PHILIP SELWAY
Weatherhouse

[ Bella Union - 2014 ]
7
 
Genere: folk, songwriting
 
10 Dicembre 2014
 

Lo avevamo lasciato quattro anni fa, al tempo di “Familial”, un esordio che già metteva in luce un talento abbastanza cristallino, a lungo tenuto nascosto dietro a doti ritmiche di tutto rispetto. Ecco: immaginatevi un disco come “In Rainbows” senza il suo contributo e poi torniamo a parlarne davanti a una birra; anzi, davanti ad una tazza di tè. Forse Philip Selway preferirebbe così, poiché l’uomo che da sempre siede dietro la batteria dei Radiohead, benché assai talentuoso, non è mai stato uno troppo appariscente o troppo maledetto. È uno di quelli a cui riesce molto meglio essere una persona piuttosto che un personaggio, che predilige, per dirla con banalità, la sostanza a discapito della forma; e tenendo conto che di quest’ultima ne ho francamente le palle piene, quando mi ritrovo davanti a un disco che mette in fila una decina di ottime canzoni, senza troppi fronzoli di sorta, scevro dal solito marketing che fa da contraltare a certe uscite musicali, non posso che ritenermi quanto meno contento.

Allora, lo dico subito, così mi tolgo il dente: “Weatherhouse” è il disco solista che Thom Yorke avrebbe voluto fare. Ebbene sì: a questo giro la crapa pelata batte l’occhiolino pio di diversi punti: a livello di scrittura siamo davvero su ben altri livelli, e inoltre il secondo album solista di Selway rappresenta un netto passo in avanti rispetto alle già apprezzabilissime reminiscenze folk – pop e drakeiane del suo lavoro precedente. Qui, troviamo un musicista più consapevole dei propri mezzi e del proprio talento: migliorato nella modulazione della voce, probabile punto debole di “Familial”, cresciuto nelle ambizioni e nelle intuizioni in sede di arrangiamento.

“Coming Up From Air”, brano d’apertura, può sintetizzare al meglio quanto detto poco sopra: linea melodica eccellente, armonie che uniscono effetti elettronici a contrappunti analogici; un’atmosfera non troppo distante dai fasti di “Ok Computer”. Discorso valido anche per la successiva coppia di brani, “Around Again” e “Let It Go”: della prima spiccano le ritmiche elaborate, mentre della seconda l’intenso crescendo finale, votato all’orecchiabilità. Un po’ come avviene in “It Will End In Tears”, forse il brano migliore del lotto, splendido nell’unire le sonorità del Fender Rhodes e il dolce-amaro quartetto d’archi a un sopraffino gusto pop.
Incontriamo poi timbriche acustiche nella più notturne “Ghosts” e nei morbidi arpeggi di “Don’t Go Now”. “Drawn To The Night” è invece una delle molteplici strizzate d’occhio al cantato di Yorke, e il sound di “Waiting For A Sign”, retto da una insistente drum-machine, è la canzone che più sembra omaggiare Jonny Greenwood e tutti quei suoni sui quali i Radiohead si sono buttati a capofitto. Conclude il tutto la rassicurante “Turning It Inside Out”: una cullante catarsi armonica di archi e pennellate elettroacustiche venate di elettronica.

Un disco solido e compiuto, dunque promosso a pieni voti; niente di nuovo o di epocale, ma d’altro canto le rivoluzioni non si chiedono più a nessuno.
Il consiglio, specie in queste giornate tardo-autunnali alle quali ben si confà, è quello di concedergli più di una possibilità, diffidando di chi scrive e incide i dischi in dieci giorni e poi li mette su torrent.
Thom… si scherza, eh.

Tracklist
1. Coming up for Air
2. Around Again
3. Let It Go
4. Miles Away
5. Ghosts
6. It Will End in Tears
7. Don’t Go Now
8. Drawn to the Light
9. Waiting for a Sign
10. Turning It Inside Out
 
 

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