OGGI “THE QUEEN IS DEAD” DI THE SMITHS COMPIE 30 ANNI

 
16 giugno 2016
 

Il terzo album degli Smiths, “The Queen Is Dead”, compie 30 anni e si preparano le schiere critiche di quanti, in odore di incenso, si improvvisano esperti-più-esperti-detrattori-amanti dell’ultima ora per farci sapere che, a differenza di quanto si creda, non è il migliore prodotto della band britannica. In barba a NME che nel 2013 l’ha messo al primo posto di una classifica sugli album migliori di tutti i tempi. Ma qui poco ci importa che sia l’album migliore della band migliore degli ultimi 50 o 100 anni, a seconda del vostro grado di devozione (alto, a carico di chi scrive): “The Queen is Dead” è un capolavoro oggi, come lo era il 16 giugno del 1986 quando arrivò nei negozi di dischi, e davanti a quest’ordine di grandezza – misurato anche in termini di sopravvivenza al logorio del tempo – i compativi di maggioranza assoluta o relativa hanno davvero scarsa utilità.

“The Queen Is Dead” nasce nel pieno dello splendore neoliberista del periodo ThatcherReagan, in un’Inghilterra in cui, mentre il tasso di disoccupazione supera l’11%, l’alta finanza continua a ingrassarsi grazie alla sfrenata deregolamentazione dei mercati con cui non farà i conti prima della crisi del 2008. Se pensate che la politica non c’entri, sbagliate, perché con Steven Patrick Morrissey e gli Smiths torna ad avere un senso l’affermazione sessantottina che il privato è sempre, in una certa misura, politico. Infatti, il lato più politico degli Smiths, forti della penna di Moz, non è stato dichiarare che “The Queen is Dead” o, come da titolo originario del brano, mandare Margeret [Thatcher, ndR] on the Guillotine quanto piuttosto, in un contesto storico-sociale che incoraggiava al successo a ogni costo, essersi votati a una filosofia di ordine opposto e volutamente contrario: la celebrazione del perdente (in fondo) fiero di essere perdente, il passeggiatore solitario di cimiteri nelle giornate assolate, il lettore di Yeats e Keats, l’innamorato morboso che trova deliziosa l’idea di schiantarsi contro un camion di 10 tonnellate se questo significa morire insieme all’amato. To die by your side, it’s such an heavenly way to die.

Musicalmente gli Smiths a quel punto sono già maturi: con il primo album eponimo (1984) e con “Meat Is Murder” (1985) il pubblico ha già imparato a conoscere la chitarra miracolosa di Johnny Marr e la voce curiosamente baritonale di Morrissey. Certo, al tempo, è con “TQISD” che raggiungono la vetta della classifica inglese. Ma il vero motivo per cui “The Queen Is Dead” si può considerare un punto di massima nella loro breve carriera è invece da ricercare nell’auto-ironia brillante con cui destrutturano il luogo comune che li voleva (e li vuole) una band super deprimente ad uso e consumo della più facile auto-commiserazione (come i lavori precedenti tendevano a far credere). Di fatto, ci sono state e ci sono ancora band in grado di rendere più addomesticabile la tristezza; nessuna però, come gli Smiths, è stata capace di fare di quella stessa tristezza uno strumento arrogante di sfida e di rivendicazione sarcastica verso se stessi e verso gli altri.

“The Queen Is Dead” contiene molti dei brani più rappresentativi della band, i cui testi confermano quest’interpretazione. “The Boy With The Thorn in His Eye”, “I Know It’s Over” e la somma “There Is A Light That Never Goes Out” ruotano intorno alla più banale e inconfessabile verità sugli esseri umani: tutti vogliamo essere amati, eppure nessuno lo direbbe mai ad alta voce perché pare che questo ci renda anche un po’ sfigati. Moz invece ne canta, padroneggiandolo con arguzia quasi caricaturale. La rivoluzione degli Smiths passa proprio da lì: legittimare il bisogno, legalizzare l’inadeguatezza che è da sempre condizione socialmente inaccettabile. E magari prendersi un po’ meno sul serio.

Sono passati 30 anni dall’uscita di “The Queen Is Dead” ma niente di questo è diventato inattuale. Gli Smiths si sarebbero sciolti l’anno successivo, nel 1987, fra contese e recriminazioni reciproche interne alla band da far scolorire anche Liam e Noel Gallagher. In soli cinque anni di attività, hanno conquistato i successivi trenta, generazione dopo generazione, e non servono doti di preveggenza per affermare che non hanno ancora finito.

Perciò, “The Queen Is Dead” può essere o non essere il loro album migliore, ma rimane nondimeno uno degli album più influenti della storia musicale britannica, e forse mondiale. Non so voi: io credo che, come attestato di merito, possa bastare.

The Smiths – “The Queen Is Dead”
Data di pubblicazione: 16 giugno 1986
Tracce: 16
Lunghezza: 37:07
Etichetta: Rough Trade (UK), Sire (US)
Produttori: Morrissey, Johnny Marr

Tracklist
1. Can’t Keep
1. The Queen Is Dead
2. Frankly, Mr. Shankly
3. I Know It’s Over
4. Never Had No One Ever
5. Cemetry Gates
6. Bigmouth Strikes Again
7. The Boy with the Thorn in His Side
8. Vicar in a Tutu
9. There Is a Light That Never Goes Out
10. Some Girls Are Bigger Than Others

 

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