarsi che Brody muoia per dare un senso alla serie e allo stesso tempo deve implorare che questo non accada perché è solo in sua presenza che la stagione si riscatta. Normalizzata, confusa e ancora capace di saltuari guizzi, ormai va vista solo per capire dove andrà a parare. Ci avevamo creduto
Claudia Durastanti

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HOUSE OF CARDS

Season 1
[Netflix]

La trama di “House of Cards” su Wikipedia: Durante la campagna elettorale, il rappresentante Frank Underwood supporta Garrett Walker, che diventa il 45º Presidente degli Stati Uniti. Ma quando Walker viene meno alla promessa fatta prima delle elezioni, di affidare l’incarico di Segretario di Stato a Underwood, quest’ultimo cerca una vendetta personale puntando ai vertici politici di Washington “House of Cards” non è solo la storia di un deputato (Frank Underwood interpretato da Kevin Spacey) che, con la moglie altrettanto connivente, spende tutto il suo tempo (eccetto il tempo speso per allenarsi con un vogatore) a vendicarsi delle persone che lo hanno tradito.

“House of Cards” dipinge un mondo desolato dove ognuno è un compromesso. Frank non opera da solo, accanto ha la moglie Claire, più di una spalla. E’ con lei che Frank deve superare pericoli – passati e presenti – per evitare di perdere tutto, senza mai curarsi del danno collaterale che lascia con la sua scia di vendetta. Claire Underwood, interpretata da Robin Wright, è intelligente, infinitamente capace e elegantemente spietata. Non si può negare che, nonostante la sua sospetta moralità, Claire Underwood è una donna straordinariamente affascinante. Il suo fascino è alimentato dalla fiducia e dalla sicurezza nella sue capacità. Non ostenta il potere perché lei è il potere. Solo lei riesci a sfuggire dalla gestione e dal dominio e dal fallace machismo di Frank.

Nell’indifferenza più volte provata osservando l’anonima caratterizzazione della donna nelle serie tv, (eccetto per Carrie Mathison di “Homeland” e forse anche Skyler White di “Breaking Bad”, limitandomi alle serie tv più recenti), uno degli aspetti più interessanti di questa serie tv è dato proprio dai diversi personaggi femminili. C’è Zoe Barnes, giovane giornalista, disposta a tutto per una luminosa carriera, quel tutto che rappresenta anche il suo limite. Poi c’è Linda Vasquez, Capo di Gabinetto dell’Ufficio presidenziale della Casa Bianca, che è forse l’unico personaggio onesto e incarna intelligenza, forza , ma anche la più totale mancanza di astuzia. Facile preda per Frank. Abbiamo anche Gillian Cole, brillante attivista per i diritti umani, costretta a mettere in gioco la sua integrità per obbedire al suo capo, Claire Underwood. Infine, c’è Janine Skorsky, reporter del The Washington Herald, poi per Slugline, che ha dei sospetti sul successo improvviso di Zoe Barnes. Netfix ha annunciato che il giorno di San Valentino, Frank e Claire Underwood torneranno.
Antonella Iacobellis

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LES REVENANTS

Season 1
[Canal+]

Dal zoroastrismo all’induismo; dagli urvan agli atman, dal paradiso cristiano al jannah islamico, il momento stesso che segue l’ultimo fremito di vita ha un’importanza fondamentale per l’esistenza stessa e il suo scorrere. Eppure, sembra lecito pensarlo, se privassimo di colpo le grandi religioni di quest’illusione, le vedremmo crollare una a una dando il via a scenari d’inconcepibile magnitudine. Ed è un certo senso di smarrimento, di gelosia e persino di rabbia a cogliere una piccola comunità borghese nel mezzo di un grigio autunno montano.

Cosa accadrebbe se i morti tornassero improvvisamente a vivere in un minuscolo villaggio alpino, se inspiegabilmente un’adolescente facesse ritorno nella sua stanza anni dopo il suo funerale e, come lei, anche altri ritrovassero improvvisamente la via di casa? Chi si aspettasse l’ennesimo zombie-franchise farebbe bene ad andare sul sicuro con uno dei tanti film e serie TV che inflazionano un genere ormai meno vitale degli stessi soggetti che rappresenta. “Les Revenants” è, invece, una storia sui vivi, la loro fragilità e sul tempo che ne ha indurito lo spirito portandoli a respingere il ritorno per paura di rompere quegli equilibri costruiti a fatica in seguito alla morte dei propri stessi cari.

È la storia di un’incompatibilità tra i vivi e i morti, quasi come se la rigida società contemporanea non fosse in grado di accettare e metabolizzare un ritorno, non solo gradito, ma anche implicitamente cercato e sperato. Girato quasi interamente tra gli splendidi scenari dell’Alta Savoia, “Les Revenants” risente positivamente di una scrittura fluida e di una regia che non disdegna il ricorso a una fotografia elegante e mai manierista. 8 episodi che catturano e colpiscono per la loro semplicità – benedetta sia l’arte in tempi di crisi – e un intrigo di trame secondarie avvincente e mai banale. Le grandi domande hanno senso se rimangono insolute.
Alex Franquelli

LUTHER

Season 3
[BBC One]

La terza stagione di Luther ha lo stesso, unico difetto delle due precedenti: dura troppo poco. Nella fattispecie, gli episodio trasmessi nel 2013 sono solo quattro. Tanti quanti l’anno precedente. Peccato. Perché delle vicende vissute dall’Ispettore John Luther, interpretato da quel fenomeno di Idris Elba, non ci si stanca mai. Il motivo è semplice: si tratta di storie malate, torbide e violente come piace a noi, ambientate in una Londra Burial-iana dove il sole è un optional raramente previsto, così come sono pressoché inesistenti le relazione con individui non strettamente collegati alle vicende di Luther.

Anche nell’atto terzo della serie prodotta dalla BBC proliferano i mostri criminali, diventati killer seriali per i ‘soliti’ traumi subiti nell’infanzia oppure cresciuti come integerrimi poliziotti e poi trasformatisi in assassini per “difendere i cittadini”. Un po’ come Luther stesso, che a causa dei suoi metodi poco ortodossi, viene attenzionato da due suoi ex colleghi, decisi a rovinarlo professionalmente e umanamente, proprio ora che l’Ispettore sembra aver trovato la donna della sua vita. Ci riusciranno? E chi potrebbe ‘tornare’ ad aiutare il disperato Luther? Di sicuro, da questa stagione in poi non ci sarà più uno dei personaggi più vicino al nostro Ispettore.

Comunque, non intendiamo svelare un season finale tra i più gustosi dell’anno, per cui ci limitano ad caldeggiare nuovamente la visione di questa serie, che speriamo possa aver il prima possibile una quarta stagione.
Davide Campione

MAD MEN

Season 6
[AMC]

I fatti dimostrano che Gesù ha avuto un pessimo anno replica Don Draper ubriaco a un predicatore che promette salvezza eterna e liberazione dal dolore su questa terra, in uno di quei bar a luci basse anche di giorno. Quell’anno è il 1968, gli omicidi di Martin Luther King e Bobby Kennedy hanno già scosso gli Stati Uniti e il mondo intero, Richard Nixon è presidente e la guerra in Vietnam è ancora a sette anni dalla sua conclusione.

In “Mad Men” la storia è una questione privata, la Storia delle date come 4 aprile o 5 giugno 1968 la si guarda già in tv ed è solo sfondo irrequieto di un più generale stiamo cadendo a pezzi o forse è già successo e ora non siamo più in grado di nascondere i vetri sotto il tappeto, comune a tutti i personaggi della serie nella sesta stagione. Ogni volta che termina una stagione di “Mad Men”, sembra impossibile che riescano a farne un’altra altrettanto intensa. E puntualmente arriva la smentita. La prossima sarà l’ultima e rimettere insieme i cocci sarà dannatamente difficile per i nostri pubblicitari, su una costa o l’altra dello stato.
Serena Riformato

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MASTERS OF SEX

Season 1
[Showtime]

Le foto promozionali di “Masters of Sex” ricordano, in un modo tanto sfacciato da fugare ogni dubbio ingenuità, quelle di una stagione qualsiasi di “Mad Men”: i colori, i costumi, le acconciature, tutto rimanda agli uffici della SCDP. Un “Mad Men” che parla di sesso: davvero potevamo pensare che Draper avesse bisogno di ripetizioni in materia?

Se William Masters si fosse limitato solo a questo, non sarebbe certamente finito in questa lista. Le vicende del pioniere degli studi sulla sessualità umana e della sua segretaria-poi-assistente Virginia Johnson vanno al di là di una ricostruzione, della noia da “tratto da una storia vera”, tanto che arrivo a pensare che alla fine quello degli anni ‘60 è un trattamento estetico e poco più: in una delle prime puntate, Virginia spiega al dottor Haas che quella che hanno è una relazione senza nessun tipo di coinvolgimento sentimentale e lui la schiaffeggia (ricordatemi di tirarla fuori al prossimo stantio 8 marzo, grazie) perché, sia come sia, una donna ha l’obbligo etico di innamorarsi – questo per dire, Masters of Sex finisce inevitabilmente per indagare i rapporti sentimentali, oltre che quelli sessuali (dentro e fuori dall’ospedale), che poi sono la stessa cosa; come sono la stessa cosa dei rapporti di potere e lo fa con schiettezza e accuratezza scientifica, come è giusto che sia.

Ritorni ‘60s con la moglie di Masters, bionda e perfetta come una Betty più simpatica e meno insoddisfatta (ma aspettiamo), che si presta a un paio di scene che ricordano pericolosamente Lontano dal paradiso di Todd Haynes: forse il problema sta un po’ qua, che questo show continua a ricordarne altri, eppure ha una specificità propria, con Lizzy Caplan e Michael Sheen che fanno egregiamente il loro dovere, con tutta una serie di story line minori che minori non sono. La prima serie si è appena conclusa, chi non ha già fatto, recuperi.
Sara Marzullo

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PARADE’S END

Season 1
[BBC/HBO]

E’ la prima guerra mondiale che fa da sfondo a questo piccolo capolavoro televisivo basato sull’omonimo romanzo di Ford Madox Fox nella versione tetralogica -già adottata da Graham Greene– che elimina deliberatamente il quarto volume della saga. Sfondo in senso letterale poiché “Parade’s End” è una storia di conflitto più che di guerra, dove il campo di battaglia principale è quello dell’Inghilterra edoardiana sull’orlo della rottura tra conservatorismo e modernità.

Dicotomia replicata su molteplici fronti perché guerra ed armistizio sono in primo luogo quelli del quotidiano, sentimentali e familiari. Tensione, contrasti, rotture e dipomazia sono quindi categorie applicate in modo totalizzante alla vita emotiva di Christopher Tietjens, dell’arrogante e viziata moglie Sylvia e della suffragetta Valentine. Triangolo non solo amoroso che vede Tietjens, epitomo dei suoi tempi, in bilico tra l’ottusità delle convenzioni (l’infelice matrimonio con Sylvia) e la forza distruttrice e liberatoria del cambiamento (l’attrazione per ‘l’eroina moderna’ Valentine). Guerra e armistizio, compromesso e riscatto, libertà, redenzione e perdita. Qualità primaria di “Parade’s End” è quella di creare un dinamismo obliquo, sviluppando tensione emotiva su più livelli in modo coerente: i rapporti familiari, l’emancipazione femminile, la messa in discussione del conservatorismo e le sue conseguenze sociali. La guerra è solo uno, sicuramente il più eclatante ma non il più importante, dei campi di battaglia sul quale si scontrano personaggi complessi, mirabilmente articolati ed interpretati in modo coinvolgente e convincente da un manipolo di soldati-attori con le belle facce di Benedict Cumberbatch (nostro Sherlock prediletto ), Rebecca Hall e Adelaide Clemens. L’unico difetto della miniserie, trasmessa prima dalla BBC poi dalla HBO lo scorso febbraio, è il tempismo che l’ha vista esordire nel mezzo del polverone generato dal fenomeno soap-in-costume Downton Abbey, con la sgradevole conseguenza di averne fatto- probabilmente- la serie più sottovalutata dell’anno.

Scritta, costruita ed interpretata in modo impeccabile Parade’s end è al contrario una serie sofisticata e attuale che non si risolve nell’appartenenza al “genere” e che per questo è destinata ad un pubblico più ampio dei soli fan dei film in costume.
Laura Lavorato

RECTIFY

Season 1
[Sundance Channel]

In questi mesi, ho ripensato spesso a una scena di “Rectify”: Daniel sale in soffitta e trova uno walkman, lo accende e parte “Into Dust” dei Mazzy Star – immediatamente si torna indietro di vent’anni, lui è il ragazzo per cui Hannah ha registrato quella cassetta, si può premere rewind e far tornare indietro il tempo, come se nulla fosse (proprio come avrebbero fatto di lì a pochi mesi proprio i Mazzy Star con “Seasons of your day”). Questa è con ogni probabilità la più bella serie che abbia visto quest’anno, con ogni probabilità tra le migliori di sempre: sole sei puntate (la seconda serie arriva nel 2014) e nessun punto di risoluzione, ma era più di quanto potessi dire.

Racconta di Daniel Holden, rilasciato dopo 19 anni passati nel braccio della morte: le prove non sono più inconfutabili, quello che per una volta sembrava deciso per sempre va sottoposto a nuovo esame. Entri nel braccio della morte a 16 anni: non vedrai più il sole, non toccherai più nessuno, sai che da quel posto uscirai solo in un modo; poi tutto cambia e tu sei libero di girare per le strade a cui hai dato un frettoloso addio, quando eri ancora troppo piccolo per sapere cosa significasse dire addio.

Cosa è successo in mezzo, là dentro, dove niente può accadere? Come tenerne conto, come raccontarlo? Rectify è la storia di chi è stato messo in attesa e poi riportato alla vita, di chi si è ritrovato disancorato, interrotto e che deve tornare a concedersi al fluire degli eventi, all’incertezza, a una sorella che non sa più come salutarti. Parla di tornare in un mondo che forse è cambiato, ma non è certo migliorato. Parla di fede e redenzione, in toni cristallini, ché i battesimi sono nuovi inizi, o forse solo un augurio. In colonna sonora ci sono Bon Iver e Sharon Van Etten, se ancora non siete convinti.
Sara Mazullo

SONS OF ANARCHY

Season 6
[FX]

C’è un momento esatto nella quinta stagione di “Sons Of Anarchy” in cui cambiano le regole del gioco; un istante, tragico, dopo il quale la storia del club e soprattutto quella di Jax Teller non saranno più le stesse. Kurt Sutter ha saputo cuocere lentamente le trame della propria creatura e arrivati alla soglia della sesta stagione, era lecito aspettarsi un ulteriore sviluppo della vicende, anche in virtù del fatto che la settima dovrebbe essere quella che chiude definitivamente il cerchio. L’attenzione si è spostata ulteriormente sulle dinamiche familiari all’interno del club, ma sono aspetti che procedono in parallelo rispetto alle solite vicende di traffico di armi, case di appuntamento e violenze assortite. Ancora una volta sono le donne, solo apparentemente messe da parte da meccanismi maschilisti, ad avere un ruolo primario all’interno della serie.

Nel complesso, la stagione da poco andata in onda (in Italia la stanno dando in queste settimane) è una solida conferma di scrittura e interpretazione, un ulteriore tassello verso un finale che ci aspettiamo esplosivo. Siamo ancora scossi e increduli di fronte alle ultime immagini dell’ultimo episodio per il quale, onde evitare spoiler, ci limiteremo a ribadire lo sconcerto. Se ci mettiamo una colonna sonora eccellente che dal blues, passa per il southern rock, il folk e il pop, che regala canzoni mandate per intero sulla chiusura di quasi ogni episodio, abbiamo tra le mani un gioiello di cui è davvero difficile non innamorarsi.
Enrico Amendola

TOP OF THE LAKE

Season 1
[Sundance Channel]

La serie più importante dell’anno, non solo per capacità di visione ma anche per quel che comporta in ambito evolutivo: dopo anni di dibattiti pretestuosi, spesso a esclusivo beneficio degli inserti culturali maschili, finalmente le barriere tra grande e piccolo schermo sono venute definitivamente meno.

Ci vuole un canale attento alla sperimentazione (Sundance), una coproduzione accorta (BBC) per portare un po’ di classe inglese nel gioco (la mini-serialità e l’idea di non tediare lo spettatore con sette-otto stagioni che non ha più tempo di sopportare è roba soprattutto loro), ma con Jane Campion il significato di «film in più parti» diventa evidentemente chiaro. Top of the lake non è un crime drama e non è neanche un maldestro documentario sugli usi e costumi di popolazioni dimenticate dal creatore in Nuova Zelanda: come quel capolavoro di Red Riding, è uno studio violento di comunità. I suoi riferimenti vanno rintracciati più nell’antropologia culturale che nel romanzo. Vittima di un’eccessiva polarizzazione uomo-donna che però è coerente con il percorso della regista e con una fotografia decadente e perfetta, nel lungo periodo “Top of the Lake” verrà vista come il prologo artsy e indipendente di quello che rischia di diventare il vero capolavoro della serialità televisiva, quello che aspettiamo almeno dai tempi di “The Wire”.

Ci sono voluti più di 10 anni, ma “True Detective” su HBO ci insegna che il mezzo ha raggiunto definitivamente la sua maturità. Qualcuno si dispiacerà che sia stato necessario lo zampino di Hollywood, ma questo non toglie niente a tutti i lavori di cui abbiamo goduto per arrivarci.
Claudia Durastanti

 

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