INTERVISTA CON BEN SERETAN

 
15 Luglio 2015
 

Il cantautore, noise-maker e sound designer californiano, ma di stanza a Brooklyn, Ben Seretan ha esordito alla fine dello scorso anno con un LP omonimo, composto da otto brani divinamente coinvolgenti e scintillanti, ambiziosi e imperfetti e, proprio per questo, assolutamente adorabili. Suonato con impeto genuino, con umiltà e spontaneità, “Ben Seretan” è un album da non perdere, da assaporare a poco a poco in modo da farsi trascinare nelle sue tenere e avvolgenti spire fino a esserne completamente avviluppati.

“Ben Seretan” è il suono che nasce quando la sperimentazione fa l’amore con l’emozione. Un lavoro torrenziale, trascinante, con titoli come “The Confused Sound Of Blood In A Shining Person”. A breve il suo autore sarà in Italia (a Roma il prossimo lunedì 20 Luglio all’interno della rassegna UnpluggedInMonti, in versione estiva al Monk) per un lungo tour nel quale dimostrare che suonare dal vivo è una delle cose più tenere che si possano fare. Proviamo, allora, a conoscerlo meglio.

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Come ti sei avvicinato alla musica? Riesci a ricordare il primo artista o album di cui ti sei realmente innamorato da bambino?
Sono sempre stato immerso nella musica – la mia famiglia ha foto e racconta di me che, come un entusiasta bambino nudo, percuoto il nostro pianoforte verticale bianco. A quanto pare la musica è sempre stata qualcosa che mi ha attratto.
Oltre alla musica sacra (che ho cantato e sentito costantemente mentre crescevo), il mio primo vero amore musicale sono stati probabilmente i Beach Boys. Avevo un loro Greatest Hits su CD e ricordo che lo ascoltavo sul sedile posteriore della macchina dei miei genitori. (Proprio di recente me ne sono ricordato, comprendendo per la prima volta, durante l’ascolto di “Sloop John B” dei Beach Boys, che la musica può essere triste in maniera devastante).

Cosa si nasconde dietro la tua ispirazione? Da dove provengono le tue canzoni? Di solito parti da una linea di chitarra o dai testi?
Le canzoni mi possono arrivare in qualsiasi modo, a quanto pare! A volte mi sembra come se fossero state trasmesse per me da altrove completamente scritte, altre volte rimangono semilavorate per mesi.
Di solito suonare la chitarra è il punto di partenza per un sacco di cose – la canzone “Light Leak”, per esempio, è partita dall’assolo di chitarra che si sente prima che la sezione finale delle canzoni inizi.
Molto di ciò che alla fine suono regolarmente dal vivo è stato scritto mentre ero lontano o in viaggio – ho trascorso le ultime due estati in Alaska su un’isola , in una tranquilla cittadina vicino al mare e ho preso molta ispirazione dagli uccelli dell’isola, dalla grandezza del mare, e dalla sensazione di essere a migliaia di miglia di distanza da casa.

Nel 2012 ho trascorso un mese in un vecchio edificio scolastico in una piccola città nello stato di New York e ho scritto canzoni che parlano di fiori e cavalli. Vivere a New York City è una follia, naturalmente, e ho finito per scrivere canzoni anche nel mio appartamento, ma suonando piano, per non disturbare i vicini. Canzoni che tentano di distillare la sensazione di girare in metropolitana ubriaco, gridando agli amici, sentendo il peso di milioni di sconosciuti tutti intorno a te e la incredibile frequenza con cui il sublime ti colpisce dritto in faccia. Una canzone che suono molto spesso ora, “Getting Out”, è stata scritta alle tre del mattino di Natale accanto al piccolo albero con le lucine del nostro appartamento. L’edificio era vuoto, ero solo, e il canto si riversò semplicemente fuori di me.

Nelle note del tuo album possiamo leggere: “Doing Nothing Is Important”. La vera ispirazione viene dal contemplare la vita? La vita quotidiana è un nemico d’arte?
Penso che anche contemplare voglia dire fare qualcosa!
“Doing Nothing Is Important” è parzialmente un promemoria per me stesso: devo ricordarmi di rilassarmi, di respirare, di prendermela comoda e ha anche a che vedere con il modo di passare il nostro tempo con gli altri … essere liberi dagli impegni, dallo stress e dalla necessità di fare costantemente qualcosa in compagnia di un’altra persona è veramente una cosa sacra.

Le tue composizioni sono solo frutto della tua testa della tua chitarra o a volte le scrivi in collaborazione con altri musicisti?
Tutto ciò che scrivo parte da me che suono uno strumento e canto. Scrivo spesso su pianoforte o su questa piccola tastiera rotta che uso, ma di solito è la chitarra. Lavoro sui brani fino a che non sento di avere una struttura flessibile, e poi li presento ai musicisti con cui sto collaborando al momento. A volte sono in tour con un’altra chitarra e il basso, a volte suono con una band di nove elementi, a volte da solo – eseguendo le canzoni, le abbelliamo o le modifichiamo nettamente fino a quando non si rivelano per quello che dovevano essere. Non cerco di mai dire ai musicisti con cui sto suonando esattamente cosa suonare – provo a descriverò un obiettivo o un sentimento o un atmosfera generale, ma più di ogni cosa mi piace che loro improvvisino o reagiscano in modo intuitivo, per quanto possibile. E così il materiale non viene mai eseguita due volte allo stesso modo!

Come hai registrato il tuo album omonimo? Chi ti ha aiutato in studio?
“Ben Seretan” è stato registrato per lo più in un meraviglioso studio chiamato Spaceman Sound, dove avevo già registrato alcuni album nel corso degli anni. Hanno una grande collezione di amplificatori e una intelligenza creativa incredibile nel modo di utilizzare le loro attrezzature e il loro spazio. Sono miei amici mi fido di loro immensamente. Abbiamo provato un paio di approcci diversi – i brani “rock” sono stati registrati soprattutto dal vivo, con il trio principale di chitarra, basso e batteria registrato tutto in una volta. “Light Leaks” e “Blues …” sono state registrate pezzo per pezzo, ispirandomi vagamente a storie che avevo sentito di come i Talk Talk preferivano registrare.

Una traccia, però, “My Lucky Stars,” è stata registrata in maniera piuttosto inelegante su un registratore Zoom nell’appartamento di mia madre in California. L’ho suonata sulla chitarra di mia nonna e ho casualmente piazzato il registratore sul bordo di un cassettone.
Così come mi piace suonare dal vivo, sono interessato a registrare con una grande varietà di metodi. Non voglio mai prendere la strada più facile e ripetitiva.

L’estetica “Fai Da Te” è molto importante per te? C’è qualche possibilità di vedere il tuo prossimo disco su una grande etichetta? O preferisci avere il controllo completo sui tuoi progetti e pubblicarli in proprio?
Non sono sicuro di quello che potrà succedere! Mi piace molto far uscire le mie cose da solo – ogni singolo LP che ho venduto per posta è stato accompagnato da una nota scritta a mano da me e penso di aver personalmente contattato almeno il 90% delle persone che hanno acquistato materiale digitale. È davvero una bella cosa, e spero che gli appassionati della mia musica siano felici di essere in contatto con me. Non so se potrò mantenere questo contatto diretto se comincerò a lavorare con una grande etichetta. Comunque potrebbe essere molto meno impegnativo per me, così, ahah non ho alcuna preclusione! Tuttavia immagino che sarò DIY fino alla morte. Mi piace farlo. Ogni singola cosa che devo fare per suonare musica è una sorta di privilegio, quindi mi piacciono sempre le e-mail senza fine, le telefonate alla fabbrica di vinili, il camminare verso l’ufficio postale per spedire i miei album.

Come è nata la collaborazione con l’etichetta italiana Love Boat Record & Button?
Andrea (Pomini, n.d.r.) di Love Boat non ha avuto alcun problema a dirmi che ha trovato il mio album su un sito di download illegale, ahah. Fondamentalmente è stata una casualità – ha visto la copertina su uno di quei siti e si è incuriosito. Ha poi ascoltato e apprezzato la musica abbastanza da scrivermi e siamo stati in contatto da allora.

Ti muovi costantemente tra musica sperimentale e songwriting classico. Come si fondono questi due aspetti nella tua personalità musicale?
Sono parti uguali della mia personalità musicale! Penso che una cosa interessante è che la musica ambient minimal che faccio è in genere molto tradizionale, “carina” e in qualche modo di facile ascolto, mentre le mie canzoni hanno spesso droni, sezioni super ripetitive, o puro e semplice rumore. Così spesso si trasformano l’una nell’altra.

Sei di New York, Brooklyn in particolare. Pensi che la tua musica sarebbe diversa se vivessi in qualche altro posto?
Beh, in effetti sono nato e cresciuto in California, il che ha avuto un impatto enorme su di me. Ora che vivo dall’altra parte del paese, penso che questa influenza sia più potente che mai. Sogno spesso le onde sul Pacifico.
New York è una città grande e frenetica e ti fa sentire solo in maniera devastante, è strapiena di gente e di odori e di un milione di piccoli trionfi. Mi piace qui e l’energia dei suoi folli abitanti arriva in ogni recondito angolo di quello che scrivo.

L’intero disco è così personale e appassionato, ma non c’è alcuna disperazione nelle tue canzoni, dove anche i temi più oscuri sono avvicinati con speranza. Ha qualcosa a che fare con l’Ecstatic Joy? Con la luce che filtra sotto la porta (“Lights leak from under the door”)?
Il Febbraio del 2013 è stato un momento molto oscuro per me, per ragioni che non voglio approfondire qui. E nel mio punto più basso – in un momento in cui mi sono sentito privo di valore come essere umano, senza amici e non amato e sostanzialmente condannato – mi sono reso conto che avrei potuto scegliere un’umana redenzione. Avrei potuto cercare tenerezza e amore e amicizia e affetto. Ho capito che tutto ciò era lì fuori e che avrei potuto fare un passo in quella direzione con umiltà, mettermi alla ricerca. Nulla sarebbe venuto semplicemente a me – ho dovuto cercare fuori, andare io stesso, scavare nella terra con il muso. È stato allora che ho scritto “Lights Leak”, e ho camminato in quella direzione da allora.

Chi è Ian M. Colletti e perché gli hai dedicato un blues?
Ian è un musicista piuttosto sorprendente e davvero unico che suona sotto il nome di Vaudeville. Gestiva un grande e super intimo locale a Brooklyn chiamato Vaudeville Park, che, come ogni grande locale a New York, ha chiuso a causa della criminalità degli immobiliaristi. Ho affittato uno spazio per le prove da lui per un paio di mesi dopo la chiusura del locale e ho scritto questa canzone lì. In omaggio al suo spirito piuttosto sorprendente e alla fine della sala concerti, ho chiamato la canzone con il suo nome.

“Il suono confuso del sangue in una persona Scintillante” è un meraviglioso titolo per una canzone. Da dove proviene? Che significato c’è dietro un tale titolo?
Questa frase proviene in realtà da un film di Takashi Miike chiamato “Izo”. Per tutti coloro che non hanno familiarità con il suo lavoro, è praticamente conosciuto per fare quello che può essere chiamato “fucked up shit”. Questo particolare film parla di un samurai maledetto in eterno. Mi è capitato di vederne gli ultimi venti minuti al cinema dove stavo lavorando e quella frase è balenata sullo schermo, probabilmente mal tradotta dal giapponese originale. Mi è rimasta in mente per circa una settimana e si è per così dire fatta strada nel brano in maniera insinuante.

Come vivi il tuo rapporto con le performance dal vivo? Quali sono le tue sensazioni quando sei sul palco? E quali sono le diverse emozioni che desideri scatenare nel tuo pubblico?
In realtà penso a me stesso più come un performer dal vivo che come un record-maker. Registrare album è molto divertente – soprattutto quando sono coinvolti tutti i tuoi amici – ma è una sensazione molto meno intima rispetto a cantare di fronte a una folla. Suonare dal vivo per me è meravigliosamente tenero, come quando, ai tempi della scuola media, dichiaravi a qualcuno di avere una cotta.
Ho una fame insaziabile di tenerezza e di affetto umano. Non mi sembrano mai abbastanza, e suonare è una delle cose più tenere che conosco.

In una dichiarazione hai detto che “la mia musica parla di me e dei miei cari che piantiamo una bandiera – brillante, fluttuante, larga come un isolato e ricoperta di paillettes rosa e giallo – e la lasciamo sventolare sulla faccia di pietra della roccia più sporgente. “.
Pensi davvero che la musica, oggi, in questo mondo veloce e digitale, sia in grado di migliorare la vita delle persone?

Penso che la musica sia una delle poche difese che abbiamo contro la velocità e la tecnologia e che è follemente potente. Dovremmo tutti tremare davanti alla sua forza. Si tratta di una cupola di fuoco che ci deve proteggere contro la voglia di controllare facebook all’infinito.
So anche per certo che suonare musica e ascoltare musica suonata da altri ha reso la mia vita buona. O forse, più precisamente, ha arricchito la mia vita. Sono sicuro che avrei potuto fare cose normali ed essere alquanto felice, ma la musica mi permette di elevarmi. O forse bruciare.

Hai un obiettivo futuro per te e la tua musica? Qualche ambizione musicale che desideri soddisfare?
Voglio solo continuare a lavorare, continuare a suonare e incidere dischi e continuare a baciare vari membri della mia band sulla bocca nel mezzo di nostri concerti.

Francesco Amoroso (grazie a Emanuele Chiti per la collaborazione)

Ascolta “Ben Seretan” (Love Boat Records & Buttons – LB 14)

 

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