INTERVISTA A NICO SAMBO: è USCITO “OGNISOGNO”, ALLA RICERCA DEL GODIMENTO SONORO

 
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8 novembre 2016
 

Muovendosi sotto il nickname N_Sambo, passando da un esordio strumentale nel 2011 con “Sofà elettrico” ai testi in inglese del secondo disco “Suspended” per poi buttarsi con il terzo cd “Argonauta” in un malinconico mondo italofono più ricco di immagini e racconti di viaggio, il compositore polistrumentista Nico Sambo ha esplorato, raffinato e innescato micce di canzoni dalle radici nei mondi musicali più svariati, utilizzando campionamenti e sintetizzatori, corde di chitarre e suoni sintetici ed elettronici, ispirazioni noise e kraut rock.
Ed ecco che, con la recente uscita di “Ognisogno”, il suo ultimo lavoro di studio dalle pennellate psichedeliche e dai riverberi dadaisti prodotto da Nicola Fantozzi per l’etichetta Cappuccino Records e Audioglobe, il compositore e cantautore livornese classe 1979 sfoggia il suo nome completo e ci ha raccontato come il suo viaggio nel mondo della musica è nato, è cresciuto e dove vuole andare.

Come e perché hai iniziato a fare musica?
A casa di mia nonna c’era una chitarra classica, di mio zio. Era lì accanto al divano, a portata di mano, e verso i sei anni ho iniziato a giocarci, a suonarla, è stata quindi una spinta, una curiosità, la mano sinistra ferma e la destra che teneva una ritmica mentre cantavo “Ma come fanno i marinai” che è una delle prime canzoni di cui ho ricordo, quella del concerto di Dalla e De Gregori.

Come è nato il concept del tuo ultimo album, “Ognisogno”, che dal titolo sembra essere molto onirico ma che forse è più un viaggio attraverso vari sogni, più o meno reali e più o meno lineari?
Il concept e il titolo “Ognisogno” sono nati quando ancora non c’erano tutte le canzoni, mi pare che ci fossero già delle bozze delle sole “Arrivederci mai”, “America isterica”, “La stazione” e “Connessioni instabili”. Riascoltandole cercai di capire se ci fosse qualcosa in comune tra loro e mi soffermai principalmente su “Arrivederci mai” e “La stazione”. Entrambi i pezzi raccontano di un sogno, nel secondo caso in particolare di un incubo, quindi la parola “sogno” aveva iniziato a ronzarmi in testa e pensai ai diversi significati che quella parola ha, come il desiderio o l’aspirazione. A quel punto scorsi i testi delle altre due canzoni, contenevano proprio dei riferimenti a desideri e ambizioni, come “sono in fila per la felicità e suono” oppure l’essere fortunati nel viaggiare in moto di fianco a “lei”. Per questo significato ambivalente della parola “sogno” mi è venuta in mente l’altra parola, “ogni”, che poi ha anche un’assonanza con la prima. Infine ho unito le due parole. Gli altri brani sono nati di conseguenza.

Come inserisci questo nuovo disco nell’ evoluzione del tuo percorso artistico? Ad esempio, la scelta di quasi “abbandonare” i brani strumentali?
Molti dei gruppi e musicisti che amo di più si sono sempre evoluti negli anni lasciandosi ispirare da nuovi strumenti o contaminazioni, pubblicando così dischi anche molto diversi tra loro. Io faccio qualcosa di simile, ho bisogno di nuovi stimoli, di scrivere canzoni con strumenti diversi, anche con quelli che conosco meno. Tutto questo mi porta a non ripetermi, a non sedermi e anche a divertirmi. Ho iniziato con un disco strumentale di musica elettronica, Sofà Elettrico, e gli album che ho pubblicato dopo sono stati un’evoluzione che parte da quello, ho poi inserito la voce – prima in inglese e poi in italiano – e ho dato sempre più spazio a strumenti elettrici. La grande svolta di “Ognisogno” è l’aver deciso di abbandonare l’elettronica. L’ho fatto perché in quel momento sentivo che non avrebbe aggiunto niente, né a livello di contributo al nuovo album, né come differenziazione dai precedenti. Quindi mi sono lasciato ispirare da altro, come il pianoforte. Poi però mi piaceva anche rendere riconoscibile la mia mano ed ho pensato di dare un tocco di “estraneità”, di “eccentricità” ai brani ed ho immaginato di poterlo fare con i field recording. Allora, in queste canzoni in cui il pianoforte è la colonna portante, ho inserito voci e rumori ripresi in strada, nei mercati, nei musei, etc. Sì, nella mia evoluzione i brani strumentali sono andati a diminuire, ma in ognuno dei quattro album c’è più di un brano strumentale, quindi di fatto è qualcosa che dà una sorta di continuità alla mia produzione.

Come è nata e come si è evoluta la collaborazione con Lucio Tirinnanzi, già al tuo fianco in progetti precedenti e che ha scritto la maggior parte dei testi di “Ognisogno”?
Suoniamo insieme da più di vent’anni, prima di una collaborazione si tratta quindi di un’amicizia che nasce proprio con la musica, i primi gruppi e i primi concerti. Sciolto il nostro gruppo, lui ha iniziato a scrivere testi per le mie canzoni. Fatta eccezione di qualche parentesi, lavoriamo insieme da una vita, così come con Alessandro Quaglierini, il bassista.

Tra le tracce dell’album ci sono sia semplici pezzi al pianoforte, come la romantica “Santa Giulia”, che brani caratterizzati da una maggiore ricerca sperimentale. Perché questa scelta?
Il suono è qualcosa che mi affascina, mi dà godimento. La sua ricerca, il trovare un suono di chitarra non comune, effettarlo in un certo modo, azzardare un accozzo di strumenti non scontato mi dà piacere e soddisfazione. Alcune mie produzioni passate sono nate proprio con quest’obiettivo. E anche quando scrivo canzoni cerco di non reprimere questa mia attitudine. La stessa “Santa Giulia” – che è un brano romantico come dici tu, suonato principalmente al pianoforte – lascia spazio a dei cambi sonori, come quando entrano le chitarre elettriche distorte con un fuzz o la frenata di un treno. Questi cambi fanno proprio parte di una ricerca sperimentale personale. Tale ricerca magari poi si fa più evidente in altre tracce, come in “Eurasia” dove inserisco dei canti indiani e la voce di un venditore thailandese al mercato tra un basso e una batteria, oppure ne “La stazione”.

“La stazione” è una canzone un po’ a se stante (forse perché è una delle poche che hai scritto tu). Ha un sapore un po’ jazz, molto new wave e molto libero… come è nata e cresciuta?
Ne “La stazione” racconto di un incubo che ho fatto realmente qualche anno fa. Sognai di prendere treni diversi e di arrivare sempre alla stessa stazione. Credo che si possa spiegare con la paura per la routine, per una direzione, un verso o un senso che non arrivano mai. Il ruolo che assume quel brano in questo disco mi piace perché è proprio la routine che va a spezzare, cambia l’atmosfera e disorienta l’ascoltatore. Un disco che fino a quel momento era pop, con delle arie dolci (come “America isterica”, “Al mio risveglio” e la stessa “Santa Giulia”) propone a chi lo ascolta un nuovo movimento che non ci si aspetta ma che si integra nell’insieme perché non è altro che l’altra faccia della medaglia, lo yin dello yang per dirla in termini filosofici. Se fino ad allora i testi raccontavano di quello che desideriamo – un viaggio o l’incontro con una donna idealizzata, tornare nella propria città quando la si è lasciata, suonare, “trovare un modo per averti senza immaginare” – qui ci troviamo davanti a una specie di Giovanni Drogo de “Il Deserto dei Tartari” in una realtà che non si manifesta, un incubo. Solo che il protagonista de “La stazione” decide di cambiare realtà, ne esce e finisce per giocare a tennis sotto i portici di casa sua. Quindi alla fine non è neanche un brano pessimista perché lui risolve l’impasse con qualcosa che lo fa stare bene – il gioco – e che desidera, ancora una volta.

“America isterica” descrive un po’ il mondo contemporaneo attraverso un viaggio: si parla di Usa, di Medioriente, di Europa, d’Italia… a proposito di quest’ultima, cosa pensi della sua situazione? Davvero abbiamo “la Santa Inquisizione sotto l’ombrellone”?
L’Italia è meravigliosa e detestabile, come molte altre cose. Penso a Giorgio Gaber che dice “Per gli altri siamo solo spaghetti e mandolini, allora qui m’incazzo, son fiero e me ne vanto, gli sbatto sulla faccia cos’è il Rinascimento”. Non solo il Rinascimento è il “Rinascimento”, il “Rinascimento” inteso come qualcosa di meraviglioso sono anche gli stessi mandolino e spaghetti, aglio, olio e peperoncino, all’amatriciana, al ragù, una spiaggia in Sardegna, avere dei boschi dove andare a fare funghi, piazza Unità d’Italia di fronte al mare a Trieste, Firenze, Roma, il Salento, il chinotto, il vino rosso, i mandarini, gli arancini a Palermo, la granita, la grappa in un rifugio in montagna, le donne, i libri, il cinema. È detestabile nell’ignoranza, nella grettezza, nell’arroganza, è detestabile se diventa razzista, se non culla la cultura e la ricerca, se chiudono i cinema, è detestabile quando prende e basta, quando c’è la Santa Inquisizione sotto l’ombrellone. C’è anche quella, c’è l’accanimento sul colpevole che ancora colpevole non è perché è solo sospettato, c’è il non riconoscere uno dei diritti fondamentali in una democrazia – quello al processo e a una difesa –, c’è il processo mediatico, l’esaltazione della punizione e non della reintegrazione, c’è il capro espiatorio, c’è perfino l’obiezione di coscienza di alcuni medici che diventano inquisitori di coloro che fanno scelte che hanno il pieno diritto di fare, ci sono i bigotti. E poi è detestabile perché ci sono il Livorno retrocesso in Lega Pro e il Pisa promosso in Serie B.

C’è una canzone a cui sei particolarmente legato?
“America isterica”, la prima nata quindi quella da cui è partito tutto. E “La stazione” perché è il primo brano per il quale ho scritto io un testo in italiano.

Come descriveresti la tua musica oggi? Cosa vuoi comunicare e proporre al tuo pubblico?
La mia musica oggi è pop. Che qualcosa di molto personale può diventare condivisibile con gli altri.

Ognisogno cover

Ognisogno cover

TRACKLIST
1. Coincidenze
2. America Isterica
3. Arrivederci Mai
4. Al mio risveglio
5. Eurasia
6. Santa Giulia
7. Connessioni Instabili
8. La stazione
9. Proprio Tu
10. Lo sai che

 

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