OGGI “NEVERMIND” DEI NIRVANA COMPIE 25 ANNI

 
24 Settembre 2016
 

Sai, devo scrivere un pezzo su Nevermind.
Ah, ma perché non si è già detto tutto?

Ecco, qua sopra c’è un rapido scambio di battute tra me ed un mio amico davanti una birra: ci sono io che entusiasta gli dico che mi è stato assegnato un articolo su un pezzo enorme di vita e lui che mi riporta giù, nell’angoscia del pianeta terra.
E’ successo davvero, nel locale in cui passo buona parte delle mie serate e mi pare un buono spunto di partenza.
A scrivere dei Nirvana e di Kurt Cobain mi sento caricato di una responsabilità insopportabile: da una parte c’è la preoccupazione del mio amico nell’entrare nei soliti schemi e quindi scrivere l’articoletto-base riassumibile in un Quanto soffriva il povero Kurt.
Contemporaneamente poi c’è la consapevolezza di ciò che ha significato la loro musica per me e la conseguente difficoltà nel riuscire ad esprimere tutto in una manciata di parole.

Ora, non mi ricordo dove avessi letto che “Nevermind” fosse considerato l’album più influente degli ultimi venticinque anni.
Penso che sia un fatto abbastanza incontrovertibile dal momento in cui pure se ti guardi il video di qualche youtuber ormonato che piace alla ragazzine (successo a me questa settimana) hai la possibilità di trovare il brand Nirvana sulla sua maglietta.
E ce lo trovi perché nel 1991 è stato proprio pubblicato quell’album con il neonato che abbocca al dollaro.
Perché succede che questi ragazzi venticinque anni fa hanno pubblicato un LP e tutto per loro e per noi è cambiato e quel “Nevermind” diventa così famoso da non essere quasi più un album ma un dato di fatto.
Perché tutto ciò che ruota ormai intorno alla figura di Kurt Cobain, l’atto di aggregazione disperato con cui il dj mette “Smells Like Teen Spirit” ad una festa, non ha più nulla a che vedere con la musica. E’ filtrato attraverso le maglie strette della società per diventare un fatto storico e culturale.
Cioè, detto in altre parole, seppure a me i Nirvana fanno letteralmente impazzire, il giudizio critico non ha più alcun valore nei confronti dei loro brani perché sono ormai qualcosa di completamente impermeabili alle opinioni.
“Come As You Are”, in parole ancora più lapidarie, è la nostra “Yesterday”. E nessuno giudicherebbe o criticherebbe una canzone dei Beatles. Sarebbe un esercizio inutile, fine a se stesso.

Casomai possiamo al massimo andare a valutare le circostanze che hanno portato questo album a rendere i Nirvana quello che sono ora.
Allora, come sempre parto dal mio vissuto.
Io ho cominciato ad ascoltarli nel lontano 2003, ad undici anni, nell’estate tra la quinta elementare e la prima media.
Sono stati la prima band che ho ascoltato senza che mi venisse imposta dalle rotazioni radiofoniche ma proprio perché volevo.
Come tutti i bambini volevo giocare ed il mio gioco preferito era ascoltare la voce di Kurt Cobain: questo perché nel gioco della vita volevo impersonare il ruolo di quello che ascoltava la “musica cattiva”, non avendo ovviamente le conoscenze ed il linguaggio per chiamare le cose con il proprio nome.
Insomma, in maniera completamente autonoma per tutti gli anni della scuola media investii le mie paghette nella discografia dei Nirvana.
Ero un bambino abbastanza timido ed impacciato e diciamo che non ero proprio a mio agio in quella specie di giungla che sono le Scuole Medie.
Così ogni giorno, tornato a casa, mi chiudevo in camera e mettevo su un paio di brani a caso dei Nirvana e mi sentivo un po’ sollevato ed anche un po’ più arrabbiato.
Soprattutto sentivo che lì nelle mie orecchie accadeva qualcosa di diverso rispetto che nel resto del mondo: più forte, più vero, più sofferente. E tutto stava bene ed incredibilmente al posto giusto.

Ora sono passati tredici anni e sicuramente io sono parecchio cambiato ma mi ritrovo spesso ad ascoltare i Nirvana e mi sento ancora bene. Mi sembra, per quei tre minuti, di essere più sincero e meno disposto a scendere a compromessi. Mi sembra che per quanto studi giurisprudenza (ed pure ora mentre scrivo mi trovo ricoperto di tomi ingialliti) esiste lo spazio per una ribellione che possa essere valvola di sfogo in quel preciso momento, non una rottura con il mondo.

Ora, è veramente difficile per me prendere le fila di questi ragionamenti ma quello che voglio dirvi è questo: Kurt Cobain ha una capacità incredibile nel condividere la sofferenza con chi lo ascolta.
Che sia un bambino di undici anni, uno studente di ventiquattro, un metallaro pieno di borchie, un pescatore cingalese.
Esiste un’assoluta necessità di espressione e sfogo nella sua musica che è universale e non fraintendibile: io quando ho cominciato ad ascoltare i Nirvana non parlavo l’inglese e neppure sapevo del suicidio di Kurt Cobain. Nonostante ciò capivo tutto quello che voleva dirmi.
Poi, per quanto molto spesso si faccia credere il contrario, e nonostante i vari riferimenti nei brani alla morte, i brani di “Nevermind” incarnino in realtà un inno alla vita. Le impulsività, gli istinti, i pianti che ci accompagnano fin dal nostro primo momento (come il neonato in copertina) sono espressi in maniera quasi fotografica dalle canzoni che assumono una forza concreta e diretta, riportandoci a quello che siamo ed a quello che non vogliamo perdere. La nostalgia che si prova ad ascoltare questi brani non è unicamente scaturente dai momenti che ci riportano alla testa ma proprio al senso di mancanza nei confronti del sentimento di autenticità che rimbomba in ogni nota.

Ora, parlare dei brani sarebbe un po’ una cosa fine a se stessa dal momento in cui “In Bloom” o “Lithium” probabilmente non sono mai uscite dalle rotazioni in radio e “Polly” è stata cantata da chiunque attorno ad un fuoco.
Anche perché come ho detto prima tutto il discorso intorno a “Nevermind” è un discorso che ha a che fare solo marginalmente con la musica: è la storia di come noi abbiamo bisogno di rivederci nelle sofferenze degli altri per tirare le fila della nostra vita. Di quanto sia unente un urlo sguaiato.
Di come sia facile diventare un eroe tormentato senza volerlo.
“Nevermind” è un milione di cose oltre la musica ma prima di tutto è una parte di ognuno di noi, indipendentemente da quello che facciamo e da quanto ci piacciono i Nirvana.

Ed io non so veramente cosa dire senza non cadere nella banalità.
Perché purtroppo “Nevermind” è diventato anche la banalità: del pogo, delle operazioni postume, dei documentari su ogni retroscena, delle magliette alle fiere di paese.

Piuttosto che scrivere per me il modo migliore di festeggiare questo compleanno importante è ascoltarmi “Territorial Pissing” davanti la macchinetta della biblioteca e dimenticarmi dei libri, degli articoli da scrivere, del mio spirito critico. Sentire solo il senso inebriante di dolore e la necessità del riscatto che si disperde in ogni accordo. Ed essere felice di un album che per quanto sia molto più grande di me, è uno degli amici più sinceri che abbia mai conosciuto.

Nirvana – “Nevermind”
Data di pubblicazione:
24 Settembre 1991
Registrato: Aprile 1990, Maggio–Giugno 1991
Studi di Registrazione: Sound City Studios – Van Nuys, California Smart Studios – Madison, Wisconsin
Tracce: 15
Lunghezza: 39:03
Etichetta: DGC
Produttori: Butch Vig
Tracklist:

1. Smells Like Teen Spirit – 5:01
2. In Bloom – 4:14
3. Come as You Are – 3:39
4. Breed – 3:03
5. Lithium – 4:17
6. Polly – 2:57
7. Territorial Pissings – 2:22
8. Drain You – 3:43
9. Lounge Act – 2:36
10. Stay Away – 3:32
11. On a Plain – 3:16
12. Something in the Way – 3:46

Ascolta per intero “Nevermind”:

 

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