OGGI “AMNESIAC” DEI RADIOHEAD COMPIE 15 ANNI

 
4 Giugno 2016
 

Un mese fa mi sono trovato a recensire “A Moon Shaped Pool” ed è stata una delle esperienze più forti da quando scrivo di musica.
La mia sensibilità personale e la mia maturazione è stata collegata per buona parte della mia vita con la musica dei Radiohead e ciò mi porta ad empatizzare con il brano ad ogni ascolto, in una maniera fortissima che sembra sopraffarmi.

Avevo quattordici anni quando per la prima volta mi decisi da ascoltarli, nella maniera disordinata tipica dell’adolescenza: semplicemente ho aperto il computer di mia sorella, ho caricato una cartella con scritto “Radiohead” nella mia pennetta e l’ho riversata nel mio PC.

Non c’erano album interi ma varie canzoni sparse: un sacco di brani provenienti da “The Bends” ed “Ok Computer”, una manciata di tracce di “Kid A” e “Hail to the Thief” e solo una di “Amnesiac”. Ah, ovviamente “Creep” che cantavo ogni giorno immaginandomi dall’altra parte la cotta adolescenziale del momento, ma non diciamolo a nessuno.

Partii da questo ascolto disorganico e con il tempo acquisii consapevolezza di quello che avveniva dentro le mie orecchie. Insomma, ingrossai il mio catalogo di brani di Thom Yorke e soci fino a ricomprenderne tutta la discografia. Diventarono uno dei miei gruppi preferiti (e lo sono tutt’ora, spoiler) e soprattutto cominciai ad metabolizzare la qualità di quel miracolo che prendeva vita ogni volta. Compresi come le cose fossero un po’ diverse da come me le immaginassi a quattordici anni: i Radiohead non erano un gruppo che faceva belle canzoni che emozionavano, piuttosto le loro canzoni emozionavano proprio perché erano belle. Molto banalmente il rapporto causa-effettoche cerco di  tenermi sempre a mente quando analizzo la musica l’ho sviluppato e messo alla prova per la prima volta con loro. Una canzone che emoziona è prima di tutto una canzone ben fatta.

Ma torniamo al principio, perché sono qui per parlare di una questione molto particolare. Ricordiamo quella cartella con su scritto Radiohead che ho rubato a mia sorella.

Lì c’era solo una traccia di “Amnesiac” ed era la bellissima “Pyramid Song”,una suite di piano, archi e percussioni. Un brano meraviglioso che riesce ad equilibrare un cuore arido come un deserto con un’atmosfera austera e glaciale.

Mia sorella aveva fatto veramente bene ad inserirlo nella Compilation ma dov’erano tutti gli altri?

Ben nascosti sotto l’ombra del monolite “Kid A”.
Perché fondamentalmente questo è stato il destino di “Amnesiac”, quello di essere considerato uno collezione di scarti di “Kid A”, uscita a ridosso del capolavoro di rottura della band inglese.

Addirittura molti nell’ambiente discografico ancora lo chiamano “Kid B”, una nome che non rende assolutamente giustizia all’album. Un po’ come quando a scuola c’erano due Giovanni e la maestra per distinguerli li numerava e “Giovanni 2” ci rimaneva inevitabilmente male.

Quindi, partendo dal presupposto che chi scrive ama alla follia “Kid A” e lo considera il migliore album dei Radiohead a braccetto con “In Rainbows” (proprio pochi giorni fa discutevo dell’opportunità di tatuarmi la cover sul braccio), è veramente giusto parlare di scarti in questo caso?

Non lo so e non mi interessa.
Perché al netto di tutti i discorsi collaterali all’album e dei pochi brani irrilevanti (“Pulk/Pull Revolving Doors” e “Hunting Bears”) rimane una collezione di canzoni fenomenali.

Nient’altro che ciò, come buona parte della discografia dei Radiohead.
“Packt Like Sardines In a Crushed Tin Box” per esempio è una delle mie canzoni preferite in assoluto, di tutta la loro discografia.
L’incidere claustrofobico che viene anticipato dal titolo stesso della canzone si sviluppa in una melodia sinistra ed avvolgente. La voce di Yorke è fredda, distante ed alienante.
Le percussioni sono meno invadenti che altrove ma sono molto più incisive. Il tutto vive di un equilibrio proprio e perfetto.
Dove non arrivano le melodie millimetriche arriva il cuore. Così “You And Whose Army?” è meravigliosa e struggente nella sua semplicità, partendo con una chitarra accompagnata dal canto che qui è sporco, come filtrato da un vecchio vinile. Il finale, poi, è un esplosione di piano e voce, stretti l’uno all’altro come in un inno nazionale.
Un brano che ha porta avanti la straziante empatia di “Karma Police” ed “Exit Music (For a Film)”.

Un track by track sarebbe abbastanza inutile e soprattutto pesante, parlando qui di un album che compie oggi quindici anni e soprattutto dal momento in cui si analizza un lavoro dei Radiohead.
E’ ridondante ripetere brano dopo brano “oh, ma che figata!”. A volte basterebbe un più sincero “oh ragazzi! Ascoltatelo, dai!”
Quindi passerò sopra al delirio ed alla delicatezza jazz della conclusiva “Life in a Glass House” o al riff travolgente di “I Might Be Wrong” perché finirei a trovarmi come quel bambino di otto anni a cui la madre ha fatto fare una breve recensione (track by track) di “A Moon Shaped Pool”: come lui non riuscirei a distinguere la canzone più bella dell’album e mi ripeterei due o tre volte, contraddicendomi.
La forza della musica dei Radiohead è anche questa: essere così luminosa da accecarti.

L’oggettività scompare ogni volta e ci rimane solo il senso di meraviglia.
E per quanto io possa avere dei punti di riferimento, non c’è album della loro discografia, escluso “Pablo Honey”, da cui non venga trafitto ad ogni ascolto.

Tra vent’anni saremo qui a festeggiare ancora i Radiohead ed io piangerò come piango ora e come piangevo dieci anni fa.
Piangerò per gli scarti, piangerò per le pietre miliari, piangerò per gli album che stanno nel mezzo.
Piangerò perché sono tutti capolavori, che tolgono il fiato e meravigliano.

Radiohead – “Amnesiac”
Data di pubblicazione: 4 giugno 2001
Tracce: 11
Lunghezza: 43:57
Etichetta: Parlophone
Produttori: Nigel Godrich, Radiohead

Tracklist
1. Packt Like Sardines in a Crushd Tin Box
2. Pyramid Song
3. Pulk/Pull Revolving Doors
4. You and Whose Army?
5. I Might Be Wrong
6. Knives Out
7. Morning Bell/Amnesiac
8. Dollars and Cents
9. Hunting Bears
10. Like Spinning Plates
11. Life in a Glasshouse

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