TOP TEN ALBUM 2014 DI FRANCESCO “DHINUS” NEGRI

 
26 Dicembre 2014
 

#10) LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA
Constellazioni

[Cara Catastrofe/Gibilterra/La Tempesta]

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Con la produzione di Federico Dragogna dei Ministri, Vasco Brondi trova finalmente una dimensione più ampia e scrive il suo disco più vario e più denso.

Non solo chitarre da spiaggia deturpata ma canzoni vere e proprie, arrangiamenti tridimensionali, testi che mischiano luoghi, persone e politica e costruiscono un ritratto riconoscibile dell’Italia di oggi.

#9) ROYAL BLOOD
Royal Blood

[Warner Bros]

Dai tempi dei primi White Stripes non sentivo un duo lisergico e convincente quanto Mike Kerr e Ben Thatcher, inglesi di Brighton che hanno sbancato festival e vendite con il loro omonimo disco di debutto.

Basso, voce e batteria e gran capacità di scrittura, tiro potentissimo su disco come dal vivo. Echi di Jack White ma anche dei Queens of the Stone Age. Mainstream? Chi se ne frega, alza il volume!

#8) DUM DUM GIRLS
Too True

[Sub Pop]

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È da gennaio che ascolto “Too True” e ancora non ne ho scoperto il segreto: notturno, sensuale, ipnotico, misterioso.

Non avevo mai seguito le Dum Dum Girls prima d’ora ma stavolta la voce di Dee Dee Penny mi ha stregato dal primo ascolto, insieme a quei riverberi shoegaze e new wave che pescano dai My Bloody Valentine come dagli Xx o dalla meteora The Organ.

#7) THE NOTWIST
Close to the Glass

[Sub Pop]

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Se smetteste di lamentarvi che i Notwist “non faranno mai più un disco come Neon Golden” vi accorgereste che nella indifferenza dei più il gruppo (ex?) di culto tedesco continua a fare dischi di altissimo livello. Questo è il loro primo su Sub Pop e suona come un album di transizione, in modo simile a “12” nove anni prima.

In tensione tra le chitarre di Markus Acher e l’elettronica minimal di Martin Gretschmann.

#6) THE WAR ON DRUGS
Lost In The Dream

[Secretly Canadian]

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Al terzo tentativo il gruppo di Philadelphia, in giro dal 2008, confeziona un disco da manuale. Americana, la chiamano, e c’è dentro tutto quel che potete immaginare tra Bruce Springsteen, Arcade Fire, Wilco e Bob Dylan.

Ma allo stesso tempo è tutto nuovo, personale, riconoscibile, quel tipo di musica che speri sempre sia il prossimo pezzo in radio mentre sei in viaggio, che sia sulla Route 55 o su un autobus in qualunque altro posto del mondo.

#5) METRONOMY
Love Letters

[Because Music]

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Strano destino quello dei Metronomy: dagli inizi elettronici imperscrutabili di “Pip Paine” e “Nigths Out”, di fatto lavori solisti del pacioso Joseph Mount, alla svolta yacht rock in salsa britannica di “The English Riviera” nel 2011, fino a finire tra gli headliner dei più importanti festival nel 2014 e a riempire Alexandra Palace in un concerto da manuale del pop. Stranamente snobbato dalla critica, mi piace pensare che anche chi ha stroncato “Love Letters” fosse poi in mezzo alla folla a cantare con loro.

#4) GIARDINI DI MIRO’
Rapsodia Satanica

[Santeria]

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Non è una provocazione mettere un gruppo italiano al quarto posto: “Rapsodia Satanica” è un disco che, anche tolto il lavoro magnifico di sincronizzazione sulle immagini dell’omonimo film muto, può giocare ad armi pari con il gotha del post-rock mondiale (Mogwai, Explosions in the Sky, fate voi).

Se conoscete i Giardini di Mirò, basti dire che questo è uno dei loro migliori lavori di sempre. Se non li conoscete ancora (male!) questo è il momento per innamorarvene. Sarebbe bello se accadesse anche fuori dall’Italia.

#3) SUN KIL MOON
Benji

[Caldo Verde]

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Poi ci sono i fuoriclasse e Mark Kozelek è uno di loro. La novità di “Benji”, rispetto ai suoi precedenti numerosissimi dischi, è che non richiede neanche molta concentrazione: se gli lasciate un dito vi prenderà il braccio, il cuore e tutto il resto. Kozelek non è mai stato così diretto nel raccontare senza giri di parole la sua vita, i suoi affetti, la morte, soprattutto.

Magari siete tra quelli che lo trovano borioso, maschilista e antipatico, ma per quanto mi riguarda di fronte a capolavori di questo livello i War on Drugs possono solo continuare a fargli quello che sapete.

#2) SHARON VAN ETTEN
Are We There

[Jagjaguwar]

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Il bello di Sharon Van Etten è che sembra non aver ancora raggiunto il suo picco. Dopo averci conquistato con le prime tre tracce del precedente “Tramp”, che da sole valevano il prezzo del disco, ritorna con un lavoro più uniforme che non ha nessun brano da KO ma chiede di essere ascoltato dall’inizio alla fine e poi ancora ed ancora.

Totalmente autoprodotto, rinunciando stavolta all’aiuto dell’amico Aaron Dessner, “Are We There” è un album che cresce ascolto dopo ascolto, mese dopo mese e candida seriamente Sharon Van Etten a migliore cantautrice del momento.

#1) DAMON ALBARN
Everyday Robots

[Madlib Invazion]
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Damon Albarn miglior disco del 2014: andate a dirlo al me stesso del 1996 che tifava per gli Oasis. Oppure andate a dirlo a tutti quelli che quest’anno hanno detto “bello ma troppo triste, bravo ma troppo pesante, preferivo i Blur“. Poi prendete il cappotto, mettete le cuffie e uscite di casa. Camminate a caso, meglio se c’è il sole; perché non è vero che è un disco triste.

Prendete la metropolitana, ma non quando è affollata; perché se Albarn parla di alienazione da ora di punta è solo per contrapporla a quel che potremmo essere, invece. Ascoltate tutta l’aria che si respira tra la sua voce e gli strumenti. Se vi scende una lacrima, non preoccupatevi che qualcuno vi veda: avrete anche un sorriso. Dischi così non escono tutti gli anni.

 

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