TOP TEN ALBUM 2014 DI ALBERTO PAONE

 
12 gennaio 2015
 

#10) ALT-J
This Is All Yours

[Atlantic/Infectious]

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Dopo un esordio come “An awesome wave”, un vero disco-spartiacque, che senza problemi possiamo affermare abbia segnato la storia dell’indie quantomeno degli anni duemila, il quartetto (ormai trio) di Leeds si trovava di fronte ad un’impresa titanica. Nonostante tutti si sarebbero aspettati un disco sulla falsariga del primo “This is all yours” si pone esattamente agli antipodi, mostrandosi come un disco dalle sonorità sperimentali, un concept-album audace che non guarda mai indietro rischiando persino l’incomprensione, che sicuramente non conquisterà al primo ascolto, ma che merita tutta la nostra attenzione.

Come diceva de André ‘ci vuole tanto, troppo coraggio’, e gli Alt-j sicuramente ne hanno da vendere.

#9) BEN FROST
A U R O R A

[Mute]
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Atmosfere rarefatte e mancanza di ossigeno, chiudiamo gli occhi e ci ritroviamo subito in un’altra dimensione fatta di suoni accennati, ai limiti dell’onirico, portando a compimento la missione chiave della musica che è appunto l’astrazione, dal mondo, da una realtà che forse non vogliamo affrontare.

“Aurora” è un disco sapientemente costruito che non lascia nulla al caso, riconfermando la fama di Ben Frost come interprete d’eccezione della musica elettronica attuale e sperimentatore senza limiti di sorta.

#8) CHET FAKER
Built On Glass

[Downtown/Fontana North]

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Dalle calde spiagge della natia australia al successo mondiale. Questa la storia di Chet faker che con il suo “Built on glass” imprime definitivamente il suo marchio di fabbrica nella scena new-soul mondiale regalando un disco delicato, tra ritornelli catchy e sonorità ricercate in un lavoro che oscilla costantemente tra il mainstream e l’alternative, il tutto impreziosito da una voce presente e personalissima che rende Chet faker unico nel suo genere.

#7) ROYAL BLOOD
Royal Blood

[Warner Bros]

Dopo aver disintegrato ogni record di vendite in UK ed essere stato nelle top ten di tutte le testate più influenti di musica al mondo, “Royal Blood” è decisamente il disco d’esordio che tutti vorrebbero scrivere e non a caso è stato considerato come l’album che ha resuscitato il rock negli anni zero, nella sua essenza più pura.

Un duo granitico, senza fronzoli, un pugno nello stomaco che non vedevi l’ora di ricevere.

#6) YOUNG FATHERS
DEAD

[Anticon]

A propisito di hip hop, se vincere il mercury prize ed essere considerati la nuova frontiera del new hip hop inglese non vi dovesse ancora convincere allora forse vi converrà ascoltare questo disco.

Gli Young fathers vi spiazzeranno, probabilmente non capirete di primo acchitto, ma non appena sarà chiaro il percorso da percorrere, rimarrete senza parole. “DEAD” è un disco che non ha freni né recinti va assolutamente dove vuole, lasciandovi aperte mille personali interpretazioni e mantenendo viva la curiosità continua di capire dove conclude la follia e inizia la genialità.

#5) RUN THE JEWELS
Run The Jewels 2
[Mass appeal]

Prendete due mc’s pazzeschi, con anni di esperienza, una 808 tirata a lucido direttamente dall’old school di fine anni 80 e un flow assassino ed avrete il mix perfetto per creare probabilmente il disco hip-hop dell’anno.

Il secondo volume della saga “Run the jewels” non delude le aspettative, dimostrando come l’eccellente esordio non fosse assolutamente un fuoco di paglia e portando i Run the jewels di diritto tra i nomi più influenti del panorama mondiale. ‘Straight to your face’.

#4) GLASS ANIMALS
Zaba

[Wolftone]

Disco d’esordio per i giovanissimi Glass Animals che con il loro “Zaba” sorprendono tutti, proponendo un lavoro difficilmente inquadrabile in un genere univoco, raccogliendo influenze dappertutto, dalla world Music alla trip-hop e trasportando l’ascoltatore in un pazzesco zoo sonoro fatto di melodie sussurrate e beat dai quali non ti staccheresti mai.
Bravi.

#3) ST. VINCENT
St. Vincent

[Loma Vista/Republic]
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Essendo stato il 2014 l’anno della maturità, Annie Clark non delude le aspettative presentando un self-titled a dir poco incredibile che rende “St Vincent” un marchio di eclettismo e genialità, dalla cura degli arrangiamenti fino alle linee, mai scontate e in continuo movimento. Un lavoro esemplare, lontanissimo dal pop d’accademia, ma che alla fin fine non può non mettere d’accordo chiunque. Chapeau.

#2) CARIBOU
Our Love

[Merge]

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In dieci tracce è racchiuso in compendio, tutto quello che è stato raccontato attraverso la musica elettronica, dagli ultimi strali dei gloriosi anni ottanta fino ai giorni nostri.

“Our love” è un disco che riesce ad unire due momenti di per sé antiteci, il passato e il futuro, che va da sonorità alla Human League alle nuove frontiere del clubbing made in Europeo, in un mix perfettamente calibrato e assolutamente vincente.

#1) BEN HOWARD
I Forgot Where We Were
[Island]

Dopo l’incredibile successo del disco d’esordio, si passa subito al banco della maturità.

“I Forget where we were” è un disco di un’intimità folgorante che si lascia ascoltare in tutte le sue imperfezioni, regalandoci il ritratto più sincero di noi stessi e accompagnandoci, senza incorrere in forzature, verso qualsiasi strada scegliamo di intraprendere…

 

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