SLEATER-KINNEY
No Cities To Love

[ Sub Pop - 2015 ]
8
 
Genere: alternative rock
 
26 Gennaio 2015
 

Ready to fight, fight makes the stillness (“Bury our friends”)

Quando ho letto che le Sleater-Kinney stavano tornando con un nuovo album, ho fatto quello che fanno tutti in queste occasioni: ho ascoltato i loro vecchi dischi – che poi vecchi è l’ultima parola con cui li descriverei – mi sono guardata il mio film adolescenziale preferito, quello con le riot grrl e Julia Stiles, nella convinzione errata di ritrovarle in colonna sonora (erano le Bikini Kill, scusate). Se ci sono cose che sono felice di aver visto e ascoltato in un’età che era buona per le boyband e la musica di cui poi ti vergogni, sono queste. Le Sleater-Kinney raccontano di aver deciso di tornare a suonare insieme mentre stavano guardando la televisione: le immagino, Corin Tucker, Carrie Brownstein e Janet Weiss, mentre si rendono conto che è passato abbastanza tempo perché tutto questo (e questo sono tour, prove, prime e singoli, parla della stanchezza e di come puoi essere esausta e felice dopo un concerto) cominci a mancare così tanto che l’unica cosa che puoi dire è: rifacciamolo. “Only together ‘till we’ll make a move”, no? Certe cose non invecchiano, certe cose funzionano ancora, se hai qualcosa da dire (questo è il caso). Tornare insieme, anche se fosse per l’ultima volta: come cantano in “Fade”, If we are truly dancing our swansong, darling, shake it like never before.

È un disco ben prodotto, ha le canzoni, ha una qualità musicale che ti dice che se le Sleater-Kinney sono state a margine della pista per qualche anno, sono ancora quelle da cui prenderete lezioni là fuori: ha la qualità pop di chi non deve dimostrare più molto, di chi si può permettere di dire I’m not the anthem, I once was the anthem con lo stesso piacere di chi dice “quando ero ragazza”.
Solo dieci pezzi, nessuna ballata: parla di lavoro, e quando intervistate queste donne raccontano di madri e della stanchezza e dei turni, in the market the kids are starving e così se parliamo di dischi politici, forse dovremmo pensare meno ai proclami e più a una storia di questo tipo. Parla di città atomiche, del vuoto, di potere e d’amore: insomma, non è ci sia molto altro da raccontare, alla fine. È un disco urgente, è un disco di chi sa come si fa musica, di chi è stato e resta – non ne avevamo dubbio – uno dei migliori gruppi punk-rock. Sono storia, senza la noia del passato e delle aspettative: il prezzo è stato pagato, e non abbiamo bisogno di prove per credervi, l’intensità ha smesso di essere un banco di prova. Quando eravamo ragazze.

I dischi con cui ritornano i gruppi assomigliano spesso alle serate commemorative, a un’epoca che in un modo o nell’altro è evaporata: voi pensate che non ci sia nessun problema a mettervi ancora quella felpa, ma nessuno là fuori conosce tutti i vostri riferimenti. Questo, invece, è solo il disco di un gruppo che continua a suonare, si era solo preso una pausa. È vivo, pulsante, come potrebbe essere un disco di un gruppo che nasce oggi, ma con la consapevolezza di chi ha lavorato per anni: l’altro giorno, una scrittrice italiana scriveva aggiornare il proprio portfolio ti dà la misura esatta di quanto cazzo ci sia voluto per arrivare fino a qua – qualcosa del genere: guardatele suonare al Letterman, non c’è bisogno di provarci di più, l’autorevolezza è un’altra cosa (e ti permette di indossare un completo bianco, se sei Carrie Brownstein). Lunga vita alle Sleater-Kinney, che non hanno bisogno che di sé per make me a headline / I wanna be that bold.

Tracklist
1. Price Tag
2. Fangless
3. Surface Envy
4. No cities to love
5. A new wave
6. No anthems
7. Gimme love
8. Bury our friends
9. Hey darling
10. Fade
 
 

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