I MIGLIORI 30 DISCHI DEL 2015 SECONDO I LETTORI DI INDIEFORBUNNIES

 
di
10 Gennaio 2016
 

I VINCITORI DEL CONTEST:
CD SUFJAN STEVENS – “Carrie & Lowell” —> jackie j
CD TAME IMPALA – “Currents” —> Marta
1 SHOPPER BAG UNPLUGGED IN MONTI – “PHOSPHENE DREAM” —> Edo
1 MUG UNPLUGGED IN MONTI —> philly78
1 T-SHIRT TRISTE SUNSET —> Carlos

#30) New Order – Music Complete
#29) Torres – Sprinter
#28) Destroyer – Poison Season
#27) Godspeed You – Asunder, Sweet And Other Distress
#26) Colapesce – Egomostro
#25) Florence + The Machine – How Big, How Blue, How Beautiful
#24) Grimes – Art Angels
#23) Algiers – Algiers
#22) Blur – Magic Whip
#21) Kurt Vile – B’lieve I’m Goin Down…
#20) Foals – What Went Down
#19) Nothing But Thieves
#18) Courtney Barnett – Nothing But Thieves
#17) Deerhunter – Fading Frontier
#16) Calcutta – Mainstream
#15) Wilco – Star Wars
#14) Benjamin Clementine – At Least For Now
#13) Joanna Newsom – Divers
#12) Kamasi Washington – Epic
#11) Noel Gallagher’s High Flying Birds – Chasing Yesterday

#10) JAMIE XX
In Colour

[XL]

I colori musicali (e non solo) di Londra sono tanti e variegati. L’elettronica sicuramente gioca un ruolo principale e Jamie xx è uno degli attori più importanti e illuminati degli ultimi anni, capace di spostarsi con la stessa maestria dalle tonalità più cupe a quelle più luminose e vagamente danzanti. In Colour è l’insieme di tutto questo, e la conferma delle doti di questo brillante musicista.
(Triste Sunset)

#9) IOSONOUNCANE
DIE

[Tannen]

Qua avrei veramente tanto da dire, per le poche righe che mi sono concesse.
Partiamo da questo concetto: io non sono particolarmente affezionato alla scena indie italiana e se pongo questo album così in alto non lo faccio certamente per partigianeria.
Tutt’altro, “Die” semplicemente è un lavoro fenomenale, miracoloso che ha settato nuovi standard che nella nostra allegra penisola difficilmente verranno superati nel brevo periodo.
Il perfetto equilibrio tra la musica del futuro e gli strumenti della tradizione, un connubio in cui si incontrano elettronica e percussioni primitive.
Una magia che nasce nel coro di tenori sardi e nella tetra marcia in beat di Tanca e che si chiude tra zoccoli e polvere in Mandria.
Tutto si apre e da un treno regionale mi sembra di vedere le scogliere del mio mare.
(Jacopo Patrignani)

#8) VERDENA
Endkadenz Vol. 1 / Vol. 2

[Universal]

LEGGI LA RECENSIONE VOL. 2
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“Endkadenz” è un groviglio. I Verdena all’apice della loro arroganza e della loro bulimia musicale se ne vengono fuori con un doppio che è ancora più complicato di “Wow”. Endkadenz potrebbe essere la sintesi dell’ambizione pop di “Wow” e della cupezza di “Requiem”: una reazione chimica perfetta e abbagliante e travolgente come un’esplosione nucleare.
(Sebastiano Iannizzotto)


#7) FATHER JOHN MISTY
I Love You, Honeybear

[Sub Pop]

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“I Love You, Honeybear” è un disco che ha l’amore al centro, come il titolo può facilmente suggerire. Ma la parte magica dell’album sta proprio nell’approccio che FJM ha nei confronti delle parti più fastidiose di un rapporto, i fraintendimenti, la gelosia, le ansie che circondano qualsiasi storia d’amore. Quindi caratterizzato da una narrativa estremamente complicata ma accopagnato dalla solita eleganza di Padre John dal Maryland. Il sound è così piacevole che la complessità dei testi non è di sicuro percepita. Josh Tillman ha la capacità di passare da sentimenti bassi ai più aulici mantenendo sempre una chiave romantica che fa da collante tra una traccia e l’altra.
Mascara, blood, ash, and cum / On the Rorschach sheets where we make love. Magico.
(Matteo Regina)

#6) KENDRICK LAMAR
To Pimp A Butterfly

[Aftermath/Interscope]

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Giusto per tornare sul discorso del rap che smuove le coscienze. Per testi e impatto emotivo “To Pimp A Butterfly” è al livello del Nas di “Illmatic” ed ha inoltre il pregio di ampliare i confini dell’hip hop più classico contaminandolo con stili diversi.
Kendrick Lamar, straight out of Compton, insomma è riuscito a creare un piccolo documento storico, a fotografare il presente in musica. Primo posto meritato.
(Valentina Natale)

#5) BJORK
Vulnicura

[One Little Indian]
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“Vulnicura” é dunque un disco di contrasti e conflitti, di dubbi e dolore, ma anche di grinta e speranza, con una Björk che indubbiamente ce la mette tutta per poter andare avanti. A mio avviso con quest’ultimo album la sua creatrice é riuscita realmente ad infondere il proprio spirito nella musica, scavando nella terra bruciata con le proprie unghie e nutrendo le radici incenerite con il proprio sangue e le proprie lacrime, ed infine trionfando, rinascendo un’altra volta.
Il risultato finale é uno dei traguardi più importanti e sinceri dell’intera carriera della musicista islandese.
( Filippo Mazzini )

#4) JULIA HOLTER
Have You in My Wilderness

[Domino]

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Ovvero, quando la semplicità è un tranello.
Un album che nasconde sotto una facciata pop, diretta e luminosa un lavoro prezioso fatto di precisione e millimetri.
La storia ci ha insegnato che non ci vuole poi molto a far musica popolare ma che serve una maestria quasi disumana nel farla durare nel tempo.
Poi, lo so, Julia Holter ci regalava lunghe melodie criptiche e rarefatte e a tutti noi piaceva un sacco.
Oggi, il suo universo, la sua meraviglia ritorna ma in maniera più compatta, nella tipica forma-canzone e a me piace ancora di più.
(Jacopo Patrignani)

#3) BEACH HOUSE
Depression Cherry
[Sub Pop]

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Dolceamari come certe malinconie notturne, opachi come i rimpianti; due album dei Beach House nello stesso anno sono veramente troppi, eppure siamo sopravvissuti. In tutti i miei film mentali accompagnano la scena-madre: guarda caso è un lento al ballo della scuola e gli anni ’60 non sono mai finiti.

Parola chiave: fantasmi.
(Serena Riformato)

#2) TAME IMPALA
Currents

[Interscope]

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Sono stata a lungo indecisa sul valore reale del terzo album dei Tame Impala, buono come i precedenti, sì, ma poi mica tanto diverso. Alla fine ho dovuto prendere atto del numero di ascolti per “The Less I Know The Better” sul mio iTunes con conseguente ammissione: Kevin Parker ha ancora effetto di ipnosi sulla sottoscritta.

Parola chiave: allucinogeni.
(Serena Riformato)

#1) SUFJAN STEVENS
Carrie & Lowell

[Asthmatic Kitty]

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Non un progetto artistico, ma la tua vita.
Scrivo perché abbiamo vissuto insieme, perché sono uno di loro, ombra tra le loro ombre, corpo vicino ai loro corpi: scrivo perché hanno lasciato in me un’impronta indelebile e la scrittura ne è traccia, il loro ricordo muore nella scrittura; la scrittura è il ricordo della loro morte e l’affermazione della mia vita.
(Sara Marzullo)

In “Carrie & Lowell”, Sufjan Stevens costruisce non solo la mitologia materna di un’assenza in vita e in morte ma anche un percorso di accettazione su cosa significhi perdere chi non tornerà indietro. Ho già scritto altrove che quest’album sarebbe stato qualcosa di simile a un patto di sangue in cui ci si confonde le ferite (le sue, le nostre); e non sapevo ancora quanto potesse essere vero.
Parola chiave: evangelico.
(Serena Riformato)

Un album così denso di sentimento non può essere raccontato a parole; è necessario l’ascolto delle sue canzoni e la lettura dei testi, mai così personali e accorati, per comprendere la grandezza e l’assoluta sincerità di questo artista che, dalle nostre parti abbiamo sempre amato e supportato. Qualora, dopo ripetuti ascolti non giungesse la commozione e non continuassero ad arrivare lunghi brividi consigliamo un check up completo. Siete ancora vivi? Respirate? O il vostro cuore è ormai di pietra?
(L’Attimo Fuggente)

Che disco “Carrie & Lowell”! Intenso, devastante, prezioso, dolce, inni alla vita, alla perdita, agli affetti, alle preghiere e soprattutto un disco drammatico. Al di là di questi temi massimi ci sono le canzoni con melodie pregevoli e un sound caldo e coinvolgente. Di Sufjan Stevens è davvero unico e noi dobbiamo coccolarlo e tenercelo stretto.
Artista Straordinario.
(Angelo “The Waiter” Soria)

Spesso scegliere il primo posto della classifica può essere complicato. Quest’anno Sufjan Stevens ha risolto ogni possibile dubbio. Un vero capolavoro che non solo è il miglior disco 2015, ma si piazza a nostro avviso molto in alto anche nella produzione dell’artista statunitense. Un disco che mescola tutto il vissuto di Sufjan Stevens e, scarno al punto giusto, non ha quasi nessun punto debole. Il tutto impreziosito da No Shade In The Shadow Of The Cross, canzone dell’anno. Nel disco dell’anno.
(Triste Sunset)

Posizioni: I MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2015 [ #26 / #1 ]

 

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