BAND OF HORSES + DAN BETTRIDGE
Live @ O2 Sheperds Bush Empire (Londra, 06/07/2016)

 
8 Luglio 2016
 

C’è ancora odore di vernice fresca, dentro la O2 Empire di Sheperds Bush. E non potrebbe essere altrimenti, del resto, perché la riapertura della storica venue di Londra Ovest dopo alcuni lavori di ammodernamento, coincide con un doppio concerto dei Band of Horses. Il tutto in una settimana di inizio Luglio in cui la città fa ancora fatica a digerire il terribile contraccolpo della Brexit, senza la minima parvenza di un’estate che tarda a farsi vedere.

Poco importa, perché a riscaldare anime e cuori ci pensano cinque ragazzi di Seattle, protagonisti di un ritorno discografico importante il mese scorso con Why Are You Ok. Giusto il tempo per una birra e una manciata di rilassate note di chitarra di Dan Bettridge e della sua band, Ben Bridwell e soci fanno capolino sul palco e la serata può avere inizio. Band of Horses hanno abituato il proprio pubblico ad un’esperienza live consistente e piuttosto ricca, nel corso di questo decennio di attività. Non si smentiscono, in una seconda data che si apre con l’enigmatica “Is There a Ghost” (con cui si era chiusa la precedente) da Cease to Begin e una furia di chitarre elettriche che sembrano fondersi alla perfezione con le luci dai riflessi bluastri che contraddistinguono lo stage. Is there a ghost in my house? si chiede Bridwell, mentre la folla si agita, accogliendo la successiva “The Great Salt Lake” con un boato.

Non è un caso che i pezzi del primo – fantastico – “Everything All the Time” suonino freschi come la prima volta, in un concentrato di perfezione stilistica e di esecuzione che mi lasciano quasi attonito. Sono in forma, i nostri Band of Horses, lo dimostrano nel prosieguo di una scaletta che tocca i pezzi più importanti della carriera – tra cui “Laredo” e una toccante versione semi-acustica di “No One’s Gonna Love You” – assieme alle ultime fatiche da Why Are You Ok. “Solemn Oath”, “Hag”, “Casual Party” o l’incalzante “In a Drawer” suonano meglio dal vivo che su disco. Si, perché hanno un’anima che Bridwell e soci portano sul palco in maniera rilassata e un po’ scanzonata.

Non mancano infatti momenti di maggiore spensieratezza, nell’intima atmosfera che si crea nel locale quando i cinque interagiscono con il pubblico presente. Scivolando verso il finale, non può mancare “The Funeral”, la più attesa delle perle sfornate da questi Band of Horses ormai un decennio fa. Bridwell sbaglia una nota, si ferma e quasi si scusa. Il pubblico applaude, perché la genuinità di questi ragazzi viene apprezzata a prescindere. You can do it! urla qualcuno dalla platea, quando il pezzo riparte. Il cantante ringrazia ancora, poi il pezzo dispiega le proprie ali, prima di un apprezzato encore che chiude il cerchio.

Band of Horses sono una di quelle band che oserei definire essenziali in una discografia indie che si rispetti. Sono ottimi musicisti, poca forma e tanta sostanza se vogliamo, e sanno gestire il palco per quasi due ore di pura melodia tra indie rock, pop e country. Questo piace e piacerà sempre, anche se non arriveranno – forse – a toccare le vette di NME. Pace, perché a certa fuffa patinata noi continueremo a preferire piccoli momenti di intimità come quello vissuto in una serata di inizio luglio con questo quintetto americano che a modo proprio, ha fatto – e continua a fare – storia.

Credit Foto: Moses, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

 

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