TOP TEN ALBUM 2015 DI SEBASTIANO IANNIZZOTTO

 
22 dicembre 2015
 

#10) EL VY
Return To The Moon

[4AD]

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Ve lo immaginate Matt Berninger lontano dai The National? No, in effetti. El Vy è qualcosa di più di un semplice side project. “Return to the Moon” è un album senza centro di gravità, in cui ogni traccia è una sorpresa. Lontano dai The National, la voce di Matt resta una sicurezza e una garanzia di qualità altissima.

#9) EDITORS
In Dream

[PIAS]

Dopo l’utopia del rock da stadio à la U2 di “The Wight of Your Love”, l’ultimo disco degli Editors ha il sapore di un ritorno a casa. Con “In Dream” Tom Smith e soci tornano alla matrice new wave degli esordi, aggiungendo però una buona dose di synth. Dopo aver fatto entrare la luce, gli Editors hanno chiuso le finestre e sono tornati a immergersi in quell’oscurità che, forse, è la dimensione che gli appartiene di più. “In Dream” non sarà all’altezza di “The Back Room” e di “An end Has a Start”, ma è un enorme passo in avanti rispetto alle ultime uscite della band (ed è curioso parlare di passo avanti con un disco che invece torna indietro a recuperare certe sonorità degli esordi).

#8) INDIAN WELLS
Pause

[Bad Panda]

Indian Wells ha lasciato i campi da tennis di “Night Drops” e si è immerso nelle gole dell’Alcantara di “Pause”.

Ma la qualità è rimasta intatta.

#7) KURT VILE
B’lieve I’m Goin Down…

[Matador]

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Parlare di maturità in riferimento a uno come Kurt Vile è riduttivo. Ma “b’lieve i’m going down…” è il lavoro di un musicista che ha raggiunto una piena consapevolezza di sé. Le vibrazioni della chitarra di Vile, unite alla sua voce, creano un lento viaggio notturno attraverso un’America polverosa e pigra.

#6) BLUR
The Magic Whip

[Parlophone]

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Il ritorno dei Blur a dodici anni da “Think Tank” ha creato una gigantesca bolla di attesa e di hype. E una domanda sussurrata: saranno ancora all’altezza? “The Magic Whip” ha fugato ogni dubbio.

#5) YAKAMOTO KOTZUGA
Usually Nowhere

[Fabrica/La Tempesta]

L’esordio di Yakamoto Kotzuga ha alzato l’asticella rispetto all’ep “Lost Keys & Stolen Kisses” e alla struggente “All These Thing I Used to Have”. “Usually Nowhere” è un album oscuro, a tratti violento e duro, difficile anche. L’attenzione ai particolari e la costruzione del suono confermano (se mai ce ne fosse stato bisogno) la statura di Giacomo Mazzuccato.

#4) CALCUTTA
Mainstream

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[Bomba Dischi]

Calcutta è sempre un passo oltre la linea che stiamo tentando di tracciargli intorno. Ci sono state due reazioni a “Mainstream”: adorazione totale o rifiuto sdegnoso. Io, da quando ho sentito dei versi come “e non mi importa se non mi ami più/e non mi importa se non mi vuoi bene/dovrò soltanto reimparare a camminare”, l’ho subito adorato.

#3) GRIMES
Art Angels

[4AD]

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Grimes tira fuori un disco in cui dentro c’è di tutto: la musichetta dei videogames, Britney Spears schizofrenica, il k-pop, un luna park in cui lo zucchero filato è a base di anfetamine, una quantità incredibile di suoni caleidoscopici, i jingle degli spot pubblicitari, la ridenfinizione del concetto di barocco aggiornata al 2015. C’è di tutto ed è bellissimo.

#2) VERDENA
Endkadenz Vol. 1 / Vol. 2

[Universal]

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“Endkadenz” è un groviglio. I Verdena all’apice della loro arroganza e della loro bulimia musicale se ne vengono fuori con un doppio che è ancora più complicato di “Wow”. Endkadenz potrebbe essere la sintesi dell’ambizione pop di “Wow” e della cupezza di “Requiem”: una reazione chimica perfetta e abbagliante e travolgente come un’esplosione nucleare.


#1) SUFJAN STEVENS
Carrie & Lowell

[Asthmatic Kitty]

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Sufjan è arrivato al suo capolavoro per sottrazione. Messo da parte il progetto (folle) di dedicare un album a ciuscuno dei cinquanta stati degli USA, messe da parte le monumentali raccolte di canzoni natalizie, messi da parte gli album dedicati agli animali dell’oroscopo cinese, messe da parte tutte queste cose, Sufjan è rimasto con se stesso e con un vuoto in mezzo al petto. In effetti, forse, tutto quello che ha fatto prima di “Carrie & Lowell” è stato solo un tentativo di riempire quel buco scavatosi ben prima che Carrie morisse. Per raccontare il rapporto complesso con la madre anche la musica passa attraverso un processo di sottrazione. Quello che viene fuori è un album sincero in cui in primo piano c’è la vita di Sufjan, ci sono i suoi sentimenti allo stato più puro. E il dolore per la perdita si trasforma in una specie di serenità raggiunta grazie all’attraversamento del dolore e alla sua sublimazione in musica

 

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