BLOW UP #1: DAVID WARK GRIFFITH

 
6 Ottobre 2015
 

Agli inizi del XX secolo, Hollywood era un sobborgo semi-sconosciuto di Los Angeles, California.
Quando le troupes cinematografiche di New York decisero di trasferirsi sulla costa occidentale per i grandi spazi, le possibilità produttive teoricamente infinite e la maggior libertà creativa, diedero inizio ad un processo nuovo ed autenticamente americano: il cinema inteso come industria del divertimento su larga scala.
Un fenomeno parallelo ed altrettanto interessante, tuttavia, è lo sviluppo di uno stile ed un linguaggio cinematografico peculiari che non solo influenzeranno il cinema statunitense degli anni a seguire, ma avranno un peso notevole su molta parte del cinema europeo immediatamente successivo.
Il regista che conia questo stile e questo linguaggio è David Wark Griffith.

Nato a LaGrange, Kentucky, nel 1875, David è il perfetto bianco del Sud rurale: discendenza anglo-gallese, confessione metodista, padre ex ufficiale dell’esercito confederato e, per un certo periodo, legislatore dello Stato. Il soprannome di Griffith padre è “Roaring Jake”, e il giovane David cresce tra i racconti epici e romantici delle imprese della Guerra di Secessione e all’interno di una visione del mondo nettamente manichea, molto comune in verità nel Deep South di quei tempi. Queste radici culturali influenzeranno il discorso stilistico di Griffith, e si manifesteranno compiutamente nelle opere più mature.

L’importanza di Griffith nella Storia del Cinema è dovuta alla sua pionieristica intuizione secondo la quale il mezzo tecnico può essere supporto e completamento delle possibilità espressive. L’opera cinematografica è prodotta con accuratezza in tutte le sue componenti, da quelle narrative a quelle, appunto, meramente tecniche.
La maggioranza dei critici e degli storici del Cinema concorda nel definire Griffith l’inventore del cinema d’autore, in un periodo in cui i film si producevano a ritmo continuo, “un tanto al chilo”, senza badare molto alla coerenza stilistica e contenutistica, con l’esclusivo scopo di soddisfare un pubblico popolare e di poche pretese. Anche Griffith, naturalmente, rientra in questo meccanismo dell’industria dello spettacolo: dal 1908, anno d’esordio come regista con The Adventures of Dollie, produrrà decine di brevi film per la casa di produzione Biograph, con la quale è sotto contratto. La differenza sta nel suo personale percorso di ricerca e maturazione artistica, che lo condurrà a realizzare opere fondamentali per innovazione tecnica, stilistica e narrativa.
I critici e gli storici sono altrettanto concordi nel definire il linguaggio cinematografico di Griffith come profondamente reazionario: lo spettatore, davanti alla finzione spettacolarizzata, resta un soggetto passivo, ancor di più visto che il regista indugia quasi sempre in una rappresentazione patetica delle vicende e dei personaggi, senza mai affondare la lama della critica.
La stucchevolezza narrativa è compensata, in Griffith, da originali soluzioni tecniche come, ad esempio, un uso innovativo del primo piano, del “piano americano” (taglio dell’inquadratura del personaggio all’altezza del ginocchio), del montaggio incrociato.

Nel 1910 Griffith realizza Old California, il suo primo western. Ne realizzerà altri, negli anni successivi, tutti di ottima fattura. Il cinema di genere western è forse l’unica forma cinematografica genuinamente americana, un po’ come il jazz in campo musicale. Il merito di D.W. Griffith è aver introdotto lo spazio come elemento narrativo: le distese assolute e sciamaniche della California diventano per la prima volta un “personaggio” del film, non più semplice scenografia. Questo è possibile grazie all’utilizzo di campi totali in contrapposizione ai campi ravvicinati. L’importantissima eredità di Griffith nel cinema di genere è facilmente riconoscibile in molti grandi registi western del periodo classico hollywoodiano.
Lo stile di Griffith si perfeziona ulteriormente con la realizzazione di “Enoch Arden” (1911), opera in due parti in cui il lavoro dell’operatore Billy Bitzer, anch’egli innovatore e “mago” degli effetti nonché storico collaboratore del regista, l’approfondimento psicologico dei caratteri dei personaggi e la maggior cura delle ambientazioni sanciscono per l’autore l’entrata nel periodo della maturità creativa.

Tra il 1908 e il 1913 D.W. Griffith realizza per la casa di produzione Biograph ben 450 film, nei quali si ravvisano alcune costanti stilistiche e tematiche. L’osservazione della realtà non è mai superficiale, ma come si evidenziava in precedenza essa è spesso un pretesto per costruire storie di drammaticità spettacolarizzata, a volte intrisa di patetismo; l’uso sempre più perfezionato del mezzo tecnico non è quindi a favore di un’analisi critica e approfondita della realtà, ma è quasi sempre volto a suscitare emozioni “di pancia” negli spettatori. La dimensione che più ha catturato l’attenzione dei critici e degli storici è perciò quella riguardante l’acquisizione dei mezzi espressivi, vale a dire tutta una serie di innovazioni di linguaggio o di utilizzazione (o ri-utlizzazione) di elementi tecnico-formali già esistenti ma razionalizzati. Alcune inquadrature corali (sulle quali torneremo estetico White Anglo-Saxon Protestant che, negli anni seguenti, formerà una riuscita coppia comica con il controverso Fatty Arbuckle.
I volti costituiscono una delle caratteristiche principali del cinema di Griffith: è grazie all’accuratezza nel taglio delle inquadrature, al montaggio incrociato e agli effetti nell’illuminazione se semplici feuilletons cinematografici sono illuminati da lampi di genio.

Tra il 1913 e il 1915 Griffith lavora alla realizzazione di quello che diventerà il suo film più noto, “The Birth of A Nation”. L’ispirazione arriva da due romanzi di Thomas Dixon, “The Clansman” e “The Leopard’s Spot”, che narrano di una famiglia travolta dalla Guerra di Secessione da un punto di vista smaccatamente razzista. “The Birth of A Nation” segue abbastanza fedelmente l’impianto drammatico dell’adattamento teatrale di “The Clansman”; girato nel 1914, viene proiettato l’anno dopo nelle principali città degli Stati Uniti e fa molto parlare di sé, ottenendo grande successo e visibilità. “The Birth of A Nation” è, compiutamente, la summa ideologica del pensiero di Griffith. La nascita della nazione americana, narrata con una struttura narrativa ad incastro tipica dell’autore, è ricostruita ponendo al centro della rappresentazione la dimensione umana. Il valore statunitense per eccellenza, l’individualismo, è chiaramente il fulcro del pensiero di Griffith, che assegna al singolo il ruolo di motore della Storia, in contrasto con una collettività spesso ostacolo alla realizzazione personale.
In quest’ottica, Griffith costruisce il film intersecando le vicende corali con quelle personali, accentuando ancora una volta un patetismo che deriva proprio da una visione caratterizzata da accenti moraleggianti e, appunto, individualistici.
L’accento posto sull’azione individuale a scapito dell’analisi storico-sociale e la minuziosa sottolineatura delle differenze umane pesano sul giudizio di razzismo attribuito alla storia. Tuttavia, come si vedrà anche nel successivo lavoro, Intolerance, i meriti di “The Birth of A Nation” risiedono soprattutto nella grandiosità delle scene di massa, e nell’attenzione alla ricostruzione formale degli ambienti (non dimentichiamo che grande spazio viene concesso al tema che perseguita da sempre Griffith, la Guerra di Secessione). La tecnica registica adottata nelle scene corali influenzerà grandi registi europei di non molti anni dopo, primo tra tutti Ejzenštejn.

Le accuse di razzismo mosse a “The Birth of A Nation” spingono Griffith a realizzare tra il 1915 e il 1916 un altro grande affresco, Intolerance. Il film è di dimensioni mostruose, per l’epoca: 14 bobine, tre ore di proiezione.Si tratta una rappresentazione dell’intolleranza nelle varie epoche storiche, dall’antica Babilonia al periodo contemporaneo all’autore, strutturato in quattro episodi – “la storia moderna”, “la storia giudaica”, “la storia medievale francese”, “la storia babilonese” – il cui filo conduttore è l’inquadratura di una mamma che fa dondolare una culla, simbolo dell’innocenza primigenia dell’umanità, destinata a degenerare a causa dei pregiudizi che avvelenano la fratellanza.
L’unità e la coerenza narrative non riescono sempre bene, in un progetto così magniloquente ed ambizioso; tuttavia, l’episodio del film che racconta la vicenda contemporanea – la storia di un operaio che viene arrestato e processato per aver partecipato ad uno sciopero – colpisce per la modernità e l’efficacia di immagini e racconto. Il successivo lavoro di Griffith, esce nel 1918 a guerra quasi terminata ed infatti viene sottoposto a tagli censori dopo la stipula della pace con la Germania, poiché tratta dei soprusi tedeschi nella Francia occupata. Nonostante l’umanesimo di Griffith si riproponga con forza e con altrettanta veemenza il film denunci gli orrori bellici, in esso si avverte un manierismo che fa presagire un esaurimento della vena creativa del regista.

I film che seguono, realizzati in un lungo periodo tra il 1919 e il 1931, rafforzano questa sensazione. Una posizione a parte occupa Broken Blossoms del 1919, un discorso intimista sull’amore e la solitudine in chiave, ancora una volta di dramma sociale. “Broken Blossoms” narra la storia dell’amore contrastato e dal tragico finale tra una ragazza americana ed un giovane asiatico. La fotografia in questo film è splendida e davvero matura, e dà compiutamente l’idea della fragilità di personaggi travolti da un mondo brutale.

D. W. Griffith muore nel 1948, dopo vent’anni di inattività. Il mondo attorno a lui è definitivamente e irrimediabilmente mutato; un’altra guerra, terribile, ha cambiato per sempre le sorti di tutti e ha impresso una direzione completamente diversa a tutto.
La lezione autoriale di quest’uomo del Profondo Sud degli Stati Uniti, venata di grandiosità ed ambizione, sarà ricordata ancora per molto tempo ed influenzerà addirittura il primo cinema sovietico, appartenente ad un mondo completamente opposto per sistema di valori e intenti artistici.
Al di là dei limiti, D.W. Griffith resta la figura più autorevole dei primi vent’anni della storia del Cinema mondiale.

Blow Up è una rubrica a cadenza mensile che si propone di raccontare i grandi registi del cinema occidentale, a partire dall’era del Muto. Le autrici e gli autori sono raccontati con un occhio alla Storia in cui sono immersi e, di conseguenza, al contesto umano, sociale e politico che ha condotto alla genesi dei singoli linguaggi, stili ed estetica cinematografica.

 

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