TOP TEN ALBUM 2014 DI MIRKO “IL DE-ROMANTICO” DI NELLA

 
 

#10) SPOON
They Want My Soul
[Loma]

Attivi da vent’anni, otto album in studio eppure il gruppo di Austin riesce sempre a sorprendere e rimanere attuali e non sbagliano un colpo. Un ritorno alla forma canzone che riconcilia con l’indie-rock quello più melodico e meno paranoico e finalmente un buon disco, solido da ascolare e riascoltare ed accessibile anche alle nuove generazioni. Cosa pretendere di più da Britt Daniel e soci?

#9) WARPAINT
Warpaint

[Fiction]

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Le quattro ragazze di Los Angeles hanno saputo gestire l’hype scaturito dopo l’ottimo esordio The Fool del 2010 e danno alle stampe un lavoro maturo, privo di coordinate e permeato da un’inquietudine di fondo che seduce e ammalia. Un disco intimo e ferito che condensa timori e malinconie sedimentate dietro un cielo plumbeo, come un rapporto sessuale feroce, passionale eppure trriste.

#8) HOOKWORMS
The Hum

[Weird World]

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Tra le band più chiacchierate del Regno Unito troviamo gli HOOKWORMS, quintetto di Leedsche si cela dietro l’anonimato e deve il nome ad un parassita dell’intestino umano. Fanno parte della neo scena psycho-rock britannica ed hanno dato alle stampe il secondo lavoro sulla lunga distanza The Hum che succede al fortunato esordio dello scorso anno.

Qui alzano l’asticella compositiva e nella loro personale mescola di psichedelia, garage rock e space-rock aggiungono una martellante parte ritmica più possente e maiuscola rendendo l’atmosfera generale dell’album variegata e dinamica. Brani come “On Leaving” danno un’idea consistente delle potenzialità della band,che ha già una personalità spiccata ed un sound riconoscibile all’interno dell’asfittico panorama indie d’oltremanica

#7) NENEH CHERRY
Blank Project

[Smalltown Supersound]

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A distanza di diciotto anni dal suo ultimo lavoro solista, torna la cantautrice svedese con un album ai cui comandi della produzione è stato chiamato Four Tet, dj produttore e sperimentatore elettronico. Da sempre portata all’innovazione e la contaminazione la fuoriclasse scandinava concepisce un lavoro rude ed ipnotico, lavorato sulla sottrazione e l’incidenza minimale di beat e synth sui quali si erge la sua timbrica calda e suadente, capace di riscaldare qualsiasi inverno e soverchiare qualsiasi pregiudizio sonoro.

#6) FKA TWIGS
LP1

[Transgressive/Anti]
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Fka alias “formerly known as”, precedentemente conosciuto/a come, è stato aggiunto dopo una disputa legale con un gruppo omonimo. Tahliah Barnett sfugge a qualsiasi tentativo di accostamento e qualsiasi definizione sarebbe incompleta o frammentaria. Qualsiasi categoria musicale sarebbe inappropriata,la poliedrica artista inglese ha dato alla luce uno degli album dell’anno definito dalla critica specializzata d’oltremanica “40 minuti di vero sesso. L’estetica, l’attitude e la semantica seducono dal primo istante e il suo lavoro è un vortice di lussuria e desiderio declinato in un trip hop ibrido e conturbante.

#5) FOXYGEN
…And Star Power

[Jagjaguwar]

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Due ragazzi poco più che ventenni, Sam France e Jonathan Rado e tastiere, insieme e la loro etichetta (di culto) la Jagjaguwar li definisce già come: La prima de-Wes Andersonizzazione di The Rolling Stones, Kinks, Velvet, Bowie di cui una marea di giovani ha disperatamente bisogno. Dopo l’album d’esordio dello scorso anno, sono diventati i paladini di riferimento della nuova scena indie psichedelica post millennio. Dopo il clamoroso successo, tra problemi di droga, tour cancellati, litigi e pause di riflessione esce inaspettatamente il nuovo album in studio “..and Star Power” addirittura un doppio concept album costruito intorno all’idea stuzzicante di un viaggio random tra ipotetiche stazioni radio. Il nuovo lavoro in studio è una sorta di macchina del tempo che riporta le lancette indietro sino ai mitici sixties: un frullato sonoro a ritroso nel tempo che mette insieme alla rinfusa prog, psichedelia rock e pop. Dentro potrete trovarci overture sinfoniche o schegge sonore da un minuto.

#4) CHET FAKER
Built On Glass

[Downtown/Fontana North]

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Album poderoso di debutto del producer australiano Nicholas James Murphy che con il suo electro-soul intimo e affascinante ha conquistato pubblico e molta parte della critica.
Una chill wave suonata e minimale che trova una sorta di equilibrio sonoro tra James Blake e Bon Iver, la cui voce calda e vissuta trascina le melodie su un tappeto di malinconia suggestivo e confortante. Un album sentito e sincero dalle chiare tinte autobiografiche che s’insinua sottopelle e cura e trafigge come un pendolo, dalle ferite della vita.

#3) THE WYTCHES
Annabell Dream Reader

[Heavinly]

L’esordio dell’anno arriva da Brighton, prendete il viso candido e inquietante di Billy Corgan con il timbro e lo stile di un imberbe Kurt Cobain e ponete la frivolezza dei primi Arctic Monkeys trapiantati nella Seattle pre-grunge anni 90 ed avrete i The Wytches.Registrato in soli due giorni nello studio analogico ToeRag del produttore Liam Watson sotto la cura dell’ex The Coral Billy Ryder Jones, il primo long play del trio inglese è un concentrato di riff taglienti, oscure melodie psych-rock, schegge punk impazzite e ritornelli immediati e potenti. Album granitico e pieno di teen spirit decisamente imperdibile.

#2) KEATON HENSON
Romantic Works

[Oak Ten]

Illustratore, poeta e cantautore il ventiseienne londinese scoperto per caso dagli amici che lo persuasero nell’incidere e pubblicare le sue canzoni che componeva e teneva per sé, ha vinto la sua fobia da palcoscenico che lo portava ad esibirsi dietro un telo per evitare gli attacchi panico. E dopo il buon album d’esordio, prosegue il suo personalissimo e fragilissimo percorso musicale, abbandonando il cantato per dare alle stampe un album ancora più intimo e prezioso del suo precedente lavoro. E’ una colonna sonora fragile e delicata dedicata alle anime smarrite oppure tradite o ferite. Come sfogliare un diario segreto e privato, quasi necessario nel trovare un appiglio nella sofferenza o farsi cullare nelle notti tenere e mute che paiono infinite.

#1) DAMON ALBARN
Everyday Robots

[Warner/XL]
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L’ex leader dei Blur accantona qualsiasi progetto musicale e sorprende tutto dando alla luce un album solista in cui ha deciso di mettersi a nudo e per farlo sceglie il minimalismo di un piano, una chitarra acustica e qualche beat elettronico con qualche sfumatura afro. Smarrimento, solitudine, la droga la tecnologia e le sue derive sono tutte compresse ed incasellate nei dodici brani del disco. Una vita intensa sciorinata in musica con la forza della malinconia e il garbo della sincerità. Dentro c’è tutto il suo percorso sonoro che parte dal brit-pop, e passa per il gospel, l’africa e il dub e i campionamenti e beat elettronici. Per maturità, composizione e qualità decisamente l’album dell’anno. Un compendio musicale tenero ed elegante per uno degli artisti più prolifici ed incisivi dell’ultimo ventennio. Chapeau.

 

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