TOP TEN ALBUM 2015 DI SERENA RIFORMATO

 
26 Dicembre 2015
 

#10) VIET CONG
Viet Cong
[Jagjaguwar]

LEGGI LA RECENSIONE

Nella generazionale assenza di Joy Division e Sonic Youth, di tanto in tanto ci si può accontentare di surrogati post-punk di ottima fattura come i Viet Cong. Ho capito che avrebbe funzionato nel punto in cui strillano Check your anxiety e con opposto effetto ti viene da cercare lo xanax nei cassetti.

Parola chiave: black&white.

#9) FLORENCE AND THE MACHINE
How Big, How Blue, How Beautiful
[Island]

LEGGI LA RECENSIONE

Album di naufragi sentimentali e tempeste musicali nel migliore stile Florence Welch: con eleganza e sovrabbondanza (di suoni, di voce, di rabbia, di emozione). Per intenderci, prendendo in prestito le parole d’altri: Grida tu qualcosa, come quando dai tuoi occhi traboccava il cielo… (V.B.).

Parola chiave: teatralità.

#8) TAME IMPALA
Currents

[Interscope]

LEGGI LA RECENSIONE

Sono stata a lungo indecisa sul valore reale del terzo album dei Tame Impala, buono come i precedenti, sì, ma poi mica tanto diverso. Alla fine ho dovuto prendere atto del numero di ascolti per “The Less I Know The Better” sul mio iTunes con conseguente ammissione: Kevin Parker ha ancora effetto di ipnosi sulla sottoscritta.

Parola chiave: allucinogeni.

#7) TORRES
Sprinter

[Partisan]

LEGGI LA RECENSIONE

Forse un giorno mi libererò della prevedibilità con cui consumo un certo tipo di
cantautorato femminile che segue una traiettoria sbilenca da PJ Harvey a Sharon Van Etten: intanto quest’anno è il turno di Torres, al secolo Mackenzie Scott, classe 1992. Al meglio quando è arrabbiata.

Parola chiave: new skin.

#6) JULIA HOLTER
Have You in My Wilderness

[Domino]

LEGGI LA RECENSIONE

La complessità compositiva e intellettuale dei precedenti album di Julia Holter mi lasciava ammirata ma piuttosto fredda. Invece qui in “Have You In My Wilderness”, i volti, la pioggia, i passanti, le ragazze sui tetti sembrano più autentici anche quando sono cantati con l’inconsistenza evanescente del sogno.

Parola chiave: leggerezza.

#5) MARCUS MARR & CHET FAKER
Work EP

[Detail]

Va bene, è un EP e non un album, però queste quattro tracce appena uscite (4 dicembre) non possono non rientrare nel meglio del 2015. Chet Faker in collaborazione con il producer Marcus Marr ci fanno questo regalo di Natale – che andrebbe bene per ferragosto – e noi raccogliamo con gratitudine. Vi sfido a non cliccare repeat dopo il primo ascolto della funkissima super catchy super sexy (super super) “The Trouble With Us”.

Parola chiave: irresistibile.

#4) BEACH HOUSE
Thank Your Lucky Stars / Depression Cherry
[Sub Pop]

LEGGI LA RECENSIONE di “Thank Your Lucky Stars”
LEGGI LA RECENSIONE di “Depression Cherry”

Dolceamari come certe malinconie notturne, opachi come i rimpianti; due album dei Beach House nello stesso anno sono veramente troppi, eppure siamo sopravvissuti. In tutti i miei film mentali accompagnano la scena-madre: guarda caso è un lento al ballo della scuola e gli anni ’60 non sono mai finiti.

Parola chiave: fantasmi.

#3) KENDRICK LAMAR
To Pimp A Butterfly

[Aftermath/Interscope]

LEGGI LA RECENSIONE

Qui alzo le mani e faccio professione di umiltà: non so cosa dirvi dell’ultimo full-lenght di Kendrick Lamar, se non che mi pare talmente stratificato e multiforme da resistere a qualsiasi definizione canonica. In mezzo all’hip-hop ci sono jazz, fusion, funk, la metamorfosi della farfalla e un dialogo con se stessi che è spesso e volentieri un’auto-accusa. Per me: la grandezza di quello che non capisco e il fascino di un mondo musicale che non conosco.

Parola chiave: too much.

#2) JAMIE XX
In Colour

[XL]

Dal bianco e nero degli xx da cui proviene, Jamie Smith è passato all’esplorazione dell’intera gamma di colori immaginabili in un solo album di elettronica (che è molto più di questo). “I Know There’s Gonna Be (Good Times)” avrebbe il potere sciamanico di mettermi di buon umore anche mentre crollano le pareti. Grazie Jamie.

Parola chiave: caleidoscopico.

#1) SUFJAN STEVENS
Carrie & Lowell

[Asthmatic Kitty]

LEGGI LA RECENSIONE

Sufjan Stevens costruisce non solo la mitologia materna di un’assenza in vita e in morte ma anche un percorso di accettazione su cosa significhi perdere chi non tornerà indietro. Ho già scritto altrove che quest’album sarebbe stato qualcosa di simile a un patto di sangue in cui ci si confonde le ferite (le sue, le nostre); e non sapevo ancora quanto potesse essere vero.

Parola chiave: evangelico.

 

Oggi “Vitalogy” dei ...

Dopo i primi due celebri ed acclamati album, “Ten” e “Vs”, nel ’94 i Pearl Jam erano ormai entrati in spazi e dinamiche che, fino ...

Oggi “Siberia” dei ...

Dicembre è un mese di confine che ben si addice ai Diaframma. “Siberia” storico esordio sulla lunga distanza è uscito il cinque ...

Oggi “Second Coming” ...

La storia è nota. “Second Coming”, secondo ed ultimo album dei The Stone Roses, arriverà oltre 5 anni dopo l’esordio. Problemi ...

Kraftwerk: La TOP 10 Brani

Una centrale elettrica di suoni e melodie synth-pop continua a produrre, imperterrita, da anni (da quel lontano 1970 del primo omonimo ...

The Other Side: Coldplay – ...

Anche nelle migliori famiglie come IFB ci sono pareri discordanti su certi dischi. Di solito ci fidiamo e accettiamo il verdetto del nostro ...