TOP TEN ALBUM 2016 DI STEFANO D’ELIA

 
14 Dicembre 2016
 

#10) DAUGHTER
Not to disappear
[4AD]

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Difficile per dei ragazzi così giovani bissare il successo di un esordio folgorante come “If you leave”, Elena Tonra e compagni non si sono però persi d’animo e sono riusciti anche nel difficile intento di discostarsene, pubblicando un’opera se possibile ancora più inquieta e malinconica, dove gli unici raggi di sole sono quelli che filtrano dall’ugola di una delle voci in assoluto più belle ed intense affacciatesi sul panorama indie negli ultimi anni.

#9) MODERAT
III

[Monkeytown]

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Deve essere problematico avere addosso gli occhi di tutti ed essere considerati tra i massimi esponenti della nuova scena elettronica mondiale, così difficile che il gruppo nato dal connubio tra Modeselektor e Apparat decide di dare alle stampe un’opera che richiede più ascolti, in cui la voce fragile e a tratti sognante di Sascha Ring è volutamente messa in primo piano, quasi a indicare che questo disco ha un’anima più umana che sintetica.

#8) JAMES BLAKE
The colour in anything

[Polydor]

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Ormai ogni passo di Mr. Blake è destinato a fare storia in una scena musicale come quella odierna che ha sempre più bisogno di nuovi eroi, “The colour…” è un lavoro molto lungo, che spesso si concede qualche pausa, ma che ha il merito di mostrarci appieno lo spettro
completo delle grandi capacità del giovane artista britannico, un disco pieno di gemme in cui la più lucente è rappresentata dallo splendido duetto con Bon Iver intitolato “I need a forest fire”.

#7) BON IVER
22, A Million
[Jagjaguwar]

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Il Justin Vernon del duemilasedici gioca a nascondersi dietro a una narrazione frammentaria della propria arte, non si concede alle interviste e rende difficile l’interpretazione dei titoli dei brani che compongono questo suo ultimo lavoro, come se giocasse ad invitare l’ascoltatore a cercare di risolvere il rebus della sua vita, quasi desiderasse fare tabula rasa di quel mito costruitogli addosso nel corso degli anni per renderlo indecifrabile.

Ma nulla si distrugge in queste dieci composizioni, bensì tutto si trasforma, e quella che ascoltiamo è quella voce, che, seppur filtrata, modificata e nascosta da mille effetti, e per quanto circondata da tante altre voci che si sovrappongono ad essa-in un dialogo costante tra l’autore e la sua coscienza- rimane l’elemento portante di queste canzoni. E poco importa all’ascoltatore se questa voce proviene dalle fatiscenti mura di uno studio di registrazione di fortuna o dai luoghi fisici e metafisici protagonisti del secondo album, questa, in fondo, è tutto ciò che di cui abbiamo bisogno, ed è solo in essa che il nostro Justin Vernon cerca di sparire, affinché la sua voce emerga in maniera preponderante su tutte le soprastrutture erette intorno alla sua immagine nel corso di questi ultimi anni.

#6) NICK CAVE & THE BAD SEEDS
Skeleton tree
[Bad Seed Ltd]

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Ci sono dischi sulla cui genesi spesso si discute troppo, molte volte a sproposito, tutto quello che c’era da dire su “Skeleton Tree” Nick Cave lo ha affidato al documentario intitolato “One more time with feeling”, lì si trova tutto l’aiuto possibile per interpretare un’ album che pare chiudersi al mondo, che sembra respingerlo fuori da un’ideale stanza in cui tutte le finestre sono chiuse per non fare entrare la luce, come se fosse pervaso da un dolore impossibile da comunicare.

I testi di queste otto composizioni spaziano invece dal personale-suggerendolo, senza mai scendere nel particolare-al politico, nel senso più ampio del termine come nell’ultima Pj Harvey, regalandoci un album assolutamente non facile, di quelli che richiedono grande attenzione e pazienza, ma che alla fine ripagano con gli interessi l’ascoltatore per il suo sforzo.

#5) LEONARD COHEN
You want it darker

[Columbia Records]

Leonard Cohen ci saluta con un album sublime e struggente, dove la sua voce risalta più che in precedenza su tutto il resto, pieno di canzoni maestose ed eleganti, così come elegante fino all’ultimo è stato con quel messaggio con cui ha dimostrato la sua personale soddisfazione per il Nobel a Bob Dylan: proprio in questo momento, in cui pare che realmente qualcuno voglia “più oscurità”, il suo esempio ci deve guidare fuori da tutto questo buio che rischia di uccidere proprio quella poesia che Cohen ci ha elargito con tanta generosità negli questi ultimi cinquant’anni.

#4) TINDERSTICKS
The Waiting Room

[Domino]

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La tentazione di affermare che i Tindersticks abbiano pubblicato quello che è da considerarsi in assoluto il loro album più bello dagli esordi è forte, ma forse è ancora più importante sottolineare come una band con quasi venticinque anni di carriera sia riuscita a condensare in un album perfetto un’idea di musica che prescinde dalle mode del momento e dal peso degli anni: impossibile in tal senso non rimanere affascinati dalla melodia circolare e morbosa di “Were we one lovers?”, dall’ebbro dialogo di “Lucinda”, brano che vede alla voce la scomparsa cantautrice messicana Lhasa De Sela, e dall’angoscia crescente di “We are dreamers”, altro riuscito duetto insieme a Jenny Beth delle Savages.

Se bisogna trovare un difetto a “The Waiting room” questo consiste nel fatto che forse più che un album che gira intorno ad un’idea base esso sembra più che altro un “Best of”, tanto è il potenziale di ognuno di questi brani che dove peschi nella scaletta prendi un potenziale singolo, di quelli che sono un po’ mancati agli ultimi lavori della band.

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#3) RADIOHEAD
A moon shaped pool
[XL]

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Immergersi nella piscina a forma di luna costruita per noi dai Radiohead è un’esperienza rinfrancante per il cuore e per la mente, difficile non annegare tra l’angoscia crescente di “Burn the witch” e “Ful stop” o nella magniloquenza di una “Daydreaming” che trova il suo giusto completamento nelle immagini dello splendido video girato da Paul Thomas Anderson: Thom Yorke e compagni ci danno l’ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse stato bisogno, che per creare capolavori non serve spostare sempre più il là l’asticella delle aspettative, basta semplicemente scrivere grandissime canzoni e questo loro ultimo grandioso lavoro ne è pieno.

#2) DAVID BOWIE
Blackstar
[Sony Music]

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Ci sono eventi che segnano un’ epoca, che si verificano in giorni di cui successivamente ci ricordiamo ogni attimo, ad esempio spesso i miei genitori mi raccontano di cosa stavano facendo quando venne ucciso Kennedy o quando Armstrong mise piede sulla luna: ecco io sono sicuro che tutti quelli che hanno amato Bowie ricordano esattamente dove erano nell’istante in cui hanno appreso della morte di uno dei più grandi artisti della storia della musica. Quel giorno per me fu quasi come se qualcuno avesse spento il sole o asciugato gli oceani, come se ci avessero tolto qualcosa che c’era sempre stato e che era naturale che ci fosse, una parte fondamentale del tutto senza cui questo tutto quasi non poteva più avere ragion d’essere, un vuoto colmato in parte dall’eredità di questa Stella Nera, che a quasi un anno dalla scomparsa del suo autore continua a brillare intensamente nel firmamento musicale con i suoi tanti misteri, molto dei quali ancora ben lontani dall’essere svelati.

#1) PJ HARVEY
The hope six demolition project

[Island]

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Spesso quando si parla di album “politici” il pericolo della retorica stile “Il mio nome è mai più” è sempre dietro l’angolo, Polly riesce però nell’impresa di affrontare certi argomenti senza mai mettere in piedi comizi fini a sé stessi e petulanti, filtrando attraverso una sensibilità unica e un’esperienza diretta dei fatti i temi affrontati nell’album.

Una delle cose che mi ha colpito di più di The Hope Six(oltre che l’uso massiccio dei fiati) è la voce della Harvey: certe asperità passate sembrano sparite in nome di quella matura misura che si era già vista nello splendido disco precedente.

In queste canzoni le parole sono come macigni, i testi sono intensi come al solito quando si tratta dell’artista inglese ma acquisiscono ulteriore peso grazie a questa nuova coscienza sociale che li pervade: Ascoltando l’autrice di “To Bring You My Love” parlare di guerra, povertà, immigrazione e politica quasi mi sento in colpa di avere come problema più grave quello di decidere se mettere nel lettore CD questo bellissimo disco o “Blackstar”.

 

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