I MIGLIORI LIBRI DEL 2014 [ PARTE #2 ]

 
di
26 Dicembre 2014
 

I MIGLIORI LIBRI DEL 2014 / PARTE PRIMA

MUSICA DI MERDA
Carl Wilson
[Isbn Edizioni / Traduzione di Silvia Castoldi, Marco Passerello]

Perché odiamo tanto Celine Dion? Perché crediamo che i nostri gusti – raffinati, scelti, educati – ci rendano persone migliori? Mentre andiamo incontro a rivalutazioni di ogni tipo, Wilson prova a spiegarci cosa significa amare qualcosa di relativamente non complesso senza che questo diventi un tic intellettuale: c’entrano le canzoni, le emozioni e cosa succede quando le due cose si incrociano.

C’è una scena del libro che lo spiega meglio: Wilson ricorda l’ex moglie (Sheila Heti, presente a sua volta nel volume con uno scritto) avvicinarsi a lui cantando una canzone: «Non c’era nient’altro, di più stratificato o contraddittorio, da dire. Oh Boy! esprimeva esattamente come si sentiva, proprio lì e in quel momento, verso di me. Non penso di essermi mai commosso di più di fronte a una dichiarazione d’amore, nemmeno durante la cerimonia nuziale. Raramente mi sono sentito così onorato, così umano, così sicuro che essere semplicemente umano fosse abbastanza».
( Sara Marzullo )

IL CARDELLINO
Donna Tartt
[Rizzoli / Traduzione di Mirko Zilahi de’ Gyurgyokai]

È incredibile come un libro di quasi 900 pagine, bello e terribile come quello che ha scritto Donna Tartt, sia diventato un best seller, o forse non è incredibile, perché abbiamo sempre bisogno di storie e di narratori e questo romanzo ha la forza di un incantesimo; un’amica che lo stava leggendo lamentava la difficoltà a liberarsi del libro: lo leggeva mentre andava a lavoro, salendo le scale, nelle pause, si sentiva come il cardellino del titolo, dipinto con una catenella a tenerlo legato al muro, e i simboli sono un modo semplice per spiegare i fenomeni.

Già nelle classifiche dello scorso anno (in Italia la traduzione è arrivata solo in primavera), poi premio Pulitzer, Il cardellino è il terzo romanzo di Donna Tartt dopo anni di silenzio, ed è la storia di Theo, di un quadro e di un anello: una specie di fiaba del nuovo secolo che parla di come si perdano madre, padre e innocenza crescendo, di New York e di Las Vegas e di come la bellezza sia la più tremenda delle colpe.
( Sara Marzullo )

IL CORPO NON DIMENTICA
Violetta Bellocchio
[Mondatori]

In assenza di tracce, è possibile ricostruire una cronologia, scrive Violetta Bellocchio, mettere insieme gli indizi e gli anni che non ricordi. Il fatto – spiega poi – è che tu non potrai mai dimenticare, che esiste una memoria più persistente e indistruttibile, dentro la tua pelle: la chiami lei in mancanza di una definizione migliore. Per anni, ogni giorno, hai provato a scappare, ma dato non ti allontanerai più di così, decidi di mettere la tua storia per iscritto: in assenza di tracce, questo libro è la tua mappa, la tua testimonianza che quello è stato.

Se c’è una forma letteraria con cui ricordare quest’anno è il memoir: questo libro più di altri insegna com’è che funziona quando inizi a raccontare una storia che nessuno vuole sentire, quando metti per iscritto un caso e non ci sono colpevoli e non ci sono moventi, quando dici che, sì, una ragazza può decidere di perdersi e può anche decidere di ritrovarsi.
( Sara Marzullo )

LA REGINA DELLE NEVI
Micheal Cunningham
[Bompiani / Traduzione di Andrea Silvestri]

C’è un’immagine in questo libro a cui continuo a tornare: quella di una coppia seduta in un bar, in attesa: sono in quell’età in cui si smette di essere ragazzi, ma in cui mancano altre definizioni più calzanti, in cui si smette di essere viandanti, paghi delle monete raccattate per strada e si smette di temere la parola normalità – i due sono Stella e Andrew e nel libro appaiono solo di sfuggita, eppure La regina delle nevi racconta proprio di questo, di come finisci per meravigliarti di quello che resta, come fosse un miracolo, parla del desiderio di essere speciali che si converte nel desiderio di avere una vita decente, libera dal dolore.

Racconta di due fratelli, di Beth che svanisce nella neve, di come i cocci verdi di una bottiglia possano assomigliare al tuo cuore e di come siamo finiti a vivere in quartieri che neanche una furiosa gentrificazione renderà mai gradevoli ai nostri genitori. Cunningham racconta il dolore, di come possa non trovare un senso, di come – forse – riesca solo a renderci persone un po’ migliori: non scriveremo mai canzoni perfette, libri perfetti, quel che conta è averci provato.
( Sara Marzullo )

COME UN RESPIRO INTERROTTO
Fabio Stassi
[Sellerio]

È possibile scrivere un racconto corale riuscendo a mantenere al contempo la centralità di un personaggio? La risposta è sì; ed è ciò che avviene nell’ultimo lavoro di Fabio Stassi, che non è solo uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi anni, ma anche un rincorrersi di storie intrinsecamente legate a Soledad, una cantante tanto splendida quanto sfuggente, che strega ed incanta chi le sta dintorno. Non inciderà mai un disco: la sua voce resterà solo un meraviglioso ricordo nelle orecchie e nelle menti di coloro che l’hanno sentita cantare, di coloro che l’hanno amata. Cadrà tra le braccia di molti, senza però incontrare il vero amore, rappresentato forse da Matteo, il contrabbassista innamorato di lei che le sarà sempre amico, presente tra le voci narranti che compongono Come un respiro interrotto, un libro capace di avvolgere e cullare, grazie a una prosa ricca ma misurata, che ama il periodo lungo ed elaborato al punto giusto.

Stassi scrive un romanzo che attraversa la storia italiana degli ultimi quarant’anni, dove la Roma del folkstudio, della contestazione giovanile e dell’impegno culturale e politico convivono con le immagini di una Sicilia rappresentata come una terra-madre, un luogo dove tutto ha inizio e dove ogni cosa germoglia. Non è un caso che questa regione sia stata anche il luogo d’origine dell’autore, nonché patria di scrittori che meglio di altri hanno portato in alto il nome della nostra letteratura: da Verga a Pirandello, fino a Tomasi di Lampedusa, Vittorini, Sciascia, Bufalino e Consolo. Una tradizione di incredibili narratori nella quale, un giorno, potrà essere anche Stassi; sempre se continuerà a regalare gioielli come questo.
( Marco Renzi )

SONO IL FRATELLO DI XX
Fleur Jaeggy
[Adelphi]

Il ritratto non risponde. È calmo e disperato. Come un’illusione ottica, la disperazione ha un suo aspetto visivo, effonde calma, gelo, lievità. Il gentiluomo del ritratto non vede più nulla che si lasci dire a parole. Prega Regula di tacere, di non guardarlo, di chiudere la porta. Lui vuole andarsene, semplicemente andarsene, per sempre. Quello che Fleur Jaeggy fa in queste 129 pagine è un ossimoro: tiene la porta aperta e dice quello che non si lascia dire. Anche nel primo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta, c’è qualcuno che guarda (spia) quando non dovrebbe. Si tratta di delectatio morosa, l’indugiare che Jaeggy definisce con le parole di Thomas de Quincey “dark frenzy of horror” e che rappresenta l’altra faccia della diversione (Übersprung), termine del vocabolario etologico che l’autrice parafrasa con malinconico disfarsi di un legame con la vittima. È il tempo congelato di questo distacco il filo rosso della raccolta: le separazioni su cui Jaeggy indugia non sono quelle dall’amore (che qui si chiama rapporto servo/padrone) bensì da una sorella, dal proprio doppio, da un’idea, da un’amica, dai morti, dal desiderio e, in ultima istanza, dalla vita; ma l’oscura frenesia dell’orrore non si traduce mai in uno squarcio nella carne, perché il dolore è qualcosa che è stato, il sangue rappreso ha lasciato il posto al “vero e unico incubo, del vivere”.

Svizzera che scrive da sempre in italiano (ma elegge il tedesco ad alfabeto dei sogni e dei morti), Jaeggy usa la lingua per cui è amata fin dai tempi de I beati anni del castigo per cristallizzare il tempo e trasformarlo in una parentesi silenziosa che non distingue tra reale e fantastico, né tra passato e presente e che contiene sempre meno di quanto si vorrebbe sapere. E alla fine poco conta che alcuni personaggi riescano ad uscire dalla vita: il gentiluomo del ritratto che «cominciò a vagare nella tenebra, sempre più alla deriva” sa che “anche quel gesto era un’illusione. Non c’era alcun luogo chiamato fine».
( Valentina Rivetti )



SUITE 200
Giorgio Terruzzi
[66thand2nd]

Di Ayrton Senna conosciamo tutto ormai. La vita, la famiglia, le imprese sulle piste di Formula 1. 
Ma soprattutto conosciamo la sua morte, quel 1° Maggio del 1994. L’abbiamo vista, rivista, analizzata e somatizzata. Nell’incredulità e nello sgomento l’abbiamo anche accettata.
Quello che non conosciamo di Senna, e della sua prematura morte, sono i suoi pensieri e le sue sensazioni durante quel tragico weekend.
Giorgio Terruzzi ci riporta al giorno prima, o meglio, alla notte che precede quel 1° Maggio.
Lo fa immergendosi completamente nell’inconscio e nel privato di Senna. Entra nella sua testa, e nella sua camera dell’Hotel Castello, quella che preferiva e che richiedeva sempre.
Una notte lunga e insonne, colma di ricordi e preoccupazioni, ma anche di malinconia e disperazione. Senna era una divinità caduta, un superuomo che nascondeva una fragilità non comune. Il suo talento era tanto dono quanto supplizio. Tanto amato quanto solo. 
E mai come in questo libro ci potremo avvicinare ad Ayrton Senna come amici, come compagni. Mai come in questo libro potremo sentire la sua sofferenza ed il suo dubbio. 


Attraverso le persone che più hanno influenzato la sua vita, come suo padre, suo fratello, la fidanzata Adriana, e il suo manager Jacobi, Terruzzi ci porta i ricordi migliori di Senna, quelli inediti e lontani dalle telecamere. Lontano dalle piste. Senna lo conosciamo come spietato dietro il volante, fiero e determinato con lo sguardo nascosto dalla visiera, ma Terruzzi ci svela l’uomo privo di casco e di tuta, solo nella sua stanza, in attesa di un sonno che stenta ad arrivare e che inevitabilmente, arriverà. 
Non troverete il numero di Gran Premi vinti, di mondiali conquistati, o il numero delle sue Pole Position. In questo libro troverete Ayrton Senna, l’uomo.


( Francesco Ruggeri )



FUN
Paolo Bacilieri

[Coconino Press]

Paolo Bacilieri ormai non è più una sorpresa, piuttosto una bellissima conferma. 
Dopo “Sweet Salgari”, biografia dello scrittore reso famoso dal ciclo di Sandokan, Bacilieri torna con una storia su più livelli, affidata a più personaggi e ambientata in luoghi ed epoche differenti.
 “Fun” inizia il suo percorso a New York nel 189, dove assistiamo alla nascita del cruciverba per mano di Arthur Wynne, 42enne di origini inglesi che si occupava della pagina di intrattenimento “Fun” del New York Herald. La ricerca di qualcosa di nuovo che impegnasse i lettori del quotidiano newyorchese lo porta a proporre al suo capo redattore il primo cruciverba della storia. 
La narrazione prosegue nella sua parte “americana” seguendo il successo e la storia di questo gioco, salvo poi trasferirsi nel contemporaneo mondo dell’alter-ego di Bacilieri, Zeno Porno, e della sua Milano.


Nella parte “moderna” Zeno Porno conosce il professor Quester e, complice il loro comune interesse per il cruciverba, sviluppano un amicizia, spiati nel contempo da una bellissima ragazza.
Senza voler cadere nella retorica del tratto disegnato, raramente si trovano tavole così dettagliate e ben rappresentate come quelle di Bacilieri che, da buon amante dell’architettura, sa rendere in maniera spettacolare edifici, arredi urbani e verticalità (a New York soprattutto). 
Gli edifici disegnati da Bacilieri, in particolar modo in questo “Fun”, sono pieni, particolareggiati e sembrano vivere di vita propria. Spesso e volentieri ci si sofferma sulle sue tavole molto più tempo di quanto non serva per leggerne il testo, complice un talento enorme per la rappresentazione della struttura e dell’edificio come parte integrante della storia, e non solo come “sfondo” nascosto dietro al personaggio. 
Fun, come ci suggerisce il titolo semplice ma sagace, è una storia divertente, ben raccontata e magistralmente disegnata. Una storia che in questo caso non si conclude, lasciando presagire un seguito che già da ora attendiamo impazienti. 


( Francesco Ruggeri )



QUITALY
Quit The Doner

[Indiana]

Quit The Doner è in grado di farmi sbellicare dalle risate, mandarmi in paranoia e spingermi in profonde riflessioni sociali ed economiche. 
Il tutto all’interno di un solo paragrafo di un suo qualsiasi articolo.
 In “Quitaly”, praticamente una raccolta di molti dei suoi pezzi già apparsi in giro per la rete e alti inediti, Quit The Doner si immerge nelle realtà più disparate e autentiche d’Italia, passando senza problemi dall’orgia turistica in Salento ai mercatini di Natale di Bolzano.
 Ciò che lo distingue da un qualsiasi altro reporter/giornalista è che affronta ogni realtà con la stessa identica faccia di bronzo. Un cinismo lievemente snob, che però si rivela irresistibile ed efficace. Quit non si pone mai al livello di chi intervista, e nel suo tono si nota una punta di superiorità che avrebbe sinceramente chiunque in quei contesti. Il sentirsi migliore di “quelle” persone è un sentimento comune a chiunque abbia letto un suo reportage, che sia quello degli Alpini a Piacenza, o quello di Herbalife. La verità è che Quit ci illude di essere migliori, quando invece siamo esattamente le stesse persone che sta descrivendo.

“Quitaly” è un imbarazzante specchio della realtà socio-culturale italiana, della quale siamo tutti egualmente vittime e carnefici. 
Prendere le distanze da quelli “del salone del mobile” fa comodo a tutti. “Io non sono così” ti verrebbe da pensare. Invece anch’io, voi, tutti voi siete stati al Bar Basso cercando di darvi un tono che nessuno vi ha richiesto. Ed è così che lui vi porta alla riflessione, ponendosi sempre come occhio critico, satirico ma mai banale nei confronti di ciò che osserva.
Se deve distruggere con la mannaia qualcosa, lo fa solo se può portare dei fatti concreti a supporto della sua tesi, che inevitabilmente si conclude con un “siamo nella merda, nessuno escluso”.
Quitaly non vi farà cambiare abitudini, e non vi farà perdere l’appuntamento con il Bar Basso, ma vi aprirà gli occhi su un paese in declino, all’interno del quale o si fa finta di niente, o si spera che quando accade qualcosa, succeda a qualcun’altro.
( Francesco Ruggeri )



SHOTGUN LOVESONGS
Nickolas Butler

[Marsilio / Traduzione di Claudia Durastanti]

Un titolo così non poteva essere tradotto come siamo soliti erroneamente fare. Un titolo così e la bella copertina dell’edizione italiana del libro edita da Marsilio creano da subito una grande aspettativa. E se mettiamo da parte qualsiasi idea ci si può fare, possiamo dire ad alta voce che siamo di fronte ad un bellissimo lavoro. Il romanzo d’esordio di Butler è ambientato a Little Wing, un paesino nel Wisconsin vicino a Eau Claire, che ha generato un sacco di band indie rispettate a livello nazionale e non solo. Dato il background dell’autore, non poteva mancare la figura del cantautore indie folk. Ne esce fuori uno dei capitoli più belli mai letti.

“Shotgun Lovesongs” (Scusate ma il titolo è bellissimo e non riesco a fare a meno di ripeterlo) è un romanzo elegante che parla di sentimenti, di dubbi, di nostalgia e del springsteniano Hometown. Puoi scappare dalla neve, dalla tua adolescenza, dal tuo amore, puoi essere orgoglioso di quello che sei, puoi andare nella grande città perché pensi che la vita sia lì, ma dopo tutto questo non puoi fare a meno di sentirti unito alla tua terra natia, fatta da persone che l’hanno vissuta e animata. Amicizia nel Midwest, perché la cultura non vive sono a Est o a Ovest. “Shotgun Lovesongs” parla di cambiamenti, di progetti, di malinconia. Ne faranno un film nel 2015. Affrettatevi a leggere questo intensissimo romanzo, da top tre dell’anno che volge al termine.
( Angelo Soria )



VOGLIO LA TESTA DI RYAN GIGGS
Rodge Glass

[66thand2nd / Traduzione di Roberto Serrai]

“Voglio la testa di Ryan Giggs” uscito in Inghilterra nel 2012 e proposto quest’anno in Italia grazie all’attivissima e interessantissima 66thand2nd, è senz’altro uno dei romanzi più accattivanti dell’intero 2014. Un lavoro che certifica e attesta la nuova e brillante generazione di scrittori inglesi capaci di raccontare la realtà britannica sulle orme di scrittori come Jonathan Coe, Nick Hornby, David Peace, partendo dal realismo storico che ha portato molti autori pian piano a tracciare e raccontare tutte le problematiche complessità abbracciate ogni giorno dalla cultura anglosassone.

Ma più di “Febbre a 90°”, è proprio il sorprendente libro di David Peace “Il Maledetto United” a essere la fonte d’ispirazione per la storia di Mike Wilson, il protagonista della vicenda. Il libro di Peace uscito nel 2006 ha permesso a molti scrittori di scrivere di calcio senza sentirsi discriminati, ma è stata soprattutto la capacità di mescolare più registri stilistici andando avanti e indietro nel tempo tra fiction e non fiction a lasciare il segno. Il clou di tutta la vicenda è il Teatro dei Sogni, quel Man Utd, che rappresenta il posto massimo, la soglia da varcare, un posto che può diventare il delirio dei Sogni, la voglia di riuscire, l’unico filo al quale aggrapparsi per evitare una vita mediocre e operaia senza virtù o pregi. Un libro sulla tragedia quotidiana che è la vita ma anche una storia che sottolinea i cambiamenti in negativo che sta vivendo l’intero sistema calcio ormai sempre più legato alle ciniche leggi del denaro. E poi l’incipit è una giocata di quelle che lasciano sul posto avversari, allenatori, spettatori, tifosi, cronisti e tutti quelli che fanno parte del mondo del calcio e non. Ovviamente non manca la musica. E lì i tifosi allo stadio portano adattamenti di canzoni di band come Stone Roses, Joy Division, Smiths. Buon viaggio.
( Angelo Soria )

I MIGLIORI LIBRI DEL 2014 / PARTE PRIMA

 

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