TOP TEN ALBUM 2014 DI ALESSANDRO “DICIADDùE” SCHIRANO

 
26 Dicembre 2014
 


Anno forse leggermente al di sotto del precedente, il 2014 mi ha tuttavia regalato grandi gioie. Restano fuori da questa classifica perché di Top 10 e non di Top 40 si tratta, gli album di (in rigoroso ordine alfabetico): Actress, Ambrose Akinmusire, Aphex Twin, Be Forest, Call Super, Caribou, Clap! Clap! AKA Digi G’Alessio (n. 3 per Bleep – meritatissimo), Cloud Nothings, EMA, Eno & Hide, Fear of Men, Fire! Orchestra, FKA Twigs, Grouper, Liars, Micah P. Hinson, Millie & Andrea, Neneh Cherry, Owen Pallett, Perfect Pussy, Perfume Genius, Richard Reed Parry degli Arcade Fire, Run The Jewels, Scott Walker & Sunn O))), Sharon Van Etten, Silver Mt Zion, St. Vincent, Tinariwen, Jack White (il cui “Lazaretto” è il disco in quanto oggetto fisico dell’anno – oltre a tutte le varie giggionerie, su vinile suona differente sul serio), Wild Beasts e sicuramente qualche altro che al momento mi sfugge.
Bene.

#10) DAMON ALBARN
Everyday Robots

[Warner / Parlophone]
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Questo semestre ho seguito un corso di fotografia. Ho scoperto che quello che più mi attira in una foto sono le espressioni dei soggetti (soprattutto quelle che ti fanno porgere domande, che ti fanno chiedere quale sia la narrativa dietro quell’immagine) e ciò che gli inglesi chiamano “texture”, un termine che non ha un perfetto equivalente in italiano ma che si potrebbe definire come la filigrana, l’intreccio dei dettagli che rendono, per dire, un ammasso di foglie accattivante.

In “Everyday Robots”, le parole di Damon Albarn ci mettono la narrativa – tra confessioni da ex tossico-dipendente, storie di elefanti e riflessioni sulla tecnologia; la musica ci mette la “texture” (ascolto in cuffia d’obbligo più che mai). “Everyday Robots” è l’istantanea di un uomo che a 46 anni si mostra senza vergogna, come si guarderebbe allo specchio appena alzato, a testa alta e con uno sguardo malincolico ma lucido sul suo parklife. Un uomo che fa cantare persino un tizio conosciuto in palestra. Che poi quel tizio sia Brian Eno è un altro discorso.

#9) FRANCIS HARRIS
Minutes of Sleep
[Scissor & Thread]

Il papà di Francis Harris è morto prima dell’uscita del debutto “Leland” (2012); la mamma poco tempo dopo. “Minutes of Sleep” è lutto, stasi, elegia. Genera empatia. Non è altro che il corrispettivo elettronico e (quasi interamente) strumentale di “Benji” di Sun Kil Moon.

Ed è opprimente, certo, ma soprattutto elegantissimo e, perdonate la banalità dell’aggettivo, bellissimo.

#8) SHABAZZ PALACES
Lese Majesty

[Sub Pop]

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Mi sbaglierò, ma a parte qualche gran bel disco (Madlib & Freddie Gibbs, Shabazz Palaces e ovviamente Run The Jewels), l’hip-hop/rap 2014 non mi è sembrato in forma smagliante. E’ anche vero che con due pezzi da novanta come questo “Lese Majesty” e “RTJ2” uno si può benissimo accontentare.

Tra le coppie El-P & Killer Mike (cattivissima) e Ishmael Butler & Tendai Maraire (più filosofica, se vogliamo), io prendo la seconda. Più caleidoscopico di “Black Up”, “Lese Majesty” proietta nell’iperuranio con la proverbiale miscela di psichedelia, flow astratto e occhiolini al jazz cosmico.

#7) ANDY STOTT
Faith In Strangers

[Modern Love]

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Nel 2012 andai a Manchester nel giorno in cui uscì “Luxury Problem”. Manchester è la mia città preferita. Sarà per gli Smiths e per i New Order, sarà per i mattoni rossi, sarà per il Fish & Chips in Liverpool Road, sarà per la nebbia che coccola una classe operaia che si smazza.

Ciò che mi piace di più di “Luxury Problems” è la sua compattezza, la sua monoliticità, il suo essere tutto d’un pezzo. Ciò che mi piace di più di “Faith In Strangers” è la sua frammentarietà, il suo diversificare la proposta, il suo zigzagare tra dub, techno, ambient (il primo beat entra in scena intorno al minuto nove),
jungle (probabilmente eredità della collaborazione “Drop The Vowels” con Miles Whittaker dei Demdike Stare dietro il moniker Millie & Andrea) e narcolettica dubstep (il singolo “Violence”, uno dei pezzi dell’anno). A questo punto Andy Stott può intraprendere qualsiasi strada. Certo è che come traduce in musica Manchester lui, come mi porta a Manchester lui (o come porta Manchester nelle mie orecchie lui) non sa farlo nessun altro.

#6) THE ANTLERS
Familiars

[Transgressive/Anti]
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La prima volta che ho ascoltato “Familiars” mi sono addormentato. La seconda pure. La mia testa era piena di pensieri e ricordi e semplicemente non ce la faceva a reggere un ulteriore peso emozionale, di questo calibro poi. Peter Silbermann è uno che non ha paura di suonare sentimentale e drammatico, lo sappiamo sin da “Hospice”.

A questo giro, più che in “Burst Apart”, manda definitivamente a quel paese ogni compromesso con i canoni della canzone “pop”. Ogni secondo, ogni nota, ogni sospiro, in “Familiars”, sembra durare un’eternità, racchiude in sé uno spicchio di eternità. “Familiars” è sentirsi minuscoli e immensi a seconda che il mondo venga percepito come, rispettivamente, immenso o minuscolo.

#5) SWANS
To Be Kind

[Young God Records/Mute]

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Michael Gira ha iniziato ad assumere LSD a dodici anni, e ne ha compiuti sedici in una galera di Gerusalemme mentre scontava una pena di quattro mesi e mezzo per aver venduto droga. Ora, a sessant’anni, frequenta una piccola chiesa di periferia, senza prendere tutto per vero incondizionatamente, ma attratto da questo slancio verso l’Infinito e la Perfezione.

Quella degli Swans di questo nuovo corso (non tanto a partire dal ritorno del 2010 di “My Father Will Guide Me Up On A Rope” ma da “The Seer”) tocca solo di striscio il nichilismo (termine che a Gira non sta bene, per la verità) dei loro anni ’80, partendo per una tangente verticale e trasformandolo in slancio verso l’alto, verso l’Infinito. “To Be Kind” è un album tracotante. Talmente tracotante e (ad oggi) definitivo che il già definitivo predecessore, al suo cospetto, appare oggi come una prova generale. Michael Gira è qui a dimostrare che un cuore smussato agli angoli non significa avere palle meno quadrate. Che anzi, parafrasando gli Smiths, ci vogliono palle quadrate to be (gentle and) kind.

#4) BEN FROST
A U R O R A

[Mute]
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Magari tutti lo sanno già, ma mi sembra opportuno ricordare che dietro “The Seer” degli Swans c’era anche Ben Frost.

Se la musica dei primi è poderosità fatta rock, quella di Frost è poderosità fatta elettronica (più industrial e noise, ovvio). (Ricordate le campane di “Avatar” in “The Seer”? Qui fanno più volte capolino.)
“A U R O R A” è una tempesta al circolo polare artico, in pieno giorno, al grido (scevro da ogni connotazione politica, lo giuro) di “distruggere per ricostruire”.

#3) A WINGED VICTORY FOR THE SULLEN
Atomos
[Erased Tapes]

I college americani, a torto o a ragione, sono rinomati per feste e festini in cui tutto (e dico tutto) può succedere. Qui in Nebraska le cose non sono così estreme, ma a volte si. Se c’è un aspetto di me a cui mi sono arreso in questi ultimi quattro mesi è che non sono proprio fatto per esperienze del genere. Non che vi abbia preso attivamente parte, solo la vista di certe cose mi intorpidisce, annoia e, a dirla tutta, indigna pure. Che posso farci, sarò un intellettuale, sarò diventato vecchio, sarò persino noioso, va là. Eppure preferisco di gran lunga una serata con una quindicina di persone a parlare delle rivolte in Messico così come della seconda stagione di “Mario” di Maccio Capatonda, che rendermi ridicolo ballando Gangnam Style oltraggiosamente ubriaco, seminudo, in mezzo a cinquanta scimmie urlatrici che a vederle in classe paiono persone serissime. (C’è della serietà anche nel divertimento, in effetti, ma non mi sembra la sede in cui parlarne.)

Tutto ‘sto pistolotto per dire che, tornato in camera dopo un paio di questi macelli di cervelli, “Atomos” si è rivelato il migliore anestetico, la migliore medicina per i miei sensi. Dustin O’Halloran ci mette la classica, Adam Wiltzie (già Stars of the Lid) una saggia elettronica, mai troppo invasiva ma complementare. Album lungo (più di un’ora) e per alcuni anche palloso, magari. Per me, un capolavoro di delicata epicità.
(Degno di nota anche l’EP “Atomos VII”.)

#2) BADBADNOTGOOD
III

[Innovative Leisure]

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Quei gran mattacchioni dei BBNG abbandonano tributi vari e free downloads e sfornano il primo disco di materiale interamente autografo, mettendolo in vendita. Sono soldi benissimo spesi.

Laddove Flying Lotus porta il jazz nell’hip-hop, i tre canadesi procedono all’opposto. Il risultato è più a fuoco, sia rispetto a “You’re Dead!”, sia rispetto a “BBNG” e “BBNG2”. Questi sono cazzoni ma soprattutto ragazzi prodigio, musicisti veri capaci di giustappore, per dire, King Crimson e Earl Sweatshirt con una classe sopraffina. Se vi pare poco…

#1) SUN KIL MOON
Benji

[Caldo Verde]

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Ogni volta che sento il modo in cui Mark Kozelek canta My grandma, my grandma / my grandma, my grandma in “Micheline”, il cuore mi si stringe per poi dilatarsi a dismisura, per poi stringersi e dilatarsi a dismisura e così via.

Molto è stato detto a proposito di questo disco, e non sarà mai abbastanza. O forse sarà sempre troppo, sempre ridondante. Forse il migliore riassunto ce lo fornisce Tiny Mix Tapes: as abrasive as Pharmakon, as hauntingly emotive as Dean Blunt, and as disorienting as Oneohtrix Point Never. E parliamo di un album essenzialmente folk.
Il (diciamolo) capolavoro di Mark Kozelek è musica ma non solo, è letteratura ma non solo, è un film ma non solo. E’ parte della vita di un uomo, snocciolata senza pudore e, anzi, con orgoglio. E’ l’esistenza di personaggi dell’America quotidiana elevata ad opera d’arte. “Benji” è pregno di morte fin nel midollo, è vero. Nel fare ciò, paradossalmente, celebra la vita.

TOP 3 LIVE 2014:

1. The National live @ Shrine Auditorium, Los Angeles (+ “Mistaken for Strangers” world premiere), 25/3/2014
(anche se ora sono single and ready to mingle.)

2. Arcade Fire live @ Rock In Roma, 23/6/2014

3. Kendrick Lamar live @ Primavera Sound Festival, Barcellona, 31/6/2014

 

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