CYMBALS EAT GUITARS
Live @ Covo Club (Bologna, 16/01/15)

 
12 Febbraio 2015
 

Che i Cymbals Eat Guitars non siano solo una “Pitchfork crush”, abbiamo imparato a capirlo un pochino per volta. Per esserne certi, siamo stati al Covo Club di Bologna, seconda data italiana del loro tour 2015. C’erano le stesse due stanze anguste da cui sono passati i Libertines, i Modest Mouse, gli xx, i Black Lips prima di diventare una lista di nomi importanti da citare. E dopo il concerto, in un angolo, c’era anche il cantante Joseph D’Agostino – infine c’ero anch’io, e una gran voglia di fare conversazione.

Seguono: brevi frammenti incoerenti di un live report che in realtà è un po’ una chiacchierata, un po’ una grande intervista (mancata). A partire dalla domanda: “spiegami un po’ questi tatuaggi”.

Salgono sul palco stretto quattro ragazzotti qualsiasi, sembra di sbirciare nel garage dei vicini che hanno appena messo su una band. A D’Agostino dimentico di chiedere se abbia origini italiane, ma la catenella d’oro e la canottiera sembrerebbero testimoniare a favore dell’ipotesi più del cognome.
Aprono con “Warning” e volumi assordanti che ti trapassano i tessuti. Non è del tutto piacevole, dirò poi a Joe D’agostino, come sentire qualcosa che ti soffoca all’altezza della gola. “Sì, in un certo senso fa un po’ male, deve fare male” concorda. È un live estenuante nel migliore dei sensi, com’è estenuante sputare tutto fuori, masticare una storia non commestibile – “LOSE” è in gran parte sulla morte dell’amico Ben, Here I am again at Ben’s My Space grave – e trasformarla in musica.

Entro la terza canzone, “XR”, sul frontman si confondono luce e sudore, entro la quinta, “Place Names” al tastierista Brian Hamilton cadono gli occhiali in bilico sulla punta del naso. Non prendono fiato, “LOSE” viene suonato quasi interamente, fra le più vecchie solo “… And the Hazy Mountains” e “Living North”. Ma è l’ultimo LP che sta facendo la differenza nella loro carriera, di questo ne sono consapevoli, mi dice Joe.
Che cos’è cambiato dai primi due album passati in sordina? “Semplicemente, le canzoni sono molto più personali, parlo di cose a cui la gente possa relazionarsi, non più roba esoterica e incomprensibile. Ah, e il batterista, Matt sa fare tutto, quello di prima faceva schifo”.

C’è molto di casa nell’ultimo album dei Cymbals Eat Guitars – only feel relief when I’m back home – c’è molto di casa sul suo corpo. Il tatuaggio sul braccio sinistro: la vista dalla sua finestra. Sul polso tre numeri, in ricordo di Ben. Il brano più intenso dell’album e del live è “Jackson” – “è il pezzo più bello che abbia scritto”, D’Agostino non ha dubbi e io neppure mentre lo ascolto dal vivo. Mi spiega che non parla semplicemente di Ben, ma di quello che è successo dopo. La situazione strana di trovarsi a uscire con l’ex fidanzata dell’amico morto, il racconto di una giornata alle Four Flags [un parco divertimenti nel New Jersey, ndR], per fare qualcosa di stupido dopo tutto quello che era successo; quei due-tre versi che fanno la canzone: with the space sickness, while we wait for the weightlessness, a delirious kiss and feeling of falling in. “Descrive quei momenti in cui ti senti sulle montagne russe, quel senso di vuoto allo stomaco prima di precipitare… e in parte anche la sensazione di essere fatti” mi spiega.

Alla fine, la band scende dal palco passando fra il pubblico modesto ma partecipativo e lascia il cantante D’Agostino solo a chiudere con “Child Bride” in acoustic, che è ciò che più si avvicina ad una ballata fra le 9 tracce di “LOSE”: slow years down, lose your twenties. Forse li stiamo perdendo, i nostri vent’anni, forse D’Agostino li ha già persi; e poi salvati in un album di straordinaria intensità.

Per i miei venti-e-qualcosa, intanto, mi porto a casa la mia copia firmata dal gruppo, da brava e diligente fangirl, un foglietto scarabocchiato di preziosi consigli musicali da Joseph D’Agostino, in fondo un numero di telefono e una promessa. “Ci vediamo a Brooklyn”. Spero presto.

 

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