RYLEY WALKER: IL FOLK CHE NON FA SCONTI ALLA TECNICA

 
29 Settembre 2015
 

Ryley Walker viene da Chicago, ha solo 25 anni, due album all’attivo e un terzo in fase di lavorazione ed è già considerato da molti uno dei migliori musicisti nel genere “indie-folk”.

L’ho sentito suonare per la prima volta dal vivo lo scorso 18 Settembre a Roma e non mi capitava da tempo di assistere ad un concerto folk chitarra e voce, di cosi alto livello, sia tecnico sia interpretativo. Il concerto si è svolto in forma di “private show” organizzato da Indieforbunnies e BlackMarket all’interno della rassegna UNPLUGGED IN MONTI che vedrà tra le altre date da non perdere quella di Ed Askew.

Incontro Ryley per un’intervista nella sala dall’atmosfera vintage del Black Market, dove di lì a poco si sarebbe esibito.
Solo incontrandolo di persona mi rendo conto della sua età anagrafica, 25 anni, sentendolo cantare su i suoi album infatti, dà l’idea di essere più grande.
I pantaloni che indossa col risvolto stile hipster, non sono sufficienti a nascondere l’aria da ragazzo del Mid-West che si porta dietro.
Mi guarda tra lo stupito e il divertito quando indirizzo il mio primitivo i-Phone verso la sua bocca, usandolo come registratore per l’intervista.
Sai Ryley, con questo sofisticato dispositivo verrà fuori un’ intervista meglio di quelle che fanno a KEXP Live!
Molto bene! (ride)

È la prima volta che vieni a Roma?
No. È la prima volta che suono qui, ma sono già stato a Roma: l’ultima volta è stata un paio di anni fa, ero in viaggio insieme a degli amici, da Vienna abbiamo preso il treno notturno per Roma. Dopo aver passato un giorno qui, siamo ripartiti per Genova…

Quindi conosci l’Italia?
Non cosi bene ma ci sono stato già un paio di volte. Poi ho viaggiato molto in Europa, sono stato in Francia, Inghilterra, Olanda…

Non è frequente per un ragazzo Americano della tua età aver viaggiato cosi tanto in Europa, vero?
No, infatti. Direi che la maggioranza degli Americani, non solo quelli della mia età, non sono mai andati al di fuori degli Stati Uniti. Addirittura la maggioranza non conosce completamente neanche gli Stati Uniti. Io da questo punto di vista sono stato fortunato grazie alla musica e ai tour che faccio.

Riesci anche a visitare le città in cui ti trovi quando sei in tour?
Di solito il tour Europeo non è molto lungo e non ho tempo, suono quasi ogni giorno in un paese diverso, (domani sarò in Spagna). Arrivo, faccio il sound check, suono e poi torno in albergo. Oggi però sono riuscito a farmi un giro di un paio d’ore qui a Roma, sono stato al Pantheon…Ho fatto un giro molto turistico lo so, ma è stato fico!

Finora hai fatto due album come autore…
Si ma prima ho collaborato con diversi artisti.

Conosco alcune delle cose che hai fatto con Daniel Bachman
Si, lui è molto bravo. Ora che ricordo meglio, ho suonato la prima volta qui a Roma proprio insieme a lui.

Dicevamo, due album come compositore che hanno ricevuto entrambi ottime recensioni, soprattutto l’ultimo “Primrose Green”…
Si soprattutto qui in Europa.

Nonostante siano solo i primi due album, tra l’altro realizzati molto vicini, All kinds of you (2014) e Prime Rose Green (2015), ascoltandoli si ha l’idea di avere a che fare con un musicista già maturo, che fà dischi da più tempo…
Sai, prima di fare questi due album ho fatto diverse cose. Poco dopo essermi iscritto al college ho lasciato gli studi e ho iniziato da subito a suonare con diversa gente e a fare tour.

Ho vissuto in Usa in passato e ricordo quanto fosse importante per gli standard americani essere iscritto al college. Soprattuto per chi proveniva da famiglie non ricche, era uno step imprescindibile, oltretutto da fare in un preciso arco di tempo per garantirsi un futuro “posto” nella fascia benestante della società. È ancora cosi importante?
E’ ancora cosi e lo è stato da dopo la seconda guerra mondiale, a partire dagli anni 50. Questo ti dice quanto fa schifo l’America sotto questo punto di vista.

Si può dire allora, che tu hai fatto una scelta di rottura per gli standard americani decidendo di lasciare il college?
Mah, non saprei. Mi considero solo un benestante che ha abbandonato gli studi

Torniamo a parlare dei tuoi album: anche se sono stati realizzati nell’arco di un anno, sono abbastanza diversi. Il primo, “All kinds of you”, è un album più introspettivo rispetto a “Primrose Gree”n, la viola svolge un ruolo importante negli arrangiamenti dei brani, sembra ricordare gli archi usati da Nick Drake.
Si è vero, la viola suonata da Withney Johnson caratterizza molto il “mood” dell’ album.

Nel secondo album, “Primrose Green”, si sente molto l’inluenza del jazz: è evidente in brani come Same Minds o Summer Dress dove c’è l’intro di contrabbasso e batteria (che sembra ricordare quello di Take Five) e poi a seguire il vibrafono…
Si anche a me piace molto Summer Dress, mi piace suonarla con il resto della band.

Ormai da qualche hanno il folk è tornato di moda, ma tra i musicisti che conosco sei l’unico ad aver ereditato cosi bene il folk contaminato dal jazz, blues, rock, della fine degli anni 60 e primi 70 suonato nel Regno Unito ma anche in Usa. Come sei entrato in contatto con quel tipo di musica?
Sicuramente quel tipo di musica mi ha influenzato molto. Avevo 16 o 17 anni quando ho cominciato a sentirla, grazie a degli amici più esperti di me musicalmente.

Dave Graham, Bert Jansch, John Renbourn, John Martyn, Tim Buckley sono i nomi che mi vengono in mente quando ascolto “Primrose Green”. Tra il folk inglese e quello americano di quegli anni, nonostante i molti tratti in comune, c’erano anche delle differenze (Tim Buckley si puo dire che abbia ereditato il modo di cantare da Fred Neil) ma tu sei riuscito a fare una sintesi di entrambi. Non è facile trovare tutte queste influenze musicali in un solo album e immagino che richieda anche diverse abilità tecniche con la chitarra…
Grazie, questo è un bel complimento. Sono un gran fan sia del folk inglese sia di quello americano di quegli anni. Adoro la dinamica del canto di Tim Buckley e sicuramente quel modo di cantare proviene da Fred Neil più che dal folk-inglese. Sai mi piace mettere insieme un sacco di influenze diverse nella mia musica, immagino il mio cervello come una spugna in grado di assorbire più cose possibili e riversarle nella musica che faccio.

La prima volta che ho ascoltato “Primrose Green”, ho avuto da subito la sensazione che molti dei brani fossero delle jam session. Come ha influito questo nella registrazione dell’album?
In un certo senso è come se avessimo registrato un live: l’album è stato registrato in presa diretta proprio come un album jazz e quasi sempre era “buona la prima”. Mi sono incontrato in studio con gli atri musicisti e lo abbiamo registrato in un giorno. Questo è stato possibile anche perché sono tutti musicisti molto bravi che provengono dalla scena jazz di Chicago.

Ciò ha influenzato anche la struttura dei brani che non sono delle “canzoni” nel senso classico del termine, ma appunto delle jam che potrebbero durare “ad libitum”.
E’ proprio quello che mi piace fare quando suono i brani dal vivo, soprattutto con la band al completo. Quando si registra un album si ha un limite che di solito è intorno ai 45 minuti, ma dal vivo mi piace far durare i brani 15 o 20 minuti come se si trattasse di un live dei Grateful Dad e in alcuni momenti dell’ esecuzione live, mi sembra di entrare in una sorta di trance perdendomi insieme agli altri musicisti. E’ fico!

Parli dei momenti in cui dondoli e scuoti la testa mentre suoni?
Esatto!

Mi dicevi di Chicago, com’è la scena musicale lì?
La scena musicale è molto viva, nel senso che ci sono collaborazioni tra artisti che suonano diversi generi di musica. Poi sai, Chicago ha avuto un ruolo molto importante nella storia del jazz e lo ha ancora, quindi è molto facile trovare buoni musicisti che si esibiscono la sera nei vari locali.

Hai cercato appositamente musicisti che avessero queste caratteristiche o li conoscevi già?
No, ci conoscevamo già, siamo tutti buoni amici. Loro sono in Spagna ora, li raggiungerò presto, parte del tour europeo è con la band al completo.

Immagino non sia facile organizzare un tour Europeo con una band numerosa che viene dagli Stati Uniti…
Si è tutto un problema di soldi, ma gli show con la band sono molto più apprezzati dal pubblico Europeo a differenza di quello americano, tipo a New York dove la gente applaude e sembra ti faccia un favore.

Parliamo della title track, “Primrose Green”. Ho letto che è un cocktail, vero?
Si, è un drink allucinogeno.

E da cosa è composto?
Da un mix di semi psichedelici chiamati morning glory e wisky americano, molto spesso di cattiva qualità. Ma non te lo consiglio! Non berlo!

No, non lo farò tranquillo, chiedevo per pura curiosità.
(Ride)

Il video di “Primrose Green” infatti si sposa perfettamente col testo del brano. Ci sei tu all’inizio con una pecora al guinzaglio, poi hai in braccio un pollo, poi ti si vede che guidi un trattore, poi quando si arriva al punto in cui ti sistemi i capelli, ricomincia da capo con un andamento ricorsivo che, insieme al montaggio di immagini sovrapposte, rende il video psichedelico.
Vivi in campagna come un contadino come si vede nel video?

No vivo in città a Chicago. Anche se mi sono divertito a fare il video, soprattutto a guidare il trattore. Sicuramente si può dire che quel video sia un po’ bizzarro ma mi piace proprio per questo.

Dove è stato girato il video?
In una città chiamata Woodstock, che non è la Woodstock famosa per il festival, ma una città a nord di Chicago non lontano da Rockford dove sono nato e cresciuto e dove scorre il fiume Kishwaukee. Questi luoghi sono la cornice in cui sono inseriti diversi brani tra i quali ”On the docks of the old Kishwakee”.

So che stai lavorando ad un terzo album…
Si, e stasera suonerò delle nuove canzoni. Mi stanco facilmente a suonare le stesse canzoni. Tipo “Primrose Green”, stasera penso di suonarla per l’ultima volta dal vivo, dopodiché la metterò “a letto” per sempre – dice con tono ironico- cosi il pubblico di Roma potrà dire di avere assistito all’ultima esecuzione live di quel pezzo!

Certo è un privilegio! Ti ho visto sul web suonare due brani inediti “Sullen Mind” e “Funny things she said to me”
Si li suonerò stasera! Ora ti lascio che devo preparami per il concerto…

Non vedo l’ora di ascoltarli. Grazie Ryley è stato un piacere e spero di rivederti presto qui a Roma, magari insieme al resto della band.
Piacere mio, a presto.

 

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