OGGI “NO MORE SHALL WE PART” DI NICK CAVE & THE BAD SEEDS COMPIE 15 ANNI

 
2 Aprile 2016
 

Il primo Nick Cave degli anni duemila non si discosta eccessivamente dall’ultimo degli anni novanta, se infatti “The Boatman’s Call”, lavoro in cui il pianoforte faceva la parte del leone, aveva definitivamente sancito la trasformazione del Re Inkiostro nel crooner moderno di oggi, “No More Shall We Part” rappresenta l’apice delle capacità autoriali dell’artista australiano; non inganni la quiete apparente che pervade queste dodici composizioni, l’animo travagliato rimane lo stesso, anzi le inquietudini del nostro si arricchiscono ulteriormente di quelle connotazioni vagamente religiose che avevano reso l’album precedente un capolavoro indiscusso(ma attenzione, chi ha letto “E l’asina vide l’angelo” sa quando la fede per Nick Cave sia qualcosa di estremamente lontano dal concetto di salvezza e misericordia).
All’alba del nuovo secolo arriva nei negozi “As i sat sadly by her side”, singolo che anticipa il nuovo lavoro e le differenze con il Richiamo del Barcaiolo sembrano abbastanza marcate, almeno per quanto riguarda le sonorità che sostengono una scrittura di carattere altrettanto letterario: è un Nick Cave spaventato dal mondo circostante e dalle sue brutture quello che incontriamo in questo mid tempo teso e drammatico, che pare quasi nascondersi dietro una finestra per non farsene ghermire. A confortarlo una misteriosa figura femminile (Il destino? La morte?), che cerca di rassicurare il protagonista attraverso parole che più che esprimere saggezza sanno di rassegnato fatalismo.

Con un passo indietro il pianoforte torna protagonista nella titletrack, struggente canzone d’amore che come da copione illanguidisce corpo e anima: Ma di che amore parla l’autore? Perché pare che quel “I contratti sono conclusi, l’anello è stretto al dito” sappia più di un addio all’amore romantico e giovanile piuttosto che il sacro compimento di un’unione avanti a Dio? “Tutte le asce sono seppellite, e mai ci separeremo” ma non è chiaro se il protagonista sia felice di questo.
“Hallelujah” è l’invocazione che accompagna il vagabondare di un anziano malato (lo stesso Cave, lo capiamo dalla macchina da scrivere “diventata muta” e dal piano abbandonato in un angolo della stanza…): da solo, sotto la pioggia incessante, il protagonista si fa cullare dal violino di Warren Ellis che lo trasporta, aiutato dal soave coro delle sorelle McGarrigle, verso un posto sicuro e una cioccolata calda, con la speranza che l’artista trovi così il conforto di cui ha bisogno per ritrovare la sua vena creativa.
Parlare di una canzone come “Love Letter” è assolutamente inutile, questo brano lo abbiamo scritto tutti noi, secolo dopo secolo, pagina dopo pagina, lacrima dopo lacrima, a Nick Cave l’onore di aver composto la canzone definitiva sulle lettere d’amore, vergandone la più bella di tutte.
Ora però dopo tanto miele il Re Inkiostro riprende il suo scettro e memore delle sue radici punk decide di rispolverarle almeno un po’ e di tirar fuori i muscoli(per la gioia di Blixa Bargeld e Mick Harvey che possono lanciarsi in una lunga ed eccitante cavalcata elettrica), d’altronde c’è bisogno di braccia forti per spalare via “Quindici piedi di pura neve bianca”: quanti morti sono rimasti seppelliti sotto di essa?

Che il riferimento sia a quella neve non ci è dato saperlo, di certo un’espressione come “sono paralizzato dalla mancanza di sentimento” dovrebbe suggerirci questa interpretazione, la salvezza però è indicata dalla ritrovata fede e da quel “salvatevi ! Aiutatevi” ripetuto nel finale.
Ogni medaglia ha due facce, una delle quali spesso negativa, e un osservatore attento come Cave sa benissimo che ok, la fede aiuta a sopravvivere e a trovare la via verso la redenzione ma spesso è un’ arma pericolosa in mano a dei fanatici ignoranti, le cui azioni spesso hanno davvero poco a che fare con gli insegnamenti divini, situazione che trova terreno fertile nella provincia profonda, quella delle classiche villette a schiera e degli steccati dipinti di bianco per intenderci, dove sono visti di cattivo occhio gay, lesbiche, fricchettoni, geeks, e quant’altro si allontani dallo spirito conservatore di chi giudica dall’alto di una cattiva interpretazione della dottrina cristiana: siamo proprio sicuri che Dio alberghi in queste case? “God is in the house” ma non credo che gli piaccia quello che vede.
Non ingannino tutte queste sacre invocazioni, anche se torniamo ad incrociare di nuovo inni al signore e preghiere non è detto che il nostro caro australiano preferito si sia rammollito trasformandosi in un pastore protestante buono solo a farci la predica: anche in “Oh my lord” il ritmo e la temperatura si alzano, i violini e le chitarre impazziscono così come il protagonista del testo.
Domande, domande, quanti dubbi lancinanti frullano nella testa di Nick Cave: Ha smarrito la strada? I fan non lo riconoscono più, pensano che si sia imborghesito, la stampa lo insegue, per lui è difficile anche andare dal barbiere a tagliarsi i capelli senza rischiare di essere importunato ma è il prezzo della fama, “State attenti alle preghiere che inviate”, potrebbero avverarsi.
Ogni rosa ha la sua spina e ogni capolavoro possiede almeno un brano poco ispirato, “Sweetheart come” è una canzone d’amore come tante che acquisisce valore solo perché viene cantata in maniera appassionata e romantica da un Nick Cave in stato di grazia.

Keplero per il suo secondo matrimonio scelse di sposarsi in un giorno di eclissi, “affinché lo spirito da astronomo venga oscurato” disse; ora non so come gli siano andate le cose ma la tradizione dice che sposarsi in un simile giorno porti abbastanza sfortuna, malasorte che viene evocata fin dai primi versi “Ho sposato mia moglie in un giorno di eclissi, i nostri amici hanno premiato il suo coraggio con dei regali” e la povera Susie Bicks, la “Sorrowful wife” del brano, di coraggio deve averne avuto molto con un uomo simile affianco, e lui, riconoscente, in questo brano si scusa di tutto, “…ero stato uno sciocco piccola […] ero cieco…”, riconoscendo il fatto che dietro un grande uomo c’è sempre la classica grande donna.
Non poteva mancare una Murder Ballads, declinata in maniera un tantino meno esplicita rispetto al passato, dove nelle macabre descrizioni di omicidi e di sanguinarie tragedie il nostro non lesinava particolari grandguignoleschi; in “We came along this road” l’autore si limita a tratteggiare i contorni di un dramma della gelosia che si conclude con il più classico degli omicidi passionali.
Per Nick Cave l’amore, quello con la A maiuscola, è qualcosa di talmente potente da portare chi lo prova a credere che debba per forza esistere qualcosa di ultraterreno che lo possa giustificare, che si chiami Dio o in un altro modo non importa, e nulla più dell’imponenza di una cattedrale(come già avevamo visto in “Brompton Oratory” , brano contenuto in “The Boatman’s Call”) può rappresentare questa celestiale grandezza. “Gates of garden” racchiude all’interno delle sue liriche questa concezione metafisica dei sentimenti, espressa in maniera accorata e intensa come come solo il Leonard Cohen più ispirato saprebbe fare.
E siamo finalmente giunti alla fine, “No more shall we part” si chiude con la lunga riflessione di “Darker with the day”: quale migliore conclusione? Con i suoi sei minuti il brano sembra riassumere tutti gli argomenti contenuti nell’album: la fede, l’amore, la fama (“Pensavo ai miei amici che sono morti di sovraesposizione, e mi ricordai degli altri che erano morti per la mancanza di essa), il ruolo dell’artista nel mondo. Il tutto si svolge durante una lunga passeggiata che l’autore sfrutta per guardarsi intorno e apprezzare la solitudine nonostante il caos intorno…pare quasi di immaginarselo tutto solo per la via, che vaga ramengo verso l’alba che vince quell’oscurità che l’ha accompagnato fino a quel momento.

Sono passati quindici lunghi anni dall’uscita di questo album, i dischi successivi, pur buoni non hanno aggiunto nulla di nuovo o di eclatante al canzoniere Caviano, parliamo comunque di ottimi lavori come “Nocturama”(2002), “Abbatoir Blues/The Lyres of Orpheus”(2004), “Dig, Lazarus, Dig !!!”(2008), “Push The Sky away”(2013), e delle due incursioni con il progetto Grinderman (2007, 2010), tutti album apprezzabili per molteplici ragioni, ma che solo in alcuni casi hanno sfiorato l’intensità e l’ispirazione di queste dodici composizioni: per chi vi scrive “No more shall we part” è, in attesa del prossimo grande capolavoro, l’ultima grande raccolta di canzoni di Nick Cave e dei suoi semi cattivi.

Nick Cave and the Bad Seeds – No More Shall We Part
Data di pubblicazione: 2 aprile 2001
Tracce: 12
Lunghezza: 67:47
Etichetta: Mute
Produttori: Nick Cave and the Bad Seeds, Tony Cohen

Tracklist:
1. As I Sat Sadly by Her Side – 6:15
2. And No More Shall We Part – 4:00
3. Hallelujah – 7:48
4. Love Letter – 4:08
5. Fifteen Feet of Pure White Snow – 5:36
6. God Is in the House – 5:44
7. Oh My Lord – 7:30
8. Sweetheart Come – 4:58
9. The Sorrowful Wife – 5:18
10. We Came Along This Road – 6:08
11. Gates to the Garden – 4:09
12. Darker with the Day – 6:07

Ascolta per intero “No More Shall We Part”:

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