I MIGLIORI 25 DISCHI ITALIANI DEL 2015

 
di
23 Dicembre 2015
 

#25) DJ KHALAB
Eunoto EP
[Black Acre]

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Come consuetudine per l’etichetta inglese Black Acre (che ha contribuito a lanciare il talentuoso Romare e ha nel suo roster anche Clap! Clap!) “Eunoto EP” è un lavoro di enorme qualità, sorretto da una visione chiara e potente: insomma l’ennesimo ottimo esordio di un producer italiano da seguire con attenzione.
(Nicolò “Ghemison” Arpinati)

#24) UOCHI TOKI
Il Limite Valicabile
[La Tempesta Dischi]

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Ventidue tracce in totale, divise in due dischi che evidenziano la totalità – bifronte – di una forte necessità di liberare il concetto ed il verbo, sciogliendolo dalle pastoie del pensiero accomodante e codificato per definirlo – finalmente – come mezzo diretto umano e veritiero, nudo e crudo in guerra con la ovvietà ed il falso quotidiano.

Disco “bomba” tutto da scoprire, disco che esplode a comando delle necessità del momento.
(Max Sannella)

#23) ZEUS
Motomonotono
[Three One G]

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È quasi inevitabile definire “Motomonotono” come l’album della maturità per una delle più spiazzanti creature del sottobosco pesante italiano, eppure gli Zeus affrontano questa nuova sfida con la nota, divertita e massiccia perizia tecnica e con la stessa, liberissima inventiva di sempre.
(Nicolò “Ghemison” Arpinati)

#22) FARMER SEA
Nobody Listens, Nobody Care
[Dead End Street]

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Un album in movimento dunque, che non lascia spazio a vie fuga. Siamo immersi in ogni goccia di “Nobody listens, Nobody care” nella sua coralità manifesta nella padronanza di suoni e variazioni stilistiche assolutamente non comuni.

Un sincero applauso per la terza dei Farmer Sea, un gruppo da seguire con attenzione.
(Fabio Nieddu)

#21) STEARICA
Fertile

[Monotreme]

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Dopo aver esordito con “Oltre” nel lontano 2007 e pubblicato uno split con gli Acid Mothers Temple, questa volta gli Stearica macinano sonorità hardcore e math-rock con maestria, facendoli affiancare per capacità e merito a band come 65daysofstatic, This Will Destroy You e Jeniferever, tutte compagne d’etichetta.

Il disco – quasi privo di canto e parole – si presenta potente, maestoso, con un violento suono in crescendo che non spaventa chi lo ascolta, anzi: è capace di destabilizzare positivamente, come catartica depurazione del nostro essere refoulé.
(Fabbio Rosato)

#20) DUST
On The Go

[Sherpa]

La memoria delle parole

Presentati dagli addetti ai lavori come un saporito mix tricolore di National e Wilco, i lombardi Dust sono passati inosservati ai più, ma in realtà questo loro album è uno dei lavori italiani guitar-oriented più riusciti di quest’anno. Indimenticabile il singolo “If I Die”.

#19) FRANCESCO PAURA
Darkswing
[Fullheads]

Non era certamente facile sfornare un nuovo disco dopo l’ottimo “Slowfood”, manifesto e coronazione della lunga carriera del napoletano Paura: eppure “DarkSwing” è un’opera ancora più grossa e ambiziosa, un album in cui le liriche del rapper partenopeo si dimostrano ancora una volta uniche per tecnica, lessico e pensiero e sono accompagnate da un tappeto sonoro sì dark, ma potente e avanguardista, probabilmente unico esattamente come il suo autore.
(Nicolò “Ghemison” Arpinati)

#18) KAOS
Coupe de Grâce
[K-Age]

Anche se stacchi la spina, lo spettacolo continua

Il rientro a sorpresa sulla scena del king assoluto e veterano del rap nostrano. Sdegnoso e sdegnato come sempre. Sempre più esistenzialista.
(Luca “Dustman” Morello)

#17) BROKE ONE
Reminiscence
[White Forest]

Scegliere solo un disco dall’incredibile quantità di perle uscite dal panorama elettronica italiano, era un’impresa tutt’altro che semplice: ma la decisione non è soltanto personale (perché l’album di Broke One guarda a un suono dai chiari riferimenti temporali di cui siamo entrambi, l’autore ed io, profondamente innamorati), ma anche etica.

In “Reminescence” non c’è solo un’enorme passione per le visioni elettroniche più fantascientifiche (e la perizia di saperle applicare), ma anche e soprattutto la capacità di trasportarle nel presente e, con loro, un’attitudine di dedizione e concretezza di cui c’è assoluto bisogno.
(Nicolò “Ghemison” Arpinati)

#16) SCISMA
Mr. Newman

[Woodworm]

Lo ammetto, la mia è una scelta sopratutto di cuore, mai ho rimpianto e atteso tanto un gruppo italiano, si tratta solo di un EP ed a tratti fa pensare più ad un “Paolo Benvegnù feat Sara Mazo & co.” che a un nuovo album della band lombarda ma basta a sfamare la mia atavica fame di Scisma, inoltre “Musica elementare” e “Darling, darling” sono dei pezzi da urlo
(Stefano D’Elia)

#15) YOUAREHERE
Propaganda

[Bomba Dischi]

Albe fredde e orizzonti luminosi

La risposta capitolina ad Apparat, Kompakt e compagnia bella e non solo. Un piccolo gioiello di elettronica supersensibile.
(Luca “Dustman” Morello)

#14) MECNA
Laska
[Macro Beats]

Aveva tutti i riflettori puntati addosso Mecna: l’esordio del 2012 lo aveva eletto tra i migliori mc degli ultimi tempi, capace di battere strade personali, addirittura sentimentali, senza perdere mai una credibilità costruita lungo gli anni con collaborazioni ed ep. C’erano stati poi la pubblicità della Sammontana e l’approdo presso la Universal: Mecna era cosciente della pressione che lo attendeva e allora ha deciso, coraggiosamente, di spingersi e spingere l’hip-hop italiano ai suoi limiti e forse oltre.

“Laska” è un album che da solo riesce ad inventarsi un corrispettivo italiano, affascinante e solido, di quell’hip-hop virato soul ed elettronica (cazzo gente, sentitevi le basi) esploso oltreoceano negli ultimi anni: un disco che, lo avesse fatto Drake o qualche altro americano, sarebbe stato acclamato unanimemente senza alcuna remora.
(Nicolò “Ghemison” Arpinati)

#13) INDIAN WELLS
Pause

[Bad Panda]

Indian Wells ha lasciato i campi da tennis di “Night Drops” e si è immerso nelle gole dell’Alcantara di “Pause”.

Ma la qualità è rimasta intatta.
(Sebastiano Iannizzotto)

#12) HEROIN IN TAHITI
Sun and Violence

[Boring Machines]

I luoghi non sono uno sfondo dove sfiliamo le nostre ombre.

Sono terra e carne, vento, respiro, luce, storia che non si è mai fermata e mai si fermerà.
(Sara Marzullo)


#11) YAKAMOTO KOTZUGA
Usually Nowhere

[Fabrica/La Tempesta]

L’esordio di Yakamoto Kotzuga ha alzato l’asticella rispetto all’ep “Lost Keys & Stolen Kisses” e alla struggente “All These Thing I Used to Have”. “Usually Nowhere” è un album oscuro, a tratti violento e duro, difficile anche. L’attenzione ai particolari e la costruzione del suono confermano (se mai ce ne fosse stato bisogno) la statura di Giacomo Mazzuccato.
(Sebastiano Iannizzotto)

#10) CALIBRO 35
S.P.A.C.E.

[Records Kick]

Qualcuno potrebbe sostenere che Enrico Gabrielli, Massimo Martellotta, Luca Cavina e Massimo Rondanini abbiano tolto i passamontagna per indossare i caschi da astronauta, mentre invece il passamontagna c’è ancora, è soltanto nascosto sotto i caschi ermetici dei primi viaggi interplanetari. Con “S.P.A.C.E.” i Calibro35 si rinnovano parzialmente, rimanendo sempre fedeli a se stessi, con brani come “Universe Of 10 Dimensions” e con il ritorno agli inseguimenti di poliziottesca memoria in “Bandits On Mars”, dal titolo davvero poco equivocabile, o in “Thrust Force” e “Violent Venus”.

Infine, come sempre, una produzione attenta a ogni minimo particolare, fa di “S.P.A.C.E.” la colonna sonora ideale del film di fantascienza dei Calibro35. Un’ Odissea nello spazio diretta da Carlo Lizzani? Sì, forse.
(Luca Secondino)

#9) DUMBO GETS MAD
Thank You Neil

[Bad Panda/Ghost]

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Disco ben fatto, architettato a dovere e con le ali, il frizzantino Motowns style “Youniverse”, il soulness raffinato “Quasar”, le nebulose gassose di “Andromedian girl”, “Cosmic bloom” e la sinuosità tonda e liquida di “Haters paradise”, garantiscono un proseguo d’ascolto ottimale, specie per chi intende che la gravità è solo una forma dannata di costrizione.
(Max Sannella)

#8) ANY OTHER
Silently. Quietly. Going Away.

[Bello Records]

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Un esordio positivo, una voce sincera e per niente forzata, un disco ben suonato che non vuole sconvolgere ma vuole essere diretto, sincero. Perchè è così che bisogna affrontare i tempi che viviamo, sentiamo, respiriamo. Ora spazio al bel tour in giro per l’Italia, quella indie, quella suonata, quella rock. E poi aspettiamo e auguriamo agli Any Other un ritorno in studio e quel pò di maturità che per forza di cose devi incamerare.

Niente retorica è la vita
(Angelo “The Waiter” Soria)

#7) C+C MAXIGROSS
Fluttarn

[Vaggimal Studios/Trovarobato]

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I C+C=Maxigross hanno dimostrato di essere diventati musicisti maturi, sempre più sperimentatori e ardimentosi, cosicché “Fluttarn” si va ad inserire tra le più belle uscite di questo autunno, capace di superare i confini – non solo geografici – italiani, arrivando ad un pubblico nordeuropeo, molto più attento nel riconoscere qualità e meriti.
(Fabbio Rosato)

#6) COLAPESCE
Egomostro

[42 Records]

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Colapesce localizza l’egomostro che ognuno di noi si costruisce nel proprio io e cerca più che di abbatterlo, di osservarlo con attenzione per capirne l’origine, la natura. Il sound si fa più elettronico rispetto al precedente “Un Meraviglioso Declino”, ispirato ai Talking Heads e al cantautorato italiano datato anni ’80, da Battiato a Battisti. Con un leggero malessere riconquistiamo la bellezza. Amen.
(Matteo Regina)

#5) GO DUGONG
Novanta

[Fresh Yo! Label/42 Records]

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Il primo paragone che salta alla mente è certamente l’ottimo “Night Safari” di Popoulus, ma “Novanta” è, se possibile, un album ancor più danzereccio e soprattutto più stradaiolo: non si tratta di club qui, ma dell’energia genuina e contaminata che risuona nelle favelas di Brasilia, nei quartieri turchi di Berlino, nelle ramblas di Barcellona e nelle strade di un Albania in rinascita.

In un album così cosmopolita, però ci piace segnalare di Millelemmi: il rapper fiorentino è l’unico featuring vocale italiano e conferma ancora una volta la propria unicità tecnica e lirica.
(Nicolò “Ghemison” Arpinati)

#4) PORT-ROYAL
Where Are You Now

[N5MD]

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Cos’altro dire se non che questo disco è qualitativamente superiore a ogni altra uscita musicale elettronica italiana del 2015.

Potete anche sommare la qualità di tutti gli altri lavori, non si superano i genovesi. Senza contare che “elettronica” è riduttivo per loro, epica ed utopia alla massima potenza.
(Alessandro Ferri)

#3) VERDENA
Endkadenz Vol. 1 / Vol. 2

[Universal]

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“Endkadenz” è un groviglio. I Verdena all’apice della loro arroganza e della loro bulimia musicale se ne vengono fuori con un doppio che è ancora più complicato di “Wow”. Endkadenz potrebbe essere la sintesi dell’ambizione pop di “Wow” e della cupezza di “Requiem”: una reazione chimica perfetta e abbagliante e travolgente come un’esplosione nucleare.
(Sebastiano Iannizzotto)


#2) CALCUTTA
Mainstream

[Bomba Dischi]

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Ci si è interrogati poi sul significato di “Mainstream”, proprio come termine: è ironia, è una dichiarazione di intenti? E via con digressioni infinite su quella che è veramente la musica “Mainstream” e sull’inquadramento di Calcutta nel bel paese della musica pop d’autore.
Poi, secondo me, ascoltando l’album ti accorgi che, anche se le canzoni sono molto più orecchiabili di quelle di “Forse…”, il vero Mainstream non è quello della musica, ma quello dei sentimenti.
Dell’amore, che è soprattutto nostalgia.
Prendete “Cosa mi Manchi a Fare” ed il suo ritornello e ditemi se non sono parole che ci appartengono un po’ a tutti, “Mainstream” appunto.

E non mi importa se non mi ami più, e non mi importa se non mi vuoi bene.
Dovrò soltanto reimparare a camminare.

Semplice, diretto, vero.
(Jacopo Patrignani)

#1) IOSONOUNCANE
DIE

[Tannen]

Qua avrei veramente tanto da dire, per le poche righe che mi sono concesse.
Partiamo da questo concetto: io non sono particolarmente affezionato alla scena indie italiana e se pongo questo album così in alto non lo faccio certamente per partigianeria.
Tutt’altro, “Die” semplicemente è un lavoro fenomenale, miracoloso che ha settato nuovi standard che nella nostra allegra penisola difficilmente verranno superati nel brevo periodo.
Il perfetto equilibrio tra la musica del futuro e gli strumenti della tradizione, un connubio in cui si incontrano elettronica e percussioni primitive.
Una magia che nasce nel coro di tenori sardi e nella tetra marcia in beat di Tanca e che si chiude tra zoccoli e polvere in Mandria.
Tutto si apre e da un treno regionale mi sembra di vedere le scogliere del mio mare.
(Jacopo Patrignani)

 

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