TOP 10 ALBUM 2014 DI SARA MARZULLO

 
21 Dicembre 2014
 

#10) HAVE A NICE LIFE
The Unnatural World
[Enemies List – 2014]

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No one sings as purely as those who inhabit the deepest hell – you think you’re hearing the song of angels but it is that other song.
(Lydia Davis – “Varieties of disturbance”)

#9) THE WAR ON DRUGS
Lost In The Dream

[Secretly Canadian]

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Che quello dei War on Drugs sia uno dei dischi dell’anno, è una cosa su cui siamo tutti d’accordo, credo, che lo sia del mio anno, invece, mi soprende un po’. Eppure, ogni volta che parte “Under the pressure” penso a una scena di “The place beyond the pines” in particolare: c’è Ryan Goslin che ha fatto la prima rapina e tutto è andato bene e inizia a ballare sopra Bruce Springsteen – ci penso tutte le sante volte: forse non siamo al sicuro, forse là fuori non è migliorato niente e stanno per venirci a prendere, ma finché la canzone non finisce, è tutto a posto.

Questo disco mi fa sentire esattamente così, e direi che non va per niente male.

#8) SWANS
To Be Kind

[Young God Records/Mute]

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Scrivere dischi di due ore, fare concerti di tre: gli Swans sono una forma di ipnosi collettiva a cui mi sottopongo volentieri, ancora una volta, soprattutto questa volta. Davvero devo aggiungere qualcosa?

#7) GROUPER
Ruins

[Kranky]

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Le rovine degli imperi ci danno il senso della loro grandezza: da qua, l’amore di Liz Harris deve essere stato qualcosa di immenso, e si capisce anche se lo canta con voce sommessa, china sui suoi strumenti, come attenta a conservare le strutture delle canzoni e delle storie che collassano.

Una poetessa scriveva The hills step of into whiteness / people or stars / regard me sadly, I disappoint them e il Portogallo fuori dalle sue finestre assomiglia a una line of breath.

#6) SHARON VAN ETTEN
Are We There

[Jagjaguwar]

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Non mi è mai piaciuta la frase di Jeffrey Eugenides per cui tutte le lettere sono lettere d’amore, perché non significa poi molto, eppure ogni volta che ascolto Sharon Van Etten penso al fatto che non siamo in grado di parlare di tutto, e che ci sono stati consegnati solo alcuni codici e temi e questo è quanto. Forse per certe persone ogni lettera è una lettera d’amore.

Prendere una storia e farla parlare è un miracolo, come affrancarsi da un dolore, senza rimuoverlo. Questo non è un disco felice, eppure a me fa stare bene: come quando ci siamo messe a ridere nei nostri letti gemelli anche se la situazione non lo prevedeva, o abbiamo ballato fino a cadere esauste, come quando abbiamo cantato le sue canzoni, muovendoci con esagerata teatralità nel tramonto.

#5) ICEAGE
Plowing into the field of love

[Matador]

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He and Lonzi were no longer close, but they had shared something Valera would never forget, a youthful recognition that vital life was change and swiftness, which only reveal itself through violent convulsions scrive Rachel Kushner, ne “I lanciafiamme”.

Tra tutti, il mio aggettivo preferito in inglese è sempre stato restless ed è il migliore che trovo per descrivere questo album (e tutti i restanti days of disorder che devono ancora arrivare): i ragazzi danesi iniziano a cantare come Nick Cave e sì, questo è quello che aspettavo.

#4) WARPAINT
Warpaint

[Fiction]

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“Trying not to try” è un saggio uscito quest’anno su come essere ef ortlessy and ef ectively cool: in alternativa potete sentirvi il disco delle Warpaint e imparare un paio di mossette da queste ragazze, che scrivono un album che non ha centro di gravità e sembra un sabba, sembra una fata morgana, sembra una cosa che – fisicamente – non riuscite a non ascoltare.

#3) THEE SILVER MT. ZION MEMORIAL ORCHESTRA
Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything

[Constellation]

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Ed è strano, mentre il vento gelido v’incolla addosso i vestiti, appoggiare la mano al suolo e sentirlo caldo. In questo luogo così elementare vi sforzerete di elevarvi, di essere spirituali, penserete all’anima: dove se non qui? Ma non c’è traccia di spirito, solo di materia, è ridicola anche la più remota idea di trascendenza, uno pensa ai suoi morti e capisce che sono sparitii
(C.Giunta, “Tutta la solitudine che vi meritate”)

#2) EMA
Future’s Void

[City Slang]

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Il futuro, prima, assomigliava a una freccia, una linea, un posto bellissimo in cui non vedevamo l’ora di arrivare. Poi le pareti hanno cominciato a scrostarsi, i muri a cadere e ci siamo messi la carta argentata intorno alla testa per non farci leggere i pensieri dagli extraterrestri.

Erika M. Anderson scrive un secondo album sulle distanze tra i pianeti e la nostra pelle, su come i ragazzi sidisegnino costellazioni di beauty marks. Erika M. Anderson racconta di quando eravamo alieni.

#1) SUN KILL MOON
Benji

[Caldo Verde]

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La prima volta che ho ascoltato “Benji” non sapevo chi fosse “Carissa”: oggi io e lei non siamo meno consaguinee di quanto non lo sia Kozelek.

La prima volta che l’hai ascoltato, hai avuto voglia di chiamare casa, per sapere come andava, terrorizzato dal perderti qualcosa, dal perdere qualcuno, ma questo è stato l’anno in cui abbiamo dovuto imparato a dire addio: forse Kozelek non ci avrà insegnato le buone maniere, ma perlomeno ci ha detto che devi lasciar andare le cose, che questo è l’unico modo per tenerle a te; il nome di “Carissa”, dice, va affidato al vento per far sì che arrivi ovunque. The Great(est) American Album.

 

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