LOLLAPALOOZA BERLIN ’16 @ TREPTOWER PARK (BERLINO, 10-11/09/2016) – DAY TWO

 
16 Settembre 2016
 

foto credit: Johannes Riggelsen

E’ il giorno dei Radiohead.
Io anche oggi non ho le tende in ostello quindi arrivo all’apertura del festival pur non avendo puntato la sveglia.
Appena entrato mi facci travolgere dall’entusiasmo dei ragazzi che corrono verso il Main Stage 1 per occupare i posti migliori e decido anch’io di concedermi agli stoici appostamenti sotto palco, come ormai dai tempi in cui mi piacevano i Kaiser Chiefs.
L’aria è quella dei grandi momenti, quelli proprio irripetibili. Lo senti proprio dall’urgenza e dai fremiti nell’aria.
Stare sotto palco per me è un’esperienza perché mi permette di toccare con mano l’entusiasmo e le motivazioni di chi sta al mio fianco. Scopro che praticamente tutti sono lì solo per Thom Yorke e soci e, per quanto la cosa fosse abbastanza preventivabile, mi ricorda ancora una volta della debolezza della line-up.
E’ l’una quando sul palco si presenta la prima artista. Tale Aurora, dalla Norvegia, che porta sul palco il pop che si prende sul serio che piace tanto in questo periodo storico.
Sembra un po’ la sorella fricchettona di Grimes e per quanto il concerto sia tutto sommato piacevole, mi passa sopra senza troppi sussulti.
E’ quello che viene dopo che mi farà invece scuotere, ma dall’imbarazzo: si esibiscono gli Years & Years, gruppo pop, ma di quello che non si prende sul serio, capitanato da Olly (un po’ come il New Team), che ho scoperto nel corso del live, essere pure un’icona gay.
Partendo dal presupposto che io personalmente diffido dagli artisti che usano la componente politica della musica come traino per la pochezza melodica (esempi nostrani, senza tirare in mezzo altre icone della comunità omosessuale, i Modena City Rambles) perché penso che capovolga il rapporto di causa-effetto che in questo campo dovrebbe sempre propendere per la potenza emotiva scaturente dalla musica stessa, tutto il concerto è stato proprio fastidioso, sia per la pochezza dell’offerta, sia per il pubblico di ragazzini esaltati tutto intorno. In questi casi puoi fare due cose: o indignarti e chiuderti in un’incrociata di braccia o fingere di essere ad una festa trash e fare l’esaltato. Io ho scelto la seconda via e sono stato pure ripreso dalle telecamere e ho una aura fottuta di finire nell’after movie.
Comunque, a fine concerto rimane la domanda legittimissima: chi ha pensato di mettere questa gente sullo stesso palco dei Radiohead?

Finalmente si respira con il set di James Blake, a seguire.
Io da sempre sono innamorato della voce e dei loop del compositore inglese quindi aspettavo la sua esibizione con ansia.
Purtroppo un’ora è una miseria di tempo e non faccio in tempo a rendermi conto di averlo davanti che già se ne è andato.
Ci sono stati momenti forti, soprattutto nelle canzoni meno sospinte e ritmate come “Love Me in Whatever way” e soprattutto nelle esplosioni di synth e voci di “Retrograde” e “Modern Soul”: lì era proprio da tenersi strette le ginocchia per non crollare dall’emozione.
Sono convinto che James Blake sia uno dei compositori più ispirati della nostra generazione: sia per la batosta che ti provoca in ogni brano, sia per lo stile unico e riconoscibile che porta avanti i tutti e tre gli album. Questa ora scarsa di live rafforza le mie convinzioni.

Arriviamo al momento più importante di tutti. Suonano i Radiohead.
Non so spiegare bene cosa mi sia preso in quel momento, quando tutto è cominciato, ma per me il loro concerto era così agognato da sembrarmi impossibile. Un miraggio.
Quindi, sapevo che li avrei visti ma contemporaneamente qualcosa nella mia mente mi diceva che invece no.
E quando mi si è parato davanti Thom Yorke ho pensato Cazzo, ma è esiste davvero!.
So che è stupido ma è veramente quello che mi passava per la mente: quando elevi così tanto una persona ti dimentichi anche un po’ della sua umanità.
Ora, tempo fa recensendo i Radiohead aprivo dicendo che il mio giudizio, paragonato al loro miracolo era veramente irrilevante.
E sinceramente lo penso tutt’ora ed il discorso vale anche e soprattutto per i loro concerti: sinceramente mi fa ridere pensare che per una questione di ruoli io debba criticare o analizzare qualcosa che è così speciale da metterti i brividi.
Ci sono momenti che non vanno spiegati ma vissuti e quindi vi dico questo: se vi piacciono andateli a sentire appena potete perché ad ogni canzone vi troverete a pregare affinché non finisca mai.

Entrando un po’ nel particolare, con l’esclusione di “Burn the Witch” che secondo me senza gli archi perde buona parte della sua magia, il set è stato un perfetto equilibrio tra vecchi capolavori ed i pezzi di “A Moon Shaped Pool”. Tra i brani degli ultimo LP quelli che mi hanno colpito di più per il loro impatto dal vivo sono stati “Present Tense” ed “Identikit” e probabilmente perché nella versione sono studio erano tutt’altro che i miei preferiti. Cuore di tutto il mio concerto però è stata la tripletta “Paranoid Android”, “Nude” e “Weird Fishes / Arpeggi”.
Lì veramente ho sentito qualcosa detonare dentro di me.
Non vi sto neanche a dire quanto l’esecuzione dei pezzi sia stata impeccabile perché se cercate ancora certezze sulle qualità dei Radiohead dovreste probabilmente cambiare hobby.
L’unica cosa che mi va di dire è che, pezzo dopo pezzo, mentre volavano via due ore di concerto avevo come l’impressione di trovare finalmente il posto giusto per ogni cosa (citazionella da quattro soldi questa).
Di aver rimesso al centro quelle che per me sono le priorità.
Tutto era veramente dove doveva stare e sarei potuto essere a Berlino come a Comacchio ma quel momento era magico ed unico proprio nella sua verità più essenziale.

Alla fine tiro le somme e mi dico che il Lollapalooza secondo me deve fare una bella strada prima di diventare un festival in grado di competere in Europa.
La line-up è troppo sbilanciata tra main act da grande festival ed undercard da “ospite internazionale di x-factor”.
Senza contare che ci sono veramente troppi, mediocrissimi, artisti tedeschi che tolgono un po’ di respiro per quella che potrebbe essere l’internazionalizzazione del festival.
Insomma, dovrebbero trovare un giusto compromesso: James Blake prima dei Radiohead va bene ma prima ancora dovrebbero esserci delle Savages (dico un nome per identificare una categoria) non gli Years & Years.
Sabato in area stampa c’era una “collega” con la maglia del Lollapalooza di Chicago del 2013 e mi sono messo un po’ a spulciarle la line-up che era stampata sulla schiena: lì artisti del calibro dei Beach House erano oltre la metà.
Mancano veramente molte edizioni per arrivare a quel livello.

Comunque la musica dal vivo, i concerti ed i festival sono belli perché ti danno una dimensione comunitaria della musica che se no non avrei mai. Indipendentemente da tutti i giudizi di valore con cui ho riempito questo report. Proprio per questo la cosa più importante alla fine è sempre avere qualcuno intorno a te per condividere quel momento. Da quel punto di vista al Lollapalooza ho trovato un clima accogliente in cui ho trovato molte persone disposte a confrontarsi ed aprirsi alle nostre passioni in comune.
Quindi, è stato bello quello, prima di tutto. Vivere i Radiohead con qualcuno che li vivesse con la mia intensità. E per questo motivo ci tengo a ringraziare chiunque sia stato al mio fianco sotto quel palco. Questo pezzo è più vostro che mio.

 

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