LANA DEL REY
Ultraviolence

 
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7 Luglio 2014
 

Lana Del Rey - Ultraviolence

They judge me like a picture book by the colors

Nessuno si chiede più dove sia finita Lizzy Grant: se Lana del Rey fosse autentica o fosse una trovata commerciale è sempre stata solo una domanda mal posta. Mentre le altre pop star innalzano la loro vita privata a argomento di studio – dai coniugi Carter Knowles alla BadGal Riri – a Lizzy Grant non sembrava vero di potersi dimenticare di avere quel nome e cognome e un passato, non sembrava vero di iniziare a impersonare quella ragazza là, quella che ha visto con la coda dell’occhio o in un film in technicolor. Aveva detto vedi, dovrei prendermi un vestito rosso, diventare la ragazza che congela l’aria, che ferma le conversazioni. Quella ragazza lei lo è diventata ed è una messa in scena talmente piena di cliché che possiamo iniziare a chiederci che cosa farà Lana nella prossima scena, se alla fine sposerà quell’uomo e lui riuscirà a salvarla: come in un film è fiction, ma, fino a che le luci non si accendono, tu ci credi.

Avevo maltrattato il precedente “Born to die”, definendolo indifferente come la musica che ascolti nei camerini dei grandi magazzini, e forse ero stata un po’ troppo severa verso un disco che è ancora capace di farmi imbastire un siparietto melò, sguardi languidi e obliqui, perché “I’ve got the summertime, summertime sadness”, ma era davvero un niente di che. Il mio problema con quel disco era: Lizzy Grant si trasforma in Lana del Rey e va bene, ma per fingerti qualcun altro devi essere disinvolta abbastanza per farci dimenticare che quello è un palco, che gli interni sono stati disegnati da qualcuno, che tu sei stata disegnata da qualcuno – e quel disco, quella ragazza, mancavano di una sceneggiatura credibile, le pareti erano di cartapesta e qualcuno si era dimenticato di suggerirle l’ultima battuta. In “Ultraviolence”, la title track, Lana canta He hit me but it felt like a kiss, nelle interviste dice che di femminismo lei non parla, non le sembra un argomento interessante ma, insomma, nessuno si chiede se le donne di Dynasty o le dive di certi melò abbiano letto “Il secondo sesso”. Rihanna finisce all’ospedale, Miley Cyrus parla di quanto è buona l’erba del suo giardino, Lana del Rey canta I’m high on hydroponic weed, I’m a Brooklyn baby e finisce là.

Quando Francis Bean Cobain accusa Lana del Rey di rendere la morte di un giovane artista qualcosa di glamour quando non lo è affatto, ci obbliga a difendere la cantante – o a dire, cara Francis, non confondere i libri con la realtà: le lacrime di Lana sul palco, i pacchetti di sigarette, le malattie dichiarate, i suoi non vorrei essere viva, assomigliano ai crolli nervosi di altre artiste nella forma, ma commuovono come quelli dei film, ce ne dimentichiamo. Detto questo, “Ultraviolence” è un buon disco, più cupo di “Born to die”, meno divertente di “Born to die” (se mai è stato divertente). Lana è una ragazza di Brooklyn, con piume nei capelli e un ragazzo che suona nella sua band, lei canta Lou Reed e conserva libri di poesia Beat e dischi jazz introvabili, è da qualche parte sulla “West Coast”, un’attrice in declino o in attesa di brillare, con un amore e una casa sulle colline, è una “Sad girl”, una specie di Bonnie che aspetta Clyde, è un’arrampicatrice che vuole “Money Power Glory” che la ripaghino delle sue perdite e sconfitte, una che “fucked her way up to the top”; canta “this is my show”: Lana del Rey è un programma che va in onda tutti i giorni e che è arrivato a una buona stagione.

Ha imparato a dosare la voce e a sfruttare ritocchi meno invadenti – “Brooklyn Baby” nella sua semplicità, è una delle migliori tracce dell’album, che potrebbero cantare musiciste dalla reputazione incrollabile; è una che è stata capace di assorbire un’intera estetica da tumblr e di restituirla in termini chiari e evidenti tanto che ci sono cose che sono lanadelrey-ish e non è una cosa che riescono a fare tutti. Ora è passata dai colori desaturati, dai filtri un po’ cheap e dalle corone di fiori a qualcosa di altrettanto finto, ma a cui siamo disposti a credere un po’ di più: “Tropico”, il suo corto uscito lo scorso anno, serviva a chiudere visivamente il capitolo di “Born to Die/Paradise” prima del nuovo disco. Nuovo film, nuovo personaggio. E nella versione deluxe c’è anche “Florida Kilos” con la collaborazione di Harmony Korine: qualcuno qua, ha trovato un nuovo regista.

Ultraviolence
[ Interscope – 2014]
Genere: Indie-rock, alt-rock
Rating:
1. Cruel World
2. Ultraviolence
3. Shades of cool
4. Brooklyn Baby
5. West Coast
6. Sad Girl
7. Pretty when you cry
8. Money Power Glory
9. Fucked my way up to the top
10. Old Money
11. The Other Woman
12. Black Beauty
13. Guns and Roses
14 – Florida Kilos
15 – Is this happiness?

Tracklist
 
 

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