BLOW UP #3: BUSTER KEATON

 
7 Dicembre 2015
 

La storia di Joseph Frank Keaton detto Buster , fondatore della nuova comicità statunitense, è la storia dell’America polverosa di provincia e degli spettacoli ambulanti.
È incredibile, ma allo stesso tempo così profondamente americano, come un regista ed interprete raffinato e all’avanguardia abbia fatto i primi passi nei Medicine Shows che giravano le cittadine sperdute del Sud degli Stati Uniti promettendo mirabolanti guarigioni e sketch imperdibili.

I primi passi di Joseph Frank non sono solo letterali, poiché fin da piccolissimo segue sul palco i genitori, due valenti interpreti di vaudeville.
Il vaudeville era un genere di varietà di stampo teatrale molto in voga negli USA dei primi del ‘900 (Joseph nasce nel 1895 in Kansas), importato – come si intuisce dal nome – dalla Francia.
La famiglia di Joseph Frank è una minuscola compagnia teatrale che si esibisce in uno show viaggiante chiamato Mohawk Indian Medicine Company insieme a Harry Houdini, il celebre illusionista di origine austro-ungarica che si cimentava in prove complicate e spettacolari quali ad esempio liberarsi da chili di catene saldamente assicurate da lucchetti, sparire e ricomparire, fuggire da nascondigli apparentemente inespugnabili.
Sembra che proprio Houdini abbia dato a Joseph Frank il soprannome di Buster, che potrebbe essere tradotto con “fenomeno”, dopo che il bimbo, a soli diciotto mesi, si fu rialzato senza un graffio da una caduta dalle scale potenzialmente disastrosa.
La veridicità di questa storia non è mai stata appurata: tuttavia, il soprannome funziona e suona bene, ma soprattutto ha un padrino d’eccellenza, star dello spettacolo popolare: Harry Houdini, appunto.
A tre anni, Buster inizia ad esibirsi con regolarità insieme ai genitori, in uno spettacolo intitolato The Three Keatons, che esordì nel 1899 durante una tappa nel Delaware. Dato che il tipo di sketch in serie in cui i bambini delle compagnie teatrali ambulanti si esibivano comprendeva spesso cadute anche brusche e dolorose, gli spettacoli venivano frequentemente interrotti con l’arresto degli adulti da parte delle autorità locali, che li accusavano di esercitare un abuso sui bambini-attori.
Buster, però, era in grado di dimostrare, dopo ogni spettacolo, di non aver riportato neanche la più piccola escoriazione, accrescendo la sua fama di “Ragazzo Infrangibile”, come a volte fu apostrofato. L’acquisizione delle tecniche da stunt-man era perciò molto precoce in Buster, che infatti ammetterà di non essersi mai procurato alcuna ferita o frattura.
La gioia che il palcoscenico provocava nel piccolo Keaton era immensa e sincera, tant’è vero che spesso egli iniziava a ridere quando il padre lo lanciava letteralmente sul palco; questo, però, non suscitava particolare ilarità negli spettatori, che invece si divertivano di più quando Buster restava serio. Forse è in questo momento che nasce la sua caratteristica, impassibile maschera comica.

La vita degli artisti di strada è dura: la precarietà economica e i continui spostamenti contribuiscono alla fragilità familiare ed individuale.
Buster frequenta poco la scuola, a causa dello stile di vita della sua famiglia: la madre gli insegnerà a leggere e scrivere, e lui imparerà piuttosto tardi rispetto ai suoi coetanei.
A 21 anni, Buster sperimenta anche la discesa del padre verso l’alcolismo; la piccola compagnia familiare si scioglie e Buster e la madre Myra si trasferiscono a New York, dove inizierà la carriera cinematografica del giovane attore di vaudeville.
Nel febbraio del 1917 Buster incontra Roscoe Fatty Arbuckle, attore comico dalla carriera già consolidata, che all’epoca era celeberrimo per le sue gag e per il sodalizio artistico con Mabel Normand, attrice tra le preferite di David Wark Griffith.
Keaton, da teatrante, è piuttosto diffidente verso il mezzo cinematografico; tuttavia si fa convincere da Arbuckle, che lo farà apparire, intorno al 1920, in 14 dei suoi corti, nei quali “Faccia di Pietra” (così Buster era anche noto per la sua maschera impassibile) sorride molto, contrariamente alla sua usuale cifra stilistica.
Tra Keaton e Arbuckle nascerà un’amicizia solida e sincera, e Buster sarà uno tra i pochissimi a difendere l’amico e collega dalle accuse di stupro e omicidio ai danni dell’attrice Virginia Rappe.
Le doti di stuntman coltivate in anni e anni di teatro itinerante si rivelano molto utili a Keaton, così come la sua impercettibile e straordinaria mimica facciale, sviluppata anch’essa in anni di teatro di strada.
Il sodalizio con Fatty Arbuckle permetterà a Keaton di arrivare a possedere una sua casa di produzione, la Buster Keaton Comedies, che sfornerà alcuni film a due bobine prima di passare ai lungometraggi.
Nonostante Keaton si avvalga della collaborazione di valenti sceneggiatori, è lui ad ideare sempre le gag più geniali e, a detta del regista Leo McCarey, impossibili da imitare.
Anni più tardi, il critico David Thomson descriverà così lo stile comico di Keaton: Buster è chiaramente un uomo le cui convinzioni sono orientate a null’altro che la matematica e l’assurdo…come un numero che ha sempre cercato l’equazione perfetta. Guardate il suo volto – bello ma non umano, come potrebbe esserlo una farfalla – e vi renderete conto del totale fallimento nell’identificare quale sentimento esprima.
Gilberto Perez, con grande sensibilità, commenta: il genio di Keaton è tale da fargli mantenere un’espressione impassibile che tuttavia interpreta, attraverso impercettibili inflessioni, la vivida espressività della vita interiore. I suoi grandi occhi profondi ne sono la rappresentazione più eloquente: con un solo sguardo può trasmettere una gamma vastissima di emozioni, dal desiderio alla sfiducia, dall’imbarazzo al dolore.

Insieme a “Steamboat Bill Jr.” (1928), i lungometraggi più memorabili di Keaton sono “Our Hospitality” (“Accidenti, che ospitalità!”, 1923), “The Navigator” (“Il Navigatore”, 1924), “Sherlock Jr” (“La palla n.13”, 1924), “Seven Chances” (1925), “The Cameraman” (“Il Cameraman”, 1928) e The General (Come vinsi la guerra, 1927).
Quest’ultimo, ambientato durante la Guerra Civile con l’intento di rappresentare il conflitto in modo leggero con stile da commedia, viene accolto in modo contrastante dalla critica; sebbene i critici propendano per considerare The General l’opera maggiore di Keaton, essi sostengono di avervi notato “troppo poche risate per essere una commedia”. Il parziale fallimento di questa impresa ha come risultato per Buster la perdita dell’indipendenza produttiva sui suoi film, che coinciderà con l’avvento del sonoro nel cinema e l’inizio di problemi personali.
La specificità di Buster Keaton risiede nella totale inclassificabilità della sua arte, che viene percepita come proveniente da un mondo alieno e profondamente venato di stralunata poesia.
Keaton sa individuare, in modo più profondo, analitico e originale rispetto al contemporaneo Chaplin, le contraddizioni e la crisi montante della società del suo tempo; la sua visione del mondo geometrica e razionale gli impedisce di rappresentare la realtà attraverso una facile e prevedibile drammaticità, e questo effetto viene ottenuto attraverso un minuzioso e rigorosissimo impegno artistico.
La sua studiata impassibilità, i movimenti e gli sviluppi quasi meccanici delle avventure del suo personaggio, i rapporti molto stretti tra il personaggio stesso e l’ambiente (quasi che l’ambiente, per la prima volta così compiutamente nel cinema americano, diventi esso stesso co-protagonista), tutto concorre a stabilire un canone espressivo completamente diverso rispetto ai contemporanei e lo farà amare, non a caso, dai surrealisti.

Il carattere astratto, antinarrativo, antidrammatico e antimoralistico del personaggio Keaton è stato spesso scambiato per divertissement freddo e intellettuale; viceversa, ad un esame più profondo e sensibile, tale carattere è la condizione essenziale per tirar fuori dai fatti quotidiani la loro vera essenza.
La fissità del volto di Buster Keaton non è una semplice maschera; come appunto nota il già citato Perez, i suoi grandi occhi esprimono un numero infinito di emozioni e il vero atteggiamento del suo personaggio nei confronti della realtà.
L’universo di Keaton è una sorta di specchio deformante, come in un’opera di Lewis Carroll, l’autore di “Alice nel Paese delle Meraviglie” e “Attraverso lo Specchio”: la vita reale, con i suoi avvenimenti, è rappresentata tale e quale nelle avventure di Buster, ma stravolta dalle trovate fantastiche e osservata con un distacco insieme stralunato e lucido, che porta in superficie le contraddizioni e l’incipiente disumanizzazione delle relazioni tra persone. Ulteriore conferma di questa tesi critico-interpretativa è ravvisabile nella costante presenza, nella produzione cinematografica keatoniana, del rapporto uomo-macchina, ad esempio ne “Il Cameraman” (1927).

Con l’avvento del sonoro nel cinema, la carriera di Keaton inizia una parabola discendente attraverso interpretazioni di soggetti sempre più banali e caricaturali; una grande prova la fornirà nel 1965, poco prima della sua morte, in un “atto senza parole” di Samuel Beckett, in Film di Alan Schneider.
L’understatement di Keaton e la sua poeticità nel rappresentare le delicate e profonde interazioni tra persone, oggetti e natura, non è stato apprezzato come avrebbe meritato. È sorte comune alle forme d’arte dalla forte personalità, poco o per nulla inclini a rappresentare la realtà in modo banale o ancor peggio consolatorio, essere scarsamente valorizzate o addirittura confinate in un’incomprensibilità che nasconde il timore per il loro potenziale detonante.

Blow Up è una rubrica a cadenza mensile che si propone di raccontare i grandi registi del cinema occidentale, a partire dall’era del Muto. Le autrici e gli autori sono raccontati con un occhio alla Storia in cui sono immersi e, di conseguenza, al contesto umano, sociale e politico che ha condotto alla genesi dei singoli linguaggi, stili ed estetica cinematografica.

 

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