KENDRICK LAMAR
To Pimp A Butterfly

[ Aftermath/Interscope - 2015 ]
9
 
Genere: hip-hop, funk
 
24 Marzo 2015
 

Kendrick is an inspiration. Thank you for the vibrations and the spirit. Your meaning, message and execution are gifts to the world.

Iniziare citando Kanye West è un piccolo escamotage per chiudere immediatamente il solito discorso inutile ed iper semplificato attorno all’hip hop americano. Il tipo di chiacchiera in cui la non uniformazione si raggiunge solo se le vendite discografiche restano basse, del fatto che i mostri sacri non riescono ad innovare più nulla in una crisi che da almeno dieci anni devasta il mainstream nero.
E se un disco non si adagia sui cliché più classici del suo genere è di per sé una cosa buona, un passo avanti ed una speranza. Uscire dallo schema per essere realmente alternativo ed innovativo, discorsi da primi anni ‘90 che ancora si sentono in giro con drammatica ricorrenza.
Ho già scritto che questa è la sola musica radicale ed incollata alla realtà, in evoluzione a tutti i livelli dove le nuove leve – chiamiamole così – sono completamente immerse nell’attualità. Le regole, i samples, il circolo di pensieri e la struttura sono come organismi che si adattano alla contemporaneità. Ci sono generi che riescono e altri no, è un rivolo della selezione naturale in cui però niente è definitivo, o quasi. E dunque le reazioni nostrane sono di rimando al passato, chiusi in una bolla autoreferenziale che cerca la facile narrazione, parole abusata e tragicamente irrilevante in un Paese dove il successo è per forza corrotto e demonizzato a tutti i livelli.
Se ne parla tantissimo del nuovo disco di Kendrick Lamar, ma non è un capolavoro solo perché si discosta dall’immaginario collettivo più facilmente etichettabile. Il guaio è che la ricerca di imprimere il proprio marchio sul prodotto, per renderlo più corretto e pulito, annacqua il messaggio originario.

La “narrazione” sta facendo immensi danni anche in America e nonostante “To Pimp a Buttlerfly” non sia un disco politico vengono messe a nudo le pesanti contraddizioni del Sentire Collettivo più appiattito al politicamente corretto. In un periodo storico dove c’è un presidente totalmente retorico e toccare temi sensibili potrebbe divenire reato penale, si trova poco spazio per alcune libertà che Lamar invece si prende.

I want you to get angry — I want you to get happy […] I want you to feel disgusted. I want you to feel uncomfortable.

La presenza dei fantasmi è una nuova costante, adoperata in modalità differenti. “Mortal Men” se non è l’utilizzo più riuscito del tema poco ci manca. How many leaders you said you needed then left them for dead? chiede Lamar gettando un primo fascio di luce sull’ipocrisia.
La conversazione immaginaria con Tupac Shakur, la cui voce viene da un’intervista radiofonica del 1994, non vuole essere un riassunto o una trovata pubblicitaria (abbiamo sentito anche questo, povero mondo). La metafora poetica finale, al termine dello scambio, si chiude nel silenzio e le risposte non ci sono. L’indeterminatezza non per forza porta all’annullamento dei propri pensieri, come anticipato sopra è l’evoluzione mondiale ad andare in tal direzione. “i” e “The Blacker The Berry” – i due singoli lanciati prima dell’uscita ufficiale – non sono la nuova “Swimming Pools (Drank)” e disseminano ancora dubbi e crepe nell’impianto della facile collocazione in uno scaffale. La prima viene accompagnata da un rullo costante che si disperde in cori e gruppi di persone che si parlano addosso, il rumore della comunità in un ripetuto “I love myself”. La seconda incide proprio dove la ferita è più aperta, la critica esce da ogni schema binario bianco – nero rimanendo in rime che sono pugni nello stomaco. La violenza razziale, il momento è delicato, è sviscerata a 360° e il “biggest hypocrite of 2015” ha scritto versi che potenzialmente sarebbero oggetto di denuncia in molte Università americane ossessionate dalla correttezza formale più subdola e più limitante che mai.

In tutto ciò un’eleganza incredibile va a braccetto con la contraddizione, testi cerebrali eppure direttamente dalla pancia dell’artista. Tutto si può interrompere, tornare sui propri passi e revocare ulteriormente la potenziale affermazione. La conclusione arriva, ma il conflitto è puro e non trova sbocco nella futilità di una ribellione scostante.
Davanti all’impossibilità ci si rivolge contro se stessi, tra specchi d’albergo ed abbandono. “u” aggancia la rabbia e spiega che And if I told your secrets The world’ll know money can’t stop a suicidal weakness.
I feat. li leggete nella tracklist e rimandano all’accuratezza, un groove a tratti funky, horn che virano al jazz ed escursioni sempre più continuative in territori soul estremamente appaganti per l’ascoltatore. I samples sono nel posto giusto al momento giusto, a breve potranno finire nelle migliori enciclopedie musicali. Le derivazioni si completano vicendevolmente e, se consideriamo il pop come quel genere di musica capace di unire le sensibilità di un infinito numero di persone, qui ci troviamo da un altro lato. Ma non è problema dell’artista, difatti tutti dovremmo imparare dalla capacità d’espressione di Lamar, la libertà è una parola svuotata di senso ma qui va usata ripetutamente. Il conflitto esiste e non cesserà mai di essere tale, fortunatamente è tra noi qualcuno che grazie alla sua forte presa sul pubblico potrebbe far nascere una nuova consapevolezza. La musica black è viva, vivissima.

“To Pimp a Butterfly” è perfetto ritratto della cultura afro americana proprio perché risulta sfumato e non fissato in una battaglia atona tra DemoCrips e ReBloodlicans. Non mi frega nulla se avrà un successo planetario o no, se questo cambierà Kendrick Lamar o no, è la storia e ci dovrebbe bastare.

Tracklist
1. Wesley's Theory
2. For Free? (Interlude)
3. King Kunta
4. Institutionalized
5. These Walls
6. u
7. Alright
8. For Sale? (Interlude)
9 .Momma
10. Hood Politics
11. How Much a Dollar Cost
12. Complexion (A Zulu Love)
13. The Blacker the Berry
14. You Aint Gotta Lie (Momma Said)
15. i
16. Mortal Man
 
 

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