CLUB TO CLUB 2015 (TORINO, 4-8/11/2015)

 
11 Novembre 2015
 

Il Club To Club di Indieforbunnies è iniziato venerdì e si è concluso all’alba di domenica, il pellegrinaggio annuale ha avuto dunque come Mecca esclusivamente lo spazio del Lingotto. Torino è tuttavia ben altro, gli organizzatori lo sanno e hanno saggiamente pensato di adibire altri luoghi vitali per le esibizioni; chi c’era avrà potuto vivere un’esperienza ricca come non mai. Anche in Fiera le modifiche lasciano assaporare l’evoluzione costante di un organismo capace di crescere da solo, sviluppando ambienti e comunità uniche nel nostro panorama. La Sala Gialla, volutamente allontanata dal Main Stage, ha creato un corridoio in cui rilassarsi prima di raggiungere sonorità altre.
E poi come vive la città questo festival è ben percepibile anche in Piazza Castello e nelle altre zone nevralgiche del centro; così come in periferia, dove il numero di persone che mette le mani nell’immondizia aumenta anno dopo anno. Viaggiare a distanza di dodici mesi permette anche di captare disagi e abitudini che si rafforzano o scemano nel tempo.

Prima di entrare nel vivo, penetrando le architetture del Lingotto, è necessaria una precisazione: qui non troverete nessuna foto allegata. Perché? Semplicemente il tutto nasce da una recente rilettura del filosofo Günther Anders, unita alla visione dei classici smartphone al cielo durante i live.
L’assenza, più che la presenza, è un piccolo appello alla conservazione dell’emozione soggettiva, dove il mondo al di fuori può anche essere ricordato senza immagini, evitando la spasmodica ricerca di un filtro adatto a far risaltare un dato particolare. L’uomo è sempre più antiquato rispetto alle tecnologie presenti, e l’originale diventa indistinguibile dalle copie. Fortunatamente erano presenti fotografi bravissimi dunque state pure tranquilli, l’overdose di immagini potete trovarla dappertutto. Lasciamo lavorare i professionisti e recuperiamo una dimensione il più umana possibile, una club culture capace di andare oltre e ripristinare il contatto tra gente che balla e si libera per qualche ora da tutto il resto. Utopie a parte, si può iniziare il discorso legato alla musica, e non solo.
L’immaginario personale erge a modelli di festival elettronici Atonal o Unsound, più che Sonar et affini, dove gli artisti in cui si crede sono supportati a più livelli per tutto l’anno. Relazioni e comunità, rapporto umano e progetti appositamente creati per l’evento in modo che possa esserci una scia positiva anche dopo. Probabilmente il festival torinese è ancora un ibrido, certamente ben indirizzato verso tale traguardo ma ancora non perfettamente a regime sotto il dato punto di vista. Sicuramente i curatori artistici riescono ad essere a contatto con pubblico ed artisti, ma potenziare questo lato porterà il Club To Club perfettamente alla pari con i festival sopracitati. Magari non è quella la piega che si ha in mente, ma la personalissima speranza è fondata su basi inequivocabili.

La line up iniziale era già in partenza una cartina tornasole, le proposte nostrane in particolar modo hanno tralasciato l’hype estivo, destinato ad estinguersi e cavalcato con poco costrutto dal RoBOt, per rimanere fedeli alla linea. Vaghe Stelle e Furtherset su tutti sono artisti capaci di crescere a livelli superiori rispetto ad un sottobosco brulicante, ma eccessivamente uniformato verso il piatto.
E poi Thom Yorke ad allargare lo spettro verso il pop da una parte, altri nomi a sfondare muri dalla parte diametralmente opposta. La gioia e l’appagamento derivano dal gusto del singolo, in base alla propria attitudine si sarà apprezzato qualcuno più di altri e via dicendo.
Sulla carta è una cosa, dal vivo i fattori cambiano.
Innanzitutto si può sgombrare il campo da un equivoco: è molto più attinente al Club To Club un inglese che spiega “I’m a raver” e se la balla libero in disparte, sapendo dove stare, che uno dei tanti influencer – si chiamano così vero? – capaci solo di parlare di equalizzatori e di criticare chissà cosa. Inventarsi problemi, pensare alla non perfetta riuscita di un set o al “non suona come su disco” è una forma mentis tipicamente italica, virus credo impossibile da debellare. Refrain insopportabili da legnate nei denti. Alla fine qui stiamo dalla parte del raver, che si diverte e suda fino all’ultima goccia di sudore e sostanze chimiche; probabilmente sapendone anche di più riguardo agli equalizzatori.
L’ordine cronologico è il più semplice e lineare da seguire: così si parte inevitabilmente da venerdì.

Il buon cibo fa parte del complesso e dunque arrivare per le 20:30 è impossibile, a pancia mezza vuota fino alle 05:00 non è consigliato stare.
L’accoglienza è data da Carter Tutti Void, subito insomma si è cercato di incanalarsi nel flusso cupo e oscuro ben rappresentato a Torino. Le possibilità evocative del dream team hanno fatto scendere una nebbia nera sullo stanzone principale, il tutto si è trasformato in una lunga arrampicata su di una montagna arcigna in cui è appena caduto un monolite scuro. Poi arrivano i Battles per un tripudio di percussioni troppo perfette e tecnicamente impeccabili per stuzzicare davvero le membra dopo l’industrial precedente. Abbiamo così rapidamente virato verso altri mondi: Tala – vestita da Missoni come una diva che si rispetti – e Omar Souleyman erano lì per quello, dare alternative utili. Forse potevano essere entrambi più coinvolgenti, ma lo sforzo di aprire i confini e le dighe è da apprezzare sicuramente. La donzella ha quel flow che serve per sfondare oltreoceano, dove quelle che noi consideriamo nuove tendenze sono già realtà da anni. Il siriano pareva lievemente bloccato, coinvolgendo comunque con i classici approcci in un misto tra matrimonio e party (s)frenato, almeno a Torino.
Non c’è tempo di respirare fino a Four Tet, tutto improvvisamente vira verso l’estasi grazie alle lunghe e sublimi suite presenti nell’ultimo “Morning/Evening”. Dolcemente cullati dalla voce indiana, in una progressione verso giardini in cui crescono piante mai viste prima; come sempre un maestro sia che si tratti di live o dj set.

La lunghissima attesa di Thom Yorke, mentre i soliti annoiati si divertono dall’alto della loro sapienza a sfottere i fan dei Radiohead, ci fa spostare da Todd Terje. Il norvegese è bello carico, ma sembra di stare più ad una qualsiasi festa erasmus di Bologna. Ballare si balla, meglio se da ubriachi perché il mood della serata, in attesa di sua maestà Prurient, era diametralmente opposto. Gli scandinavi dovrebbero dedicarsi al black metal, al noise, alla techno o ai droni, suvvia.
Si ritorna dal “nome grosso” e non si rimane delusi in fondo, anche se la lunghezza del live richiedeva alcune pause (tanto si sentiva anche da leggermente fuori). Certo le critiche, magari giustificate nella scelta della scaletta, ci sono state, non si poteva perdere l’occasione di sparare sulla superstar. Un saliscendi del genere, con quella voce marchio di fabbrica e i visual ben collegati merita sicuramente più di un applauso, sono cose che non si vedono ogni giorno e garantiscono escursioni “un poco più in là”.
Infine come salmoni che risalgono controcorrente si sfida il flusso inarrestabile che dalla sala gialla va al “caciarone” Jamie XX. Nel palco secondario c’è Dominick Fernow e il poco pubblico è lì perché sa cosa aspettarsi, ma non conosce quanto sarà spostato in alto il grado di subumanità. Vedere il livello raggiunto dal coordinato assalto sonoro è a dir poco eccitante, totalmente rapiti si viene abrasi da urla, muri di rumore, vibrazioni che entrano nella pancia e strizzano gli organi interni con la stessa foga usata dall’artista per dare sferzate rabbiose a microfoni e fili. Personalmente era uno dei motivi di massimo interesse dell’intero festival, per farsi dare la buonanotte da Prurient grazie ad un live da codice penale. Bravissimi gli organizzatori a non perderselo dopo il disco capolavoro “Frozen Niagara Falls”.

Tra una serata e l’altra c’è il tempo per salutare amici torinesi, visitare la città e soprattutto spendere soldi in cibo di qualità.
Sabato sera arriva presto e i tempi si dilatano, Oneohtrix Point Never non usa le maniere forti e sbroglia la sua matassa impazzita in un live liquido, sinuoso e raffinatissimo. Una dimostrazione di tutta la geniale qualità che a volte risulta eccessivamente frammentata, un Lopatin davvero a punto per fare ondeggiare e sognare tutti. Segue Andy Stott, ispirato e nero come il petrolio, finalmente sul main stage: il meccanico di Manchester – chiamato così per quel suo essere così “normale” – ci toglie tantissime energie perché ballare fino allo sfinimento è l’unica soluzione per non finire come gabbiani con le ali messe fuori uso dal liquido limaccioso perso dalla nave e gettato sul pubblico da Stott.
Arriva quel bellone di Nicolas Jaar, concentrato di talento purissimo, e le spaziature vanno a farsi friggere. Tutti si ammassano in una formazione schiacciata che farebbe infuriare da coach Popovich in giù; impossibile mettere in campo un attacco fluido come quello degli Spurs e allora ci si riposiziona in sala gialla dov’è c’è Lotic.

Con una poco probabile maglia girocollo bianca, poi levata per il caldo, il dj pareva impacciato prima di proporre un set magico tra grime, noise, Sudamerica e un clamoroso remix di “Bitch Better Have My Money”, singolone di Rihanna: sicuramente uno dei momenti più fuori dagli schemi del festival.
Con la speranza che Jaar abbia fatto un set esclusivamente di spoken word e jazz – i pochi minuti captati erano comunque di classe – tocca a Jeff Mills. Non c’è bisogno di presentazioni, il martello di Detroit è un maestro e l’impronta lasciata non la si può negare nonostante la botta di stanchezza infinita. La mano di Mills pulsa, tutto si muove e chi si sa divertire certamente non ha perso l’occasione.
Giusto perché lo sfinimento è alle porte, si attende Shackleton cercando di incassare la techno direttissima di Powell + Not Waving che in sala gialla dispensano mazzate a destra e sinistra. Altra bella sorpresa prima di una chiusura benefica capace di lenire ogni dolorino, con Shackleton si viaggia altissimi e ci facciamo portare dove vuole lui: in Africa, allo stadio a Berlino, in un club londinese, a fare un giro in taxi, a casa, dappertutto sempre e comunque.

Albergo, stazione, treno e ritorno alla vita normale. E unico appunto: magari prossimo anno puntiamo anche sul footwork.
Club To Club risulta ogni anno più connotato, le cartoline si sprecano e i saluti pure. Il futuro dei festival spesso diventa nebuloso – basti vedere l’ottusità che ha bloccato il Node a Modena – ma si può realizzare qualcosa di estremamente personalizzato, ricercando qualità ed identità. La strada tracciata non è più sterrata e Torino è capofila, anche senza raggiungere tali livelli crescono gemme sperimentali (Path Festival a Verona) per anni a venire maggiormente stabili in cui riversare energie e competenze in una cultura che non ha più bisogno di consigli continui.
Se la qualità cresce senza sosta o argini burocratici e di altro tipo le ottusità mentali verranno rigettate, è l’evoluzione della specie.

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