PRIMAVERA SOUND 2016 – @ PARC DEL FORUM – DAY THREE – (BARCELLONA, 03-04-05/05/2016)

 
di
14 Giugno 2016
 

Ultimo giorno di Primavera Sound. Al risveglio la testa è pesante e le gambe indolenzite, ma la passione vince su tutto e ci si rimette in sesto per l’eccezionale giornata conclusiva.

CASS McCOMBS

Una piccola folla si raduna attorno al minuscolo “palco” nei pressi dell’area ristoro, dove il chiacchierato cantautore ha giusto una mezz’oretta da dedicarci. Il suo è un folk rock piacevole che nei momenti migliori ricorda i Son Volt, con l’aggiunta di qualche tinta vagamente psichedelica. Si fa tranquillamente ascoltare, ci mancherebbe, ma i brani proposti mancano del lampo di genio dei maestri del genere. Senza infamia e senza lode.
(Luca Cattaneo)

JOANA SERRAT

La 33enne catalana non è nuova di queste parti e in molti la ascoltano riposando sui gradoni che abbracciano il Ray Ban Stage. Il suo indie pop rilassato e cantautorale sembra essere maturato rispetto agli anni scorsi: è gradevole e perfetto per un tardo pomeriggio di sole, ma le manca ancora qualcosa perché possa davvero dire la sua in un contesto più internazionale. Fa sempre piacere veder crescere un’artista come lei (a cui non mancano certo le qualità) e la aspettiamo per il grande passo.
(Luca Cattaneo)

BOREDOMS

Sul palco sono in tre (più uno) ma, se si chiudono gli occhi, sembra di sentirne dodici. Per cinquanta minuti non smettono di fare rumore, in un’unica, ossessiva tirata che ha dell’incredibile. Batterie, sonagli, attrezzi metallici, percussioni varie: una performance indiavolata ma precisa, punteggiata da urla tanto cariche di effetti da diventare disumane e sintetizzatori inquietanti. Loro sono bravi a non trasformare la complessità in caos ed è impossibile non venire trascinati dalla loro energia. Un live non per tutti, ma davvero apprezzabile per chi è in grado di abbandonarcisi.
(Luca Cattaneo)

BRIAN WILSON

Quella di ascoltare “Pet sounds” suonato per intero da Brian Wilson, Al Jardine e la loro numerosa band non è un’opportunità da farsi sfuggire, ma quando il leader dei Beach Boys sale sul palco un po’ a fatica, con un’aria tremendamente stanca e segnata dal tempo, si teme di assistere a un caso di accanimento terapeutico. La sua voce è infatti provata e spesso arranca palesemente: si assiste allo show come si guarderebbe un bambino che muove i primi passi e che rischia di cadere da un momento all’altro.

La band fa comunque un ottimo lavoro e Matt Jardine (figlio di Al) si occupa dei falsetti e dei passaggi vocali più impervi, tenendo magnificamente in piedi il tutto, rassicurandoci e facendoci gioire. Lo stesso Wilson a tratti sembra ritrovare una certa energia e ci si dimentica per un attimo di quello che ha passato negli ultimi decenni. “God only knows” non ha bisogno di presentazioni, così come le altre perle dal capolavoro uscito cinquant’anni fa. Al termine dell’album c’è ovviamente spazio per altre hit che probabilmente non sentiremo più dal vivo, come “Good vibrations” e “Help me, Rhonda”. È la celebrazione di uno dei migliori cantautori di sempre, ma l’atmosfera è quella di una festa d’addio. Tutto è bellissimo e malinconico. Gli anni passano per tutti e stasera ne abbiamo preso atto. Divertendoci molto, però, per resistere finché ce la si fa.
(Luca Cattaneo)

SIGUR RÓS

I tre islandesi iniziano il loro concerto con un nuovo brano, nascosti dietro a un velo di led che sarà la chiave degli splendidi giochi di luce che accompagneranno tutta l’esibizione. Subito dopo tocca a una “Starálfur” quasi minimale (con batteria elettronica) e a una “Sæglópur” ruvida e senza fronzoli: ecco il sound dei nuovi Sigur Rós a ranghi ridotti. La voce di Jónsi è splendida come sempre e nei momenti più intimi (“Festival” e “Vaka”) il pubblico è rapito e sognante, trasportato anche dallo spettacolo visivo degli enormi schermi, che si fa roboante o delicato a seconda dei casi.

Volendosi impegnare, si riescono a trovare due difetti a questa performance. Il primo è strutturale: senza un vero supporto orchestrale alle spalle dei tre, si sente un pochino la mancanza di “Hoppípolla” o di brani simili, tra archi e altri strumenti. Il secondo, probabilmente episodico, è un certo contegno mostrato nei momenti più trascinanti, come la coda di “Glósóli” o quella di “Ný Batterí”: il volume non è mai altissimo e la band non si scatena davvero (e vi assicuro che qualche anno fa “Popplagið” se la giocava con i decibel dei Mogwai, per esempio).
Lo show è comunque una manifestazione di assoluta bellezza e al termine dell’ora e mezza il pubblico si risveglia da questo sogno col sorriso. Qualcuno si abbraccia, qualcuno ha gli occhi lucidi. Tutti quanti ci ricorderemo di questa serata.
(Luca Cattaneo)

MODERAT / PANTHA DU PRINCE

Poco da dire sui Moderat: sanno suonare la loro musica e lo sanno fare bene. IDM, elettronica e techno si fondono magistralmente durante il set dei tre berlinesi ed è proprio quello che ci vuole alle due di notte con la brezza che soffia fredda dal mare. La scaletta è incentrata sulla loro recente uscita, “III”, ma ci regala anche un remix di Jon Hopkins, con tanta classe. Promossi.

Poco prima del termine ci trasciniamo per l’ultima volta al Ray Ban Stage, dove Pantha Du Prince propone “The triad”, trasportandoci in un bel viaggio notturno e psichedelico, in cui ci si perde del tutto anche a causa della stanchezza ormai difficilmente ignorabile. Non reggiamo fino alla fine, infatti, e salutiamo il Primavera Sound prima delle quattro del mattino, perdendoci il solito set conclusivo di Dj Coco che, ne siamo sicuri, sarà stato travolgente come sempre.
(Luca Cattaneo)

PJ HARVEY

La regina indiscussa del rock degli ultimi vent’anni è lei e l’esibizione al Primavera edizione 2016 lo conferma. Vestita da musa dark ma con l’anima da mondina, si presenta su uno dei due palchi principali con un apparato di sudditi/collaboratori da leccarsi i baffi. Tra questi anche i nostri Enrico Gabrielli (Calibro 35) al clarinetto e percussioni e il chitarrista Alessandro Stefana, oltre al partner artistico ormai di sempre John Parish. Facile perdersi nell’adulazione ma cerchiamo di controllarci, proprio come fa la signora Harvey che riesce a elaborare un mix di ricercatezza, professionalità e visceralità da capogiro. La scaletta è incentrata sugli ultimi due album ma poi arriva il regalo di due pezzi da “To bring you my love”. Nell’arco di un’ora e un quarto questo concerto ci dice tutto e molto di più.
(Mariarosa Porcelli)

SIX ORGANS OF ADMITTANCE

Molti si concedono un pisolino ristoratore dall’overdose di emozioni primaverili nel buio del bellissimo Auditorium del festival. Six Organs of Admittance, cioè lo statunitense Ben Chasny, li avrà svegliati quando ha iniziato a stridere acuti volgendo al termine della sua esibizione solitaria. Per il resto il breve ed efficace concerto è stata una intensa prova di folk psichedelico, conturbante e un po’ più cupo rispetto a quanto trasmesso dai dischi. Ma non meno affascinante.
(Mariarosa Porcelli)

TITUS ANDRONICUS

Sono come dei fratellini scapestrati questi picchiatelli che dall’inizio della loro carriera vogliono fare la secessione del New Jersey. Il loro punk rock epico ha le idee chiarissime. Portabandiera del secondo album sulla guerra civile americana, “A More Perfect Union” in chiusura della loro performance è una scarica di energia e adrenalina che mette il buonumore. Quanto sangue nelle vene! La loro presenza sul palco è genuina e carismatica e tra il pubblico ci si scatena. Ah, se il generale Tito Andronico avesse avuto la barba sarebbe stato sul palco a saltare con Patrick Stickles.
(Mariarosa Porcelli)

BRADFORD COX/DEERHUNTER

Bradford Cox è un artista generoso che evidentemente ama quello che fa. Sia nell’esibizione serale di sabato 4 con i Deerhunter sia in quella pomeridiana di domenica 5 nel cortile affollato del CCCB (centro di cultura contemporanea, in centro città) ci ha regalato minuti interminabili di godimento. “Desire Lines” sul palco H&M incanta e la sensazione è che i Deerhunter abbiano davvero una marcia in un più nel panorama indie rock americano. Grazie al cielo esistono i live a testimoniarlo.
(Mariarosa Porcelli)

JULIA HOLTER

Per i katebushiani, la californiana Julia Holter poteva essere una chance. I suoi album hanno una scrittura elegante e una vena sperimentale, ma nella sua esibizione ne ritroviamo solo la fluidità e la leggerezza. Sarà forse per via della brezza marina troppo frizzante che arriva sul bel palco Ray Ban e che pare infastidire la cantante? Sarà, ma sembra che questo non sia il posto né il momento giusto e questa occasione di Julia ha il sapore di un’eterna premessa. Troppo compiacimento volto a dimostrare che entusiasmo di fare.
(Mariarosa Porcelli)

BONUS: PRIMAVER AL RAVAL
A cavallo di questi giorni di eventi al Parc del Fòrum, il Primavera offre una lunga lista di concerti gratuiti in città. Quest’anno sono stati allestiti due palchi nei cortili del Centre de Cultura Contemporània de Barcelona (CCCB), dove artisti tendenzialmente meno conosciuti hanno avuto l’opportunità di esibirsi sia per i passanti occasionali sia per gli instancabili che non sanno rinunciare a un solo minuto di musica.
Belle sorprese l’israeliana Noga Erez sullo stile di Grimes, e i cileni Chicago Toys, che suonano uno shoegaze derivativo ma godibilissimo. Divertenti il duo chitarra-batteria dei Cala Vento e il set di Sun Glitters .

Tra le conferme non possiamo che nominare invece la nostra Matilde Davoli, perfettamente a suo agio su ogni palco, Julien Baker (già vista sull’Adidas Stage) e Robert Forster (ex The Go-Betweens).
(Luca Cattaneo)

Foto di Eric Pamies

 

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