JULIA HOLTER
Have You In My Wilderness

[ Domino - 2015 ]
7.5
 
Genere: chamber-pop, songwriting
 
7 ottobre 2015
 

In un episodio delle ultime stagioni di Mad Men, Sally Draper siede con Don al tavolo di uno di quei ristoranti che si trovano lungo le superstrade; è il giorno di San Valentino e lei e il padre non hanno altri con cui condividerlo; Sally, a un tratto, rompe il silenzio, dicendo “I am so many people”. Sono lontani i giorni della ribellione, sono lontani i giorni in cui Don non suscitava in chiunque un moto di compassione e così il più delizioso dei personaggi di Mad Men mi è tornato in mente con il nuovo lavoro di Julia Holter: l’artista che una volta componeva interi album nella sua cameretta con la carta da parati a fiori, ha lasciato sobborghi e s’è mossa per la città, s’è persa, è diventata “oh, so many people”. Se “Loud city song” si ispirava a “Gigi“, di Colette, l’opera di diseducazione sentimentale di una ragazza inaspettatamente attraente e adulta – un po’ come Sally Draper, quel giorno che si era messa l’ombretto e gli stivali e sembrava pronta per andare sulla Luna o dappertutto – in “Have you in my wilderness” incontriamo tutti le persone che oggi è Julia Holter. Lontana dall’eterea stratificazione di suoni di “Ekstasis” – ma, messe in progressione, le sue opere indicano uno sviluppo piuttosto organico – qua protagonista del suo album è la voce. Protagonista sono anche le storie che la Holter finalmente ha deciso di raccontare con la stessa accuratezza che avrebbe da autrice di racconti e la grazia delle ragazze che hanno passato più tempo in mezzo alle parole degli altri, che nelle proprie. “Have you in my wilderness” non è un saggio della bravura di questa artista, ma è la diretta conseguenza di un talento che ha avuto i mezzi per manifestarsi in una forma sempre più personale, come se avesse imparato ad esprimersi in un alfabeto che è stata costretta ad inventarsi. Dove “Loud City Song” appariva confuso e immenso, “Have you in my wilderness” acquista un senso di cristallina pulizia: il jazz corretto da canzoni che paiono appartenere a Nico, “How long?” come un pezzo di Sibylle Baier che non ha bisogno di quarant’anni per essere amato.

La vera gioia di “Have you in my wilderness” è che mostra quello che alcuni non avevano ancora capito e cioè Julia Holter non è solo una delle musiciste più colte là fuori (“Lucette stranded on the beach” è tratta ancora dall’opera di Colette, ma stavolta è l’unica traccia propriamente letteraria), ma anche una donna che sa come divertirsi; mettete su “Feel you” e “Sea calls home” e ballate, insomma. Julianna Barwick ha la serietà delle scritture notturne e delle immagini catturate per caso dalla macchina da presa; Grouper l’esoterismo dei “Picnic at Hanging Rock”, della musica che non ha bisogno di parole; Julia Holter, invece, un giorno, come Sally Draper, ha camminato per le strade di qualche capitale e al telefono con un amico ha detto che la città era sporca, ma che questo non l’aveva turbata. Sa camminare con eleganza, la Holter e se cade,non è un problema (“I’ll fall, you know I like to fall”), come non sono un problema l’ora di punta e il fatto che a Città del Messico piova così tanto.

Sempre più vicina a certa arte femminile – ogni progetto sembra meritarsi il titolo di installazione, lo spazio delle gallerie d’arte – un po’ come una Sophie Calle o una Francesca Woodman senza il dovere di aderire a una poetica qualsiasi o riempirsi le mani di vernice e polvere, Julia Holter continua a scrivere album con la consapevolezza che, già adesso, si può concedere il lusso di osservarci dall’alto, con Betsy, “on the roof”.

Tracklist
1. Feel You
2. Silhouette
3. How Long?
4. Lucette Stranded On The Island
5. Sea Calls Me Home
6. Night Song
7. Everytime Boots
8. Betsy On The Roof
9. Vasquez
10. Have You In My Wilderness
 
 

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