TOP TEN ALBUM 2014 DI SEBASTIANO IANNIZZOTTO

 
27 Dicembre 2014
 

#10) INTERPOL
El Pintor
[Matador]

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La scelta più impopolare, dettata più dal cuore che dal cervello, come quando dopo il liceo scelsi di iscrivermi a lettere moderne e non a medicina. Con gli Interpol è una questione di affetto.

“El Pintor” non è quel “Turn On The Bright Lights” che mi fece letteralmente innamorare della band newyorkese, ma fa il suo dovere e non fa rimpiangere l’uscita dal gruppo del bassista Carlos Dengler (nel 2010). Ogni pezzo ne ricorda uno di “Turn On The Bright Lights”, un certo riff somiglia a “Pioneers to the Falls”, quell’inflessione nella voce di Paul Banks mi fa tornare in mente un certo pezzo di “Antics”, ma va benissimo così, a me basta che gli Interpol esistano ancora, facciano canzoni come “Breakers 1”, vadano in tour e mi regalino la colonna sonora giusta a quelle settimane grigie e piatte che solo Torino sa darmi.

#9) FUTURE ISLANDS
Singles
[4AD]

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Non riesco a spiegare cosa mi piaccia di questo album. Forse il fatto che i Future Islands non abbiano paura di fare canzoni smaccatamente pop, senza alcun timore di apparire naif. Forse è per Samuel T. Herring, il frontman che nei live si muove sfidando il senso del ridicolo, un uomo che incarna una perfetta sintesi camp di Morrissey e Matt Berninger.

Forse è per questi motivi qui, e per il fatto che “Singles” contiene dieci tracce che sotto la facile superficie pop nascondono influenze e stratificazioni che ti spngono a farlo ripartire daccapo ancora e ancora.

#8) SHARON VAN ETTEN
Are We There

[Jagjaguwar]

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Tutto il (melo)dramma dell’amore, cantato con voce rotta e straziata: ecco qui Sharon Van Etten, che non ha paura di mostrare le sue viscere. Canta la frase your love is killing me e non risulta patetica o eccessiva, anzi, fa venire i brividi.

L’alfabeto del linguaggio amoroso è lo stesso da millenni, quello che fa la differenza è l’autenticità che vibra nella voce di Sharon Van Etten.

#7) CHET FAKER
Built On Glass

[Downtown/Fontana North]

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La scintilla dell’R&B porta alla combustione di elementi classici dell’elettronica. Il risultato è un suono caldo, morbido e avvolgente come un plaid una notte di gennaio, mentre stringi il corpo della persona che ami.

#6) COSMETIC
Nomoretato

[La Tempesta]

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Aspetto l’uscita di un nuovo album dei Cosmetic come quando da bambino aspettavo che arrivasse Babbo Natale a portare i regali. Solo che a Babbo Natale smisi di credere quando intravidi mio padre che indossava la barba finta e la giacca rossa con gli orli di pelliccia bianca. Ai Cosmetic, invece, continuo a crederci. Mi hanno insegnato che dietro le cose semplici c’è sempre uno sforzo enorme e un lavoro duro. “Nomoretato” è di nuovo una raccolta di canzoni che fanno scattare in automatico il movimento del piede per tenere il tempo, hanno quella patina di lo-fi che è un marchio di fabbrica della band.

E tutto ha il sapore di quando non c’era il peso delle responsabilità, di pomeriggi lunghi in cui il tempo era così denso da sembrare fermo, di una stagione della vita che è irrimediabilmente persa, ma che, grazie a “Nomoretato”, torna per quarantasette minuti.

#5) FABRICA
80UA

[Bad Panda]

La Nasa ha un account su Soundcloud e ci carica i suoni registrati nello spazio. Già questa è una cosa fichissima. La cosa ancora più fica è che quattro artisti del dipartimento musica di Fabrica (il centro comunicazione di Benetton), ovvero Francesco Novara, Geremia Vinattieri, Davide Cairo (edisonnoside), Giacomo Mazzucato (Yakamoto Kotzuga) e Jhon Williams Castano Montoya (JWCM) abbiano usato quei suoni spaziali per fare delle canzoni. Bad Panda le ha raccolte in questo ep meraviglioso. Indossate le cuffie, allacciate le cinture e preparatevi a un viaggio interstellare.

#4) FKA TWIGS
LP1

[Transgressive/Anti]
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C’è qualcosa che si muove lungo le dieci tracce di “LP1”, una sensualità che si carica di trip-hop e alternative R&B per diventare un’altra cosa, un animale cangiante e liquido che appare a tratti in tutta la sua bellezza, come se i fari di un’auto lo illuminassero nel buio. E il risultato è che, una volta che ce l’hai davanti agli occhi, resti ipnotizzato a guardarlo.

#3) CLOUD NOTHINGS
Here And Nowhere Else

[Carpack Records/Mom + Pop]
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Se qualcuno mi chiedesse la definizione di “urgenza”, gli direi di sedersi (anche se è una sfida restare fermi) e di ascoltare i trentuno minuti di “Here and Nowhere”. Qui e da nessun’altra parte, qui e adesso. La magia dei Cloud Nothings è proprio questa: riescono a stare nel presente, nessun passato, nessun futuro, tutto veloce e frenetico, tutto necessario.

Sono proprio necessità e urgenza a tirarli fuori dallo scorrere nel tempo per incastrarli nel nostro presente continuo.

#2) ICEAGE
Plowing into the field of love

[Matador]

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Il disco della maturità, nonostante siano poco più che ventenni. I danesi si spingono oltre il punk dei precedenti album, non rinunciano al nichilismo e all’hardcore, ma li intrecciano con un’insospettabile attenzione alla melodia.

La magia di questo disco sta proprio qui: non dimenticano le loro radici, ma espandono il suono, aggiungono piano, trombe e archi, e il risultato è una fiamma gelida e luminosissima che brilla su ghiacciai desolati, qualcosa che va oltre il puro e semplice punk.

#2) DAMON ALBARN
Everyday Robots

[Warner/XL]
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C’è di tutto: dai ricordi d’infanzia, al rapporto con le trappole del mondo moderno (l’homo technologicus sempre più privo di umanità), dalla dipendenza da eroina all’incontro con un piccolo elefante orfano. Ci sono versi leggeri e altri duri nella loro sincerità (Digging out a hole in Westbourne Grove/Tinfoil and a lighter, the ship across/Five days on, two days off), versi che affrontano temi cari al mondo della musica e della letteratura – la droga, la solitudine – senza retorica, con uno stile asciutto e diretto, che preferisce non nascondersi dietro metafore oscure e scontate.

 

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