OTTO MOTIVI PER CUI VEDERE TRUE DETECTIVE

 
 
30 Settembre 2014
 

“True Detective” è una figata pazzesca. Non trovo altre definizioni. Migliore serie tv dell’anno, migliore serie tv del decennio, migliore serie tv di sempre forse non rendono bene l’idea e sono un po’ troppo roboanti (anche perché, altrimenti, “House of Cards” dove la mettiamo? E “Fargo”? E “Gomorra”? E “The Leftovers”?). Meglio ricorrere a una categoria critica abbastanza semplice: “True Detective” è una figata pazzesca.

Andata in onda negli Usa tra gennaio e marzo, arriva su Sky Atlantic il 3 ottobre. Ora: sorvoliamo sul fatto che non l’abbiate vista in contemporanea con la messa in onda statunitense (la Chiesa di Nic Pizzolatto vi assolve, amen), non potete non guardarla adesso che andrà in onda su Sky, senza la fatica di streaming che si bloccano, ricerca di torrent che si risolve in fake e virus, download bislacchi, sottotitoli non in sincrono.
Ecco otto motivi per cui, il 3 ottobre, dovete adagiare le vostre terga su un comodo divano e guardare questa serie tv.

1. I protagonisti
Una coppia di detective, come si può evincere dal titolo. Ma non due detective qualsiasi. Sono due personaggi che portano sulle spalle i loro demoni, chi in modo più evidente (Rust), chi in modo più nascosto (Marty). Sono il fuoco del racconto, uno dei pilastri su cui si fonda la potenza di “True Detective”. I monologhi di Rust mentre lui e il suo collega viaggiano sulle strade desolate della Lousiana, valgono già la rinuncia all’apericena con gli amici (ah, ma rinunciateci sempre, all’apericena). Sono così potenti che è già scattata la parodia: quei geniacci di The Pills hanno girato Du Detective (guardatelo dopo un paio di puntate, è una chicca).

2. Gli attori
Rust Cohle e Marty Hart sono interpretati, rispettivamente, da Matthew McCounaghey e Woody Harrelson. Diciamolo subito e togliamoci il pensiero: Matthew McCounaghey è un attore con i controcazzi. Oltre gli addominali e le commediole romantiche c’è di più: c’è un uomo che recita con una fisicità unica, sofferente. Il corpo di McCounaghey è attraversato dal racconto, lo incarna, lo mette in scena nel vero senso della parola.
E poi c’è Woody Harrelson. La forza di un personaggio come McCounaghey/Cohle non si manifesterebbe in modo così cristallino se non ci fosse un Harrelson/Hart al suo fianco. Intendiamoci: Harrelson non è una spalla. Se immaginate la classica coppia di poliziotti (quella “poliziotto buono + poliziotto cattivo”), cambiate canale, spegnete la tv, uscite a fare una passeggiata.

3. L’ambientazione
È il vero punto di forza. La Louisiana sporca, sudata, oscura, abbandonata a se stessa, non è un semplice sfondo alle vicende narrate: è, forse, la vera protagonista. Già dopo la prima puntata amerete i bayou, quella vegetazione implacabile, quella natura così maestosa nel suo mostrarsi indifferente ai destini degli esseri umani, quella vita che scorre umida e silenziosa. Amerete i bayou e vorrete subito tornarci. Perché funziona così con “True Detective”: nonostante tutto sia, in apparenza, respingente, il mondo creato dallo sceneggiatore Nic Pizzolatto seduce e attrae e non potrete fare a meno di guardarlo andare in rovina e marcire, così come difficilmente si resiste alla tentazione di fermarsi a guardare un incidente d’auto.

4. La colonna sonora
La sigla di “True Detective” è meravigliosa. Le immagini vengono rese ancora più evocative dalla canzone scelta per aprire ogni puntata: “Far From Any Road” degli Handsome Family è una canzone country rock polverosa e sensuale che sembra muoversi negli stessi territori emotivi esplorati dal racconto di Pizzolatto.
Poi ci sono le altre canzoni. C’è “Eli” dei Bosnian Rainbows con il suo afflato biblico; c’è “Honey Bee (let’s fly to Mars)” dei Grinderman, tutta adrenalina e frenesia; “The Brain Center At Whipples” dei Melvins, affilata e rabbiosa; il blues che scorre nell’anima del Mississippi.

5. La regia
Di solito non c’è un unico regista per tutte le puntate di una serie tv. Di solito non ve ne rendete nemmeno conto che c’è un signore che si è messo dietro alla macchina da presa per filmare quello che state vedendo, perché si cerca una regia media, che renda riconoscibile il prodotto finale e non l’occhio che ha messo a fuoco ogni singolo fotogramma. Ecco, di solito. Non è il caso di True Detective. Il regista di tutti e otto gli episodi è sempre Cary Joji Fukunaga (vincitore con “Sin Nombre” del premio alla regia al Sundance del 2009). Vi perdono se non lo conoscete. Ma, alla fine del quarto episodio, vi scapperà un “ma come cazzo ha fatto questo qui a girare un piano sequenza di sei minuti pieno zeppo di azione e di tensione?”: sei minuti degni di GTA.
Il regista unico, insieme al fatto che se la sia scritta tutta tutta Nic Pizzolatto, contribuisce a dare un taglio molto cinematografico alla serie: immaginate un film lungo otto puntate di un’ora ciascuno, non privo però di cliffhanger tra una puntata e l’altra.

6. La birra Lone Star
Il vero carburante del Rust Cohle invecchiato e magnetico che racconta l’inseguimento dello Yellow King nel 1995. La Lone Star esiste davvero: è una birra texana, tra le otto birre più economiche d’America. Rust ne beve una quantità incredibile mentre racconta. Beve, fuma, racconta. E a voi verrà voglia di una Lone Star. La cercherete al discount di fiducia, al supermercato fornitissimo con uno scaffale intero per le birre importate, la chiederete all’amico che fa il viaggio di nozze negli States. Perché anche voi vorrete ritagliare la lattina di Lone Star per farne dei simpatici e allegri pupazzetti.

7. Nic Pizzolatto
Se al liceo avessi avuto un compagno di classe con un cognome così, sicuramente l’avrei preso per il culo. Non vi azzardate a prendere in giro Pizzolatto. Lo sceneggiatore di True Detective vi porta per mano nell’eterna lotta tra il bene e il male. Per lui hanno tirato in ballo il realismo sporco e il southern gothic. Mischiati insieme. Nel pentolone di influenze letterarie che stanno dentro la testa di Pizzolatto ci sono: Robert W. Chambers (autore di “The King in Yellow”), Ambrose Bierce, H.P. Lovecraft, Laird Barron. Un personaggio come Rust Cohle, invece, è sostenuto da un tridente niente male di filosofi: Friederich Nietzsche, Emil Cioran, Thomas Ligotti.
Perché dovreste amare Pizzolatto? Semplice: vi fa viaggiare, vi trascina dentro a una storia piena di ombre, vi costringe a toccare l’oscurità.

8. Le relazioni sociali
Come avete fatto, in questi mesi, ad avere relazioni sociali senza aver mai visto un solo minuto di “True Detective”? Di cosa avete parlato con gli amici davanti a una birra? Ho passato serate intere a commentare ogni singolo fotogramma di questa serie. Mi sono sforzato di imitare Rust Cohle, quel suo distacco dalle cose, la parlata lenta e strascicata, “time is a flat circle”, gli occhi allucinati. Ovviamente i risultati sono stati scarsisssimi e non sono riuscito a replicare nemmeno l’1% del fascino di Rust. Ma dovreste provarci.

p.s.: dimenticavo una cosa. “True Detective” è prodotta da HBO. Sì, quelli di “Game of Thrones”, “Boardwalk Empire”, “True Blood”, “Girls”, “The Leftovers”. Serve aggiungere altro?

 

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