AGNES OBEL
Citizen Of Glass

[ Play It Again Sam - 2016 ]
9
 
Genere: Folk, songwriting
 
2 novembre 2016
 

These bare bones are made of glass
See-through to the marrow as they pass

Agnes Obel – Trojan Horses

Cambiare. Fare le cose in modo nuovo, diverso dal solito. Con questi presupposti è partita l’avventura di Agnes Obel e del suo nuovo album, il terzo dopo due piccoli capolavori di grazia e eleganza (“Philharmonics” del 2010 e “Aventine” del 2013) che hanno fatto conoscere le doti artistiche e compositive di questa musicista danese di formazione classica, trasferitasi ormai da anni a Berlino. Capace di unire tecnica e emozioni, talento e istinto, di raccontare e di raccontarsi con un’onestà rara. “Citizen Of Glass” è un concept album ispirato da un articolo del “Der Spiegel” letto per caso in tour che parlava di come siamo spinti a condividere informazioni personali in rete, diventando cittadini trasparenti (“gläserner burger” in tedesco) di cui bisogna sapere tutto sempre e comunque. Cittadini di vetro. “Citizen Of Glass” appunto.

Cosa succede quando mostriamo troppo di noi troppo a lungo, siamo ancora liberi o siamo semplicemente più fragili sembra chiedersi Agnes Obel in quest’album dalla doppia anima, vintage e futurista. Diverso rispetto al passato e lo si intuisce già dalla copertina, opera della fotografa Mali Lazell, che rinuncia alla semplicità da dipinto rinascimentale di “Philharmonics” e “Aventine” per un’immagine ispirata a “Gli Uccelli” di Hitchcock. Musicalmente la trasformazione è notevole, radicale soprattutto negli arrangiamenti di alcuni pezzi (“Golden Green” su tutti). Agnes Obel “gioca” con la tecnologia dello studio di registrazione usandola a proprio vantaggio, sperimenta con la voce moltiplicandola, scomponendola (in “Trojan Horses” o “Citizen Of Glass” ad esempio) sussurrando, facendola vibrare. Passando dal falsetto più etereo al tono basso geneticamente modificato di quell’inquietante duetto tra Agnes e Agnes che è “Familiar”. Il pianoforte, vero marchio di fabbrica della Obel, gli archi che davano a “Aventine” quella sensazione di calore e dolcezza ci sono ancora accompagnati da nuovi amici. Una spinetta, una celesta, il mellotron, un piano-luthéal e il Trautonium, antenato del sintetizzatore che col suo nome da film horror fa il suo esordio in “Stretch Your Eyes”.

Il minimalismo del passato è un ricordo ma non c’è ragione di rimpiangerlo perché il cambiamento di Agnes Obel è in realtà un’evoluzione gentile. “It’s Happening Again” e i due brani strumentali (“Grasshopper” e “Red Virgin Soil”) dimostrano che è diversa ma non ha rinunciato a essere se stessa. All’eleganza che da sempre la caratterizza e alle emozioni viscerali, primordiali di cui è fatta la sua musica che emergono tra le righe noir del carillon di “Mary”, nel romanticismo senza filtri di “Stone”. “Citizen Of Glass” è un album coraggioso, vulnerabile, attraversato da una strana tensione nei testi come se le canzoni fossero costantemente sul punto di spezzarsi. Ricorda l’intensità, la fragilità, la strana alchimia dei primi lavori di Kate Bush. Pieno di armonie belle da ascoltare e affascinante per chi ama scavare più a fondo (due indizi, il titolo “Red Virgin Soil” fa riferimento all’omonima rivista letteraria edita da Aleksandr Voronsky e “Golden Green” è ispirata a un racconto dello scrittore russo Yuri Olesha chiamato “Envy”). Agnes Obel non ha più paura, osa e commuove come pochi artisti sono riusciti a fare.

Tracklist
1. Stretch Your Eyes
2. Familiar
3. Red Virgin Soil
4. It's Happening Again
5. Stone
6. Trojan Horses
7. Citizen Of Glass
8. Golden Green
9. Grasshopper
10. Mary

 
 

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