SC&P ALL DAYER FESTIVAL 2016
@ Shapes (Londra, 9/07/2016)

 
12 Luglio 2016
 

SC&P All Dayer è un mini-festival, organizzato per un sabato di (quasi) metà Luglio nell’area industriale di Hackney Wick. Siamo a Londra Est, uno dei quartieri meno gentrificati, dove una lenta mutazione del tessuto sociale sta comunque innestando le proprie radici. Lo si capisce appena scesi dalla stazione della linea overground che congiunge questo sobborgo con il resto del mondo. Shapes è un vecchio magazzino abbandonato, porta i segni dell’underground e murales esterni che conferiscono alla struttura le credenziali ideali per ospitare un evento del genere.

SC&P All Dayer è un festival, dicevamo, organizzato per portare al pubblico locale una manciata di band unite da un fil rouge che spazia dall’elettronica alla sperimentazione, con quel tocco dark dal vago richiamo Ian Curtis che tiene banco di questi tempi. Ecco allora Static Palm, Otzeki, Desert Sound Colony, First Hate e Sweat, con le punte di diamante Lust For Youth e KVB a formare un cartello di tutto rispetto. Una maratona musicale che inizia alle 16 precise, per chiudersi a tarda notte.

Static Palm
Arrivo giusto in tempo per non perdermi del tutto lo stage dei primi a salire sul palco. Sconosciuto ai più, James Burgess è frontman del progetto Static Palm (live viene affiancato dai Sealings), che porta alla luce un suono che sembra arrivare diretto da certa new wave, oscuro abbastanza da creare una forte e un po’ scontata connessione con i Joy Division. Ascolto “One” e “Concrete” i due pezzi forse più maturi di questa prima fase di attività musicale.

Otzeki
Di Mike e Joel avevo già parlato, con la recensione del loro Falling Out EP, qualche settimana fa. Eccoli di nuovo in scena ed è un piacere rivederli live, perché il duo made in UK è sempre accattivante ed ha presenza scenica da vendere. Un paio di pezzi nuovi (“All This Time” e “Spaceless Place”) in apertura – di cui uno in procinto di uscire come singolo – poi la scaletta classica  scivola via in una mezz’ora di emozionale elettronica. Sono in forma, i due cugini: “Falling Out” è il momento di maggiore intensità, unitamente a qualche altro capitolo più sperimentale che, si spera, condurrà in un prossimo futuro ad un vero e proprio album. Chiudono con “Touch” e “True Love”, altri graffianti inediti. Sarò di parte, perchè Otzeki mi piacciono e non poco, ma hanno obiettivamente la stoffa di chi può trovare la chiave di volta e fare il grande salto. Non smetterò di ribadirlo.

Desert Sound Colony
Ipnotico. Lo descriverei così il trio che segue sul palco. Desert Sound Colony sono tre ragazzi originari del countryside britannico. Non li conoscevo; si presentano con un suono rumoroso e psichedelico che sulle prime ricorda Caribou per la commistione di immagini provenienti da mondi così lontani, così diversi. Ci sono le esplorazioni anni ’60, in un tutt’uno con le pulsazioni tipiche dei moderni club d’oltre Manica. Il suono ruvido del recente Signals EP, uscito un paio di mesi fa, riempie la venue e si fa voler bene.

First Hate
Tra tante novità, ecco il primo scossone di un pomeriggio divenuto ormai sera. Due ragazzi – Joakim Nørgaard e Anton Falck Gansted – rispettivamente voce e sintetizzatori – formano questo progetto (danese di Copenhagen) chiamato First Hate. Risuonano oscuri in un girotondo di enigmatiche voci e disegni armonici, solidificano l’aria con un tratto vocale distinto e carismatico. X si muove sul palco sublimando le note che escono dagli amplificatori. Portano al pubblico buona parte delle sei tracce del loro EP, The Mind of a Gemini, da poco uscito per Escho Records. Poi è il turno di “Holiday”, immaginifico singolo lanciato a fine Giugno, che gioca a nascondino tra scenari sonori tropicali e la cupa introspezione di cui First Hate si fanno portavoce. Mi piacciono, perché mi ricordano il primo Robert Smith ma anche un po’ Crystal Castles.

Throwing Shade
Tra i momenti più particolari e sperimentali di SC&P All Dayer c’è Nabihah Iqbal, in arte Throwing Shade. Produttrice emergente a metà tra arte ed esplorazioni sonore, la sua bio annovera già collaborazioni importanti con gallerie d’arte (TATE, tanto per dirne una) e NTS Radio, dove ogni due settimane conduce un programma di cultura e musica. Si fa notare, per i loop campionati al momento, con sintetizzatori e chitarra, il tutto in chiave per lo più strumentale.

Lust For Youth
Sono loro gli ospiti più attesi della serata, sul palco con il loro ultimo lavoro in studio – Compassions – uscito a Marzo. Lust For Youth si sono fatti portavoce di una dark wave in chiave lo-fi, con una più recente svolta diciamo leggermente più danzereccia. Salgono on stage con il carattere che li ha sempre contraddistinti. Espongono una bandiera dell’Europa unita, ammiccano con il pubblico e si dedicano per 40 minuti abbondanti a un set solido e zeppo delle loro sonorità acidule e rarefatte. “Illume”, “Better Looking Brother”, “Epoetin Alfa” scorrono via veloci, mentre l’aria si fa umida e pesante per la folla che si crea giusto sotto il palco. Tra le altre spiccano “Tokio”, “Sudden Ambition”, “Limerence” – in ordine sparso – ad anticipare la sontuosa “Running”. Prima del gran finale con “New Boys”. Resta un gran senso di onnipotenza, perchè la musica di Lust For Youth è fatta a bella posta per scatenare istinti nascosti. Succede anche tra i cuori presenti a Shapes.

KVB
A sera ormai tarda, è il momento di Klaus Von Barrel, in coppia con la fidanzata Kat Day, per questo progetto a metà strada tra shoegaze e synth minimale. Il loro recente album dal titolo Of Desire ha raccolto importanti riconoscimenti e i due ragazzi sono in buona forma sul palco di Shapes. Installazioni visual fanno da contorno a un set intenso e particolarmente teso. “Again and Again”, “White Walls”, la splendida “In Deep”, si alternano in un percorso di suoni e luci al neon, riverberate dalle immagini che scorrono e scattano alle spalle dei due.

kvb

Finito il set, ci sarebbe ancora il tempo per Sweat, altro progetto sperimentale in cartello a Shapes, ma scelgo di uscire a prendere un po’ d’aria. Mi intrattengo per un po’ a chiacchierare del più e del meno con amici e qualche sconosciuto, poi decido di tornare verso casa. SC&P All Dayer è stato un festival ben congegnato, corso veloce nell’incalzare di diverse band avvicendatesi. E non ci si può lamentare, quando si parla di musica e quando c’è qualche nuova band da scoprire.

 

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