CLUB TO CLUB 2014

 
12 novembre 2014
 


Foto di Matteo Bosonetto

Per la stragrande maggioranza delle persone Torino è la città della FIAT e della onnipresente famiglia Agnelli. L’immaginario collettivo è un qualcosa di molto potente e fa presa con forza sulle menti.
Torino è tante altre cose, si respira in varie zone che la capitale d’Italia una volta risiedeva proprio lì. Le piazze, i viali alberati ed i palazzi maestosi non mentono affatto e perdersi con lo sguardo è facilissimo. Sì ci sono le periferie, il tanto famigerato degrado si è spostato da sud a nord ma le trasformazioni sono in atto dappertutto. La città è da sempre multiforme e anche a Barriera di Milano, nel nord, gli strati sono sovrapposti proprio come i muri dipinti da Francesco Giorgino in arte Millo. Nelle opere che hanno abbellito il quartiere le strade che si annodano e le proporzioni inconsuete lasciano spazio a mille interpretazioni dove chiunque può vedere cosa vuole, proprio come chi entra in una città.

Qui ci rivolgiamo alla musica ma l’opera artistica, o architettonica che sia, ha a volte una caratteristica in comune: il soggetto o la performance è solo un mezzo per vivere delle sensazioni proprie.
Alfa MiTO Club To Club permette di vivere della emozioni forti e solo per questo bisognerebbe ringraziare chi in Italia riesce a non sembrare ridicolo quando pronuncia la parola “Clubbing”. Chiaramente anche qui, tra il pubblico, c’è chi non riesce ad afferrare il senso compiuto dell’evento e la volontà di costruire un festival come questo. C’è chi insomma entra esclusivamente per fare foto e postarle in tempo reale sui social network.
Il cavallo di Troia, tema della quattordicesima edizione, spiega molto, tutto dell’attitudine che si è coagulata ormai a Torino. Penetrare le difese del pubblico italiano, introdurre delle novità che in altre zone sono già realtà importanti e sviluppare il panorama underground con proposte mirate e precise.

Pensiamo all’ondata footwork che sta investendo il mondo grazie al lavoro del defunto DJ Rashad e di tutta la sua crew. Il nostro Paese non è stato sommerso da tutto ciò e solo in queste occasioni si può captare qualcosa a riguardo. I trend che stanno nascendo nel sottosuolo angloamericano sono ormai diventati mode e stili di vita oltreoceano. Gli stessi si impongono in Giappone – guardate i video della Hyperdub a Tokio -, in Europa ma faticano a superare le Alpi. Torino e il Club To Club sono invece attentissimi, e si può anche richiamare un gran numero di persone senza avere in tabellone nomi più noti e scontati. Festeggiare i 25 anni della caduta del muro di Berlino, con la “Berlin Wall 25”, senza Ben Klock è stata una scelta apprezzata ed azzeccata.


Foto di Matteo Bosonetto

La crescita continua del festival è evidente e nulla viene lasciato al caso, dalle location al supporto costante. Piccole pecche ci sono state: alcuni problemi tecnici a Kode9 durante il set all’Hiroshima Mon Amour e tassisti che non applicavano il 10% di sconto, non inficiano un lavoro organizzativo comunque ottimo.
Ma chi ha suonato? Cosa abbiamo ascoltato?
Il nostro festival è iniziato giovedì al Teatro Carignano, luogo in cui il Re andava a vedere la commedia. In pieno centro, con illuminazioni multicolore all’esterno ed all’interno il rosso delle logge e l’oro degli stucchi. Al centro della scena l’Hyperdub, prima Laurel Halo e poi Kode9. E il set è particolare, esclusivo per grandi occasioni. Da una parte l’americana ha ricercato un’irregolarità profonda e perfettamente integrata con il buio del luogo, le sperimentazioni di alcuni suoi lavori antecedenti a “Chance of Rain” hanno così trovato il giusto spazio. Un’artista spettacolare e completa da ascoltare in qualsiasi occasione. Il padrone di casa della serata è poi il boss dell’etichetta inglese che, a suo agio anche in un teatro, ha omaggiato prima Spaceape e poi DJ Rashad. I due artisti recentemente scomparsi, lutti che hanno colpito duramente la casa discografica, ricorrono in ogni apparizione degli “affiliati”, il tutto in modo naturale e nient’affatto commerciale. Spoken-word, fantasmi e piccoli spasmi che riportano in superficie anche Burial.

Ci si sposta all’Hiroshima Mon Amour dove ancora Kode9 propone un dj set più classico e, problemi tecnici a parte, sentire dal vivo “Ambush” di Flowdan è sempre un piacere.
Prima però il locale e i suoi muri sono stati messi a dura prova da Ben Frost, accompagnato da un batterista all’altezza (come quello di The Field). Un live del genere è difficile da immaginare, le distorsioni ed i droni caricano l’aria di un’elettricità debordante in grado di far vibrare gli organi interni di ogni persona presente. Ad un tratto il respiro affannato di una bestia feroce squarcia i ritmi, fa piombare tutti in uno stato di massima attenzione e regala sensazioni nitide: una foresta, una corsa disperata e tanto sangue per terra. Uno dei momenti più alti dell’intero festival, uno di quelli che restano impressi per sempre.


Foto di Matteo Bosonetto

Venerdì arriviamo tardi che il cibo ed il vino sono una grande passione e quando si è tavola bisogna gustare ogni piacere possibile. Le donne si prendono l’intera posta e non è un discorso di genere che va tanto di moda, dalla politica alle università fino a giungere al nuovo femminismo “alla Lena Dunham”. Jessy Lanza, Kelela e Fatima Al Qadiri in un unico evento sono un trittico che fa rimanere bloccati nella Sala Rossa. Luogo caldo ed accogliente in cui proporre una vasta gamma di suoni che fondono le sperimentazioni tipiche della scena inglese ed americana in cui i bassi si frammentano lasciando spazio ad hip hop ed R&B. Kelela, vestita con un abito nero trasparente molto sexy, ha ammaliato tutti con la sua voce trascinando i due deejay alle spalle. I devoti Fade To Mind e Night Slugs – non solo loro – sono rimasti impressionati e magari un visual con le grafiche pompate tipiche delle due etichette avrebbero reso il tutto ancora migliore. Non vi arrabbiate, a noi Kelela piace più della patinatissima FKA Twigs.

Caribou lo vediamo poco perché arriva Fatima Al Qadiri, perdere la sua esclusiva italiana sarebbe sanguinoso. Con lei si viaggia in varie parti del mondo grazie ad un laptop che regala bassi, danze tribali, urban music e origini arabe che ritornano in continuazione. La sua produzione, fissata nel recente “Asiatisch” e in una serie di Ep, coabita con grandi potenziali nella creazione di play list sublimi.
Venerdì c’erano anche degli uomini sì. Evian Christ è un protetto di Kanye West e questo spiega già molte cose, una sicurezza. Successivamente Pantha Du Prince in stato di grazia ha deliziato sul Main Stage con la classe quasi scientifica che lo contraddistingue. Lentamente ha perso strati di vestiti, dall’impermeabile con cappuccio ad un look raffinato perfettamente integrato al suono. Le progressioni, il groviglio di luci e ombre, i campanelli ed il loro tintinnio, un groove algido e cristalli ovunque: lo abbiamo visto altre volte, così in forma mai.


Foto di Matteo Bosonetto

Ancora scossi dal teutonico non riusciamo ad entrare perfettamente nello show festoso di John Talabot e Axel Boman, Talaboman. D’altronde fare il turista di giorno non è tanto compatibile con gli orari del festival e dunque diamo appuntamento alla prossima volta ai carissimi e bravissimi Andy Stott e Miles Whittaker.
Sabato, il Gran Finale, arriva subito e siamo incredibilmente pronti ad affrontare il tutto.
Si inizia con il live di Clark, sul Main Stage con alle spalle un visual disegnato da ipnotiche linee verdi. Il suono tuttavia è confuso e dopo un po’ diventa piuttosto noioso, forse era solo l’attesa per l’All-Star Team: i Future Brown. Alla consolle Fatima al Qadiri, quel folle di J-Cush in tuta bianca larghissima e gli Nguzunguzu. Prince Rapid con il microfono a tenere il ritmo e a rappare. Il pallone da basket che si disintegra, le influenze provenienti dai lavori personali, la Teklife alla spalle, il Footwork e un futurismo fuori dal normale. Sono i primi spettacoli insieme, c’è tanto da affinare e mille meccanismi da sistemare ma il divertimento è tanto.

Metterli sul palco principale è il nostro emblema del festival: il cavallo di Troia al centro della serata finale, un nuovo trend mostrato al grande pubblico. Una scelta coraggiosa e ancora una volta molto apprezzata. Nella Sala Rossa c’è Visionist, scurissimo e carico di beat a trascinare tutti in un’altra dimensione, un mondo che ancora non conosciamo bene perché non basta andare a Londra in vacanza per imparare ad apprezzare questi suoni. Arriva anche J-Cush e si balla come matti, che fatica lasciare la stanza per andare da SBTRKT.
La maschera tribale ha classe, è coinvolgente e una folla estasiata lo ha ascoltato facendolo sentire a casa. Uno show d’impatto che tuttavia non ha lasciato le stesse sensazioni dei lavori su disco o vinile, la cosa è normale ma ci ha lasciato un poco interdetti. Promosso con riserva.
Jacques Greene invece passa senza problemi il turno e guadagna una buona dose di applausi con un dj set tirato ed esteso dimostrandosi eclettico, un ragazzo da seguire nel prossimo futuro.

Poi c’è la commemorazione della caduta del Muro di Berlino e sale la fatica. Apparat, Recondite e Dettmann chiudono la serata nella sala grande. Il primo inizia con un set cupo, poi vira su una tech-house semplice, apprezzabile ma a tratti scontata. Ci eravamo divertiti di più lo scorso anno con i Modeselektor che secondo noi rendono meglio in un dj set rispetto al signor Ring. Recondite regala il momento più alto del “Berlin Wall 25”, melodia e profondità che raggiungono i pozzi neri più profondi. Infine Dettmann è una sorta di usato sicuro ma preferiamo andare da Vaghe Stelle, anche per conquistare lo spazio necessario a chiudere in bellezza con Vessel.
L’italiano – che bravo è stato – propone ritmi ondeggianti ed “intelligenza artificiale”. Piacevolmente anestetizzati ci sediamo e aspettiamo il manipolatore totale, Vessel. Chiudere con lui, abbiamo faticato a rimanere svegli fino alle cinque, è un’altra cosa che ci è sicuramente piaciuta assai. Un altro grande cavallo di Troia messo in scena, andare via con in mente il miasma allucinante dell’inglese è stato magnifico.
La performance è racchiusa nel suo messaggio postato la mattina successiva: Club2club I have a fractured wrist, no thumb nail and no pants. What the hell happened this morning?
Semplicemente mostruoso, un tamburo battente e una buonanotte (buon riposo?) mai ricevuta prima.

Torneremo alla fonte il prossimo anno perché abbiamo ancora molta sete. La “vecchiaia” avanza e tenere certi ritmi è difficile, resisteremo come al solito e aspettiamo nuove sorprese.
Il cavallo è stato lasciato entrare, il Club To Club è il traino principale di un movimento che sta crescendo molto bene. Siamo certi che il Robot, il Dancity, lo Spring Attitude e nel suo piccolo il Node Festival seguiranno la strada tracciata a Torino lo scorso week end.

 

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