I MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2015 [ #25 / #01 ]

 
di
24 Dicembre 2015
 

Posizioni: I MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2015 [ #26 / #1 ]

#25) THE SOFT MOON
Deeper
[Captured Tracks]

Essere o non essere?

Il terzo Lp della creatura di Luis Vasquez fa proprio quello che dice il titolo, va ancora più a fondo nella formula sonora “gotica” che da sempre contraddistingue il progetto e catapultandosi con determinazione oltre la transitorietà rappresentata dal precedente “Zeros”, creando finalmente vere e proprie “canzoni” che scandagliano l’Io interiore alla ricerca di una identità perduta, tra languori notturni e tribalismi indomiti.
(Luca “Dustman” Morello)

#24) ALGIERS
Algiers
[Matador]

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Se li ascolti non te ne stacchi più. La voce di Franklin James Fisher sembra venire dal passato, da altri tempi e luoghi. Ma il tappeto sonoro che Ryan Mahan e Lee Tesche gli costruiscono attorno è quanto di più moderno esista sul mercato. Una volta spettava al folk svegliare le coscienze, poi come in un’immaginaria staffetta il compito è passato al rap.

Ora tocca anche agli Algiers, band che fa genere a se.
(Valentina Natale)

#23) EAST INDIA YOUTH
Culture of Volume

[XL]

William Doyle, in arte East India Youth, era salito alla ribalta solo un anno fa con “Total Strife Forever”, valsogli una nomination al Mercury Prize. “Culture of Volume” si sposta in territori lievemente più orecchiabili, ma parliamo sempre di elettronica concettuale, astratta, cerebrale.
(Francesco”dhinus” Negri)

#22) PANDA BEAR
Panda Bear Meets the Grim Reaper

[Domino]

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Ho una mia teoria su Panda Bear e su gli Animal Collective: sono esattamente l’equivalente, in termini melodici, di quello che sono stati la vitalità, l’eclettismo e l’allegria spensierata del liceo.
Insomma, ascolto questo album e tra le voci che si alternano ci vedo la mia kefiah che ogni giorno cambiava colore, le barbe asimmetriche e gli zaini Napapijri dalle tinte discutibili.

Purtroppo a diciotto anni ero un po’ acerbo e non mi sarebbe mai piaciuta una canzone di Noah Lennox. Avrei fatto finta di capirla, certamente, se me l’avesse consigliata la persona “giusta”.
Ma insomma, mettiamoci un po’ di punteggiatura a caso e traduciamo alla lettera la canzone più convincente dell’album e viene fuori “Ragazzi, latino!”.
Cioè, la preghiera che ogni studente del classico sussurrava e sussurra in prospettiva della seconda prova d’esame.
(Jacopo Patrignani)

#21) TAME IMPALA
Currents

[Interscope]

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Sono stata a lungo indecisa sul valore reale del terzo album dei Tame Impala, buono come i precedenti, sì, ma poi mica tanto diverso. Alla fine ho dovuto prendere atto del numero di ascolti per “The Less I Know The Better” sul mio iTunes con conseguente ammissione: Kevin Parker ha ancora effetto di ipnosi sulla sottoscritta.

Parola chiave: allucinogeni.
(Serena Riformato)

#20) DEERHUNTER
Fading Frontier

[4AD]

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Ero sicuro di mettere un album di Indie Rock, perché da sempre è il genere di musica che ho nel cuore. Ad inizio anno avrei scommesso su una riconferma dei Django Django, ma, ahimè, “Born Under Saturn” è veramente una noia mortale. E’ un peccato, un grosso peccato.
Non ci resta che consolarsi con il ritmo funky di “Snake Skin” e l’indie senza sbavature dei Deerhunter.
(Jacopo Patrignani)

#19) CHANTAL ACDA
The Sparkle In Our Flaws

[Glitterhouse]

Chantal Acda è bravissima. Quel tipo di bravura poco invadente che solo i grandi artisti possono permettersi. Tra atmosfere rarefatte e songwriting folk, “The Sparkle In Our Flaws” è la definitiva consacrazione della musicista belga. A Gennaio sarà a Roma. Non vediamo l’ora di assistere al suo live.
(Triste Sunset)

#18) KURT VILE
B’lieve I’m Goin Down…

[Matador]

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Parlare di maturità in riferimento a uno come Kurt Vile è riduttivo. Ma “b’lieve i’m going down…” è il lavoro di un musicista che ha raggiunto una piena consapevolezza di sé. Le vibrazioni della chitarra di Vile, unite alla sua voce, creano un lento viaggio notturno attraverso un’America polverosa e pigra.
(Sebstiano Iannizzotto)

#17) RP BOO
Fingers, Bank Pads & Shoe Prints

[Planet Mu]

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I casi sono due: o si stoppa l’ascolto dopo quattro secondi, oppure non si finisce più di ballare. Magistrale prova di forza che si chiama con una ninna nanna footwork, B’Ware gente.
(Alessandro Ferri)

#16) JULIA HOLTER
Have You in My Wilderness

[Domino]

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Ovvero, quando la semplicità è un tranello.
Un album che nasconde sotto una facciata pop, diretta e luminosa un lavoro prezioso fatto di precisione e millimetri.
La storia ci ha insegnato che non ci vuole poi molto a far musica popolare ma che serve una maestria quasi disumana nel farla durare nel tempo.
Poi, lo so, Julia Holter ci regalava lunghe melodie criptiche e rarefatte e a tutti noi piaceva un sacco.
Oggi, il suo universo, la sua meraviglia ritorna ma in maniera più compatta, nella tipica forma-canzone e a me piace ancora di più.
(Jacopo Patrignani)

#15) GRIMES
Art Angels

[4AD]

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Grimes tira fuori un disco in cui dentro c’è di tutto: la musichetta dei videogames, Britney Spears schizofrenica, il k-pop, un luna park in cui lo zucchero filato è a base di anfetamine, una quantità incredibile di suoni caleidoscopici, i jingle degli spot pubblicitari, la ridenfinizione del concetto di barocco aggiornata al 2015. C’è di tutto ed è bellissimo.
(Sebstiano Iannizzotto)

#14) NEW ORDER
Music complete

[Mute/Self]

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Non sono mai stato un fan dei New Order e ho sempre trovato piatta e inespressiva la voce di Bernard Sumner, aggiungeteci poi che il primo singolo tratto da “Music Complete” (Restless) mi era sembrato assolutamente scontato e scialbo e vi chiederete come mai questo disco sia rientrato nella mia top ten del 2015: se ci è riuscito è soprattutto in virtù del fatto che contiene almeno sette brani enormi, “People on the high line” su tutti, capaci coniugare dance e rock come tanti ragazzini non sono assolutamente capaci di fare oggi, una bella lezione da parte di un gruppo di vecchietti, non c’è che dire.
(Stefano D’Elia)

#13) CALCUTTA
Mainstream

[Bomba Dischi]

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Ci si è interrogati poi sul significato di “Mainstream”, proprio come termine: è ironia, è una dichiarazione di intenti? E via con digressioni infinite su quella che è veramente la musica “Mainstream” e sull’inquadramento di Calcutta nel bel paese della musica pop d’autore.
Poi, secondo me, ascoltando l’album ti accorgi che, anche se le canzoni sono molto più orecchiabili di quelle di “Forse…”, il vero Mainstream non è quello della musica, ma quello dei sentimenti.
Dell’amore, che è soprattutto nostalgia.
Prendete “Cosa mi Manchi a Fare” ed il suo ritornello e ditemi se non sono parole che ci appartengono un po’ a tutti, “Mainstream” appunto.

E non mi importa se non mi ami più, e non mi importa se non mi vuoi bene.
Dovrò soltanto reimparare a camminare.

Semplice, diretto, vero.
(Jacopo Patrignani)

#12) BEACH HOUSE
Thank Your Lucky Stars
[Sub Pop]

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La storia d’amore più bella di quest’anno.
Molto semplicemente ed in maniera molto diretta.
Fatico a spiegarvi il senso di appagamento che ho provato,come ascoltatore, nel vivere questa storia incredibile
Cioè, pubblicare due album a neanche due mesi di distanza è un gesto sconsiderato, un vero e proprio atto d’amore.

Ed in questo mondo in cui la musica è quasi intercambiabile, e l’offerta è così sconfinata da sdoganare una disaffezione globale abbiamo bisogno di questo amore.
Ah, poi ovviamente l’album è bellissimo ma ne ho già parlato abbastanza quando era il momento.
(Jacopo Patrignani)

#11) BEACH HOUSE
Depression Cherry
[Sub Pop]

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Dolceamari come certe malinconie notturne, opachi come i rimpianti; due album dei Beach House nello stesso anno sono veramente troppi, eppure siamo sopravvissuti. In tutti i miei film mentali accompagnano la scena-madre: guarda caso è un lento al ballo della scuola e gli anni ’60 non sono mai finiti.

Parola chiave: fantasmi.
(Serena Riformato)

#10) GHOSTPOET
Shedding Skin

[Play It Again Sam]

Nonostante il titolo faccia presagire grandi cambiamenti, la formula del poeta fantasma resta la stessa: trip hop e elettronica arricchiti da un flow che chiede di essere ascoltato.

A cambiare è casomai l’atteggiamento di Obaro Ejimiwe, che si confessa a cuore aperto e scherza un po’ di meno (anche se non ci rinuncia di certo). Se Tricky ha un erede (non che ne abbia bisogno eh) si chiama Ghostpoet.

(Valentina Natale)

#9) JAMIE XX
In Colour

[XL]

I colori musicali (e non solo) di Londra sono tanti e variegati. L’elettronica sicuramente gioca un ruolo principale e Jamie xx è uno degli attori più importanti e illuminati degli ultimi anni, capace di spostarsi con la stessa maestria dalle tonalità più cupe a quelle più luminose e vagamente danzanti. In Colour è l’insieme di tutto questo, e la conferma delle doti di questo brillante musicista.
(Triste Sunset)

#8) BLUR
The Magic Whip

[Parlophone]

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Seriamente c’è da giustificare la presenza di un album di Damon&Co.? Coesione e sintesi perfetta della spiccata vena cantutorale di Albarn di “Everyday Robots”, suo primo album solista, e ai riff del ritrovato fratello d’arte Graham Coxon. Il tutto condito da quella percezione scanzonata della realtà che aveva caratterizzato la band ad inizio carriera (“Modern Life Is Rubbish”).
(Matteo Regina)

#7) BENJAMIN CLEMENTINE
At Least For Now
[Behind]

Probabilmente Clementine è finito in ultima posizione perché sembra uscito un anno fa.

Rimane solo l’essenziale e la voce, fuori dal tempo e lontano dai titoli “Da clochard a star, la storia che fa commuovere il web”. Chi si ricorda l’ospitata da Fabio Fazio? Nessuno direi.
(Alessandro Ferri)

#6) VIET CONG
Viet Cong
[Jagjaguwar]

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Per molto tempo l’esordio dei Viet Cong è stato in testa alle mie preferenze, questo è il disco che ho cercato per molto tempo: ok post punk, new wave e post rock ma qui ,sotto tutto il magma di chitarre distorte, ci sono soprattutto delle grandi canzoni (Paul Banks darebbe un braccio per scrivere un pezzo come “Silhouettes”), capaci di entrarti in testa e di rimanerci più che in altri lavori di gruppi che si muovono nello stesso ambito.

La sensazione è che ne vedremo delle belle e che questo sia solo il primo tassello di una carriera importante.
(Stefano D’Elia)

#5) EL VY
Return To The Moon

[4AD]

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Come un fulmine a ciel sereno, questo side project / supergruppo formato da Matt Berninger (The National) e Brent Knopf (Menomena / Ramona Falls) è sbucato dal nulla e dietro la facciata di semplice divertissement ha tirato fuori il meglio del talento di Berninger, libero di cazzeggiare ma anche di scrivere canzoni degne dei migliori National, e di Knopf, che toglie ogni freno alle sue intuizioni pop e si tramuta in formidabile one-man band.
(Francesco “dhinus” Negri)

#4) FATHER JOHN MISTY
I Love You, Honeybear

[Sub Pop]

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“I Love You, Honeybear” è un disco che ha l’amore al centro, come il titolo può facilmente suggerire. Ma la parte magica dell’album sta proprio nell’approccio che FJM ha nei confronti delle parti più fastidiose di un rapporto, i fraintendimenti, la gelosia, le ansie che circondano qualsiasi storia d’amore. Quindi caratterizzato da una narrativa estremamente complicata ma accopagnato dalla solita eleganza di Padre John dal Maryland. Il sound è così piacevole che la complessità dei testi non è di sicuro percepita. Josh Tillman ha la capacità di passare da sentimenti bassi ai più aulici mantenendo sempre una chiave romantica che fa da collante tra una traccia e l’altra.
Mascara, blood, ash, and cum / On the Rorschach sheets where we make love. Magico.
(Matteo Regina)

#3) IOSONOUNCANE
DIE

[Tannen]

Qua avrei veramente tanto da dire, per le poche righe che mi sono concesse.
Partiamo da questo concetto: io non sono particolarmente affezionato alla scena indie italiana e se pongo questo album così in alto non lo faccio certamente per partigianeria.
Tutt’altro, “Die” semplicemente è un lavoro fenomenale, miracoloso che ha settato nuovi standard che nella nostra allegra penisola difficilmente verranno superati nel brevo periodo.
Il perfetto equilibrio tra la musica del futuro e gli strumenti della tradizione, un connubio in cui si incontrano elettronica e percussioni primitive.
Una magia che nasce nel coro di tenori sardi e nella tetra marcia in beat di Tanca e che si chiude tra zoccoli e polvere in Mandria.
Tutto si apre e da un treno regionale mi sembra di vedere le scogliere del mio mare.
(Jacopo Patrignani)

#2) KENDRICK LAMAR
To Pimp A Butterfly

[Aftermath/Interscope]

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Nell’anno di Baltimore, Freddie Gray e i libri di Ta-Nehisi Coates, arriva Kendrick Lamar e scrive il disco che è un’epica, è un ricordo, è un dialogo con 2pac che riprende da dove si era interrotto.
We were in the water together swimming. But there wasn’t a life raft. So, eventually, we kind of had to learn to swim well, breaststroke, sidestroke, or whatever, to try to get to the mainland. Try to find a ship, whatever the case may be. Some niggas didn’t realize how they could swim so they just fucking drowned. Some niggas found land, some niggas found a ship.
(Sara Marzullo)

Perchè un rapper all’apice dell’apprezzamento di critica e pubblico dovrebbe pubblicare un album jazz a sfondo politico? La risposta la si ha al prima ascolto di “To Pimp A Butterfly”. L’album è isterico e Lamar un fiume in piena. Finisce per sfiorare e inglobare quasi tutte le influenze della black music. Fondamentale.
(Matteo Regina)

Qui alzo le mani e faccio professione di umiltà: non so cosa dirvi dell’ultimo full-lenght di Kendrick Lamar, se non che mi pare talmente stratificato e multiforme da resistere a qualsiasi definizione canonica. In mezzo all’hip-hop ci sono jazz, fusion, funk, la metamorfosi della farfalla e un dialogo con se stessi che è spesso e volentieri un’auto-accusa. Per me: la grandezza di quello che non capisco e il fascino di un mondo musicale che non conosco.
Parola chiave: too much.
(Serena Riformato)

Mi sembra semplicemente di ristabilire l’ordine naturale delle cose.
(Alessandro Ferri)

Giusto per tornare sul discorso del rap che smuove le coscienze. Per testi e impatto emotivo “To Pimp A Butterfly” è al livello del Nas di “Illmatic” ed ha inoltre il pregio di ampliare i confini dell’hip hop più classico contaminandolo con stili diversi.
Kendrick Lamar, straight out of Compton, insomma è riuscito a creare un piccolo documento storico, a fotografare il presente in musica. Primo posto meritato.
(Valentina Natale)

#1) SUFJAN STEVENS
Carrie & Lowell

[Asthmatic Kitty]

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Non un progetto artistico, ma la tua vita.
Scrivo perché abbiamo vissuto insieme, perché sono uno di loro, ombra tra le loro ombre, corpo vicino ai loro corpi: scrivo perché hanno lasciato in me un’impronta indelebile e la scrittura ne è traccia, il loro ricordo muore nella scrittura; la scrittura è il ricordo della loro morte e l’affermazione della mia vita.
(Sara Marzullo)

In “Carrie & Lowell”, Sufjan Stevens costruisce non solo la mitologia materna di un’assenza in vita e in morte ma anche un percorso di accettazione su cosa significhi perdere chi non tornerà indietro. Ho già scritto altrove che quest’album sarebbe stato qualcosa di simile a un patto di sangue in cui ci si confonde le ferite (le sue, le nostre); e non sapevo ancora quanto potesse essere vero.
Parola chiave: evangelico.
(Serena Riformato)

Un album così denso di sentimento non può essere raccontato a parole; è necessario l’ascolto delle sue canzoni e la lettura dei testi, mai così personali e accorati, per comprendere la grandezza e l’assoluta sincerità di questo artista che, dalle nostre parti abbiamo sempre amato e supportato. Qualora, dopo ripetuti ascolti non giungesse la commozione e non continuassero ad arrivare lunghi brividi consigliamo un check up completo. Siete ancora vivi? Respirate? O il vostro cuore è ormai di pietra?
(L’Attimo Fuggente)

Che disco “Carrie & Lowell”! Intenso, devastante, prezioso, dolce, inni alla vita, alla perdita, agli affetti, alle preghiere e soprattutto un disco drammatico. Al di là di questi temi massimi ci sono le canzoni con melodie pregevoli e un sound caldo e coinvolgente. Di Sufjan Stevens è davvero unico e noi dobbiamo coccolarlo e tenercelo stretto.
Artista Straordinario.
(Angelo “The Waiter” Soria)

Spesso scegliere il primo posto della classifica può essere complicato. Quest’anno Sufjan Stevens ha risolto ogni possibile dubbio. Un vero capolavoro che non solo è il miglior disco 2015, ma si piazza a nostro avviso molto in alto anche nella produzione dell’artista statunitense. Un disco che mescola tutto il vissuto di Sufjan Stevens e, scarno al punto giusto, non ha quasi nessun punto debole. Il tutto impreziosito da No Shade In The Shadow Of The Cross, canzone dell’anno. Nel disco dell’anno.
(Triste Sunset)

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