I MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2016 [ #25 / #1 ]

 
di
23 Dicembre 2016
 

Posizioni: I MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2016 [ #26 / #1 ]

#25) PJ HARVEY
The hope six demolition project

[Island]

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Spesso quando si parla di album “politici” il pericolo della retorica stile “Il mio nome è mai più” è sempre dietro l’angolo, Polly riesce però nell’impresa di affrontare certi argomenti senza mai mettere in piedi comizi fini a sé stessi e petulanti, filtrando attraverso una sensibilità unica e un’esperienza diretta dei fatti i temi affrontati nell’album.

Una delle cose che mi ha colpito di più di “The Hope Six” (oltre che l’uso massiccio dei fiati) è la voce della Harvey: certe asperità passate sembrano sparite in nome di quella matura misura che si era già vista nello splendido disco precedente.
In queste canzoni le parole sono come macigni, i testi sono intensi come al solito quando si tratta dell’artista inglese ma acquisiscono ulteriore peso grazie a questa nuova coscienza sociale che li pervade: Ascoltando l’autrice di “To Bring You My Love” parlare di guerra, povertà, immigrazione e politica quasi mi sento in colpa di avere come problema più grave quello di decidere se mettere nel lettore CD questo bellissimo disco o “Blackstar”.
(Stefano D’Elia)

#24) FRANKIE COSMOS
Next Thing

[Bayonet]

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Frankie Cosmos, nome d’arte di Greta Kline, è al suo album da sophomore, dove raggiunge una rotondità e compattezza nel suono e i suoi testi rimangono delle poesie lunghe, confuse, in qualche modo assurde. La giovane cantautrice USA è la vera sorpresa e scommessa del panorama indie pop, il talento è tanto, Next Thing è veramente un gioiello piacevole da scoprire. La Kline ha anche un’altra qualità, quando ci si immerge nelle sue canzoni ci si sente come amici da una vita: prendetevi una birra e mettete su “Next Thing”, vi sentirete come in una riunione tra vecchi compagni.
(Gianluigi Marsibilio)

#23) TINDERSTICKS
The Waiting Room

[Domino]

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La tentazione di affermare che i Tindersticks abbiano pubblicato quello che è da considerarsi in assoluto il loro album più bello dagli esordi è forte, ma forse è ancora più importante sottolineare come una band con quasi venticinque anni di carriera sia riuscita a condensare in un album perfetto un’idea di musica che prescinde dalle mode del momento e dal peso degli anni: impossibile in tal senso non rimanere affascinati dalla melodia circolare e morbosa di “Were we one lovers?”, dall’ebbro dialogo di “Lucinda”, brano che vede alla voce la scomparsa cantautrice messicana Lhasa De Sela, e dall’angoscia crescente di “We are dreamers”, altro riuscito duetto insieme a Jenny Beth delle Savages.

Se bisogna trovare un difetto a “The Waiting room” questo consiste nel fatto che forse più che un album che gira intorno ad un’idea base esso sembra più che altro un “Best of”, tanto è il potenziale di ognuno di questi brani che dove peschi nella scaletta prendi un potenziale singolo, di quelli che sono un po’ mancati agli ultimi lavori della band.
(Stefano D’Elia)

#22) CHILDISH GAMBINO
Awaken, My Love!
[Glassnote]

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Le classifiche un po’ mi annoiano. Principalmente perché sono una persona molto prevedibile e quando vedo la lista dell’uscite relative ad un anno so già pressapoco che album entreranno nella top 10, conoscendo i miei gusti. Chiaro, che poi ci sono variazioni ma non ci si muove mai da quei nomi.
Invece, manca una settimana alla deathline ed io mi ascolto “Awaken, My Love!” senza grandi aspettative ed unicamente per l’affetto, idealizzato, che provo per Donald Glover. E ci rimango letteralmente secco. Un album che dà estrema profondità ad un progetto musicale che fino ad un paio di settimane fa sembrava il capriccio di un commediografo, o poco più.
La musica è bella anche perché ti soddisfa dei bisogni che neppure tu conoscevi; io fino ad un paio di setitmane fa non avevo idea di essere in astinenza di urli funky ed oggi non posso fare a meno.
(Jacopo Patrignani)

#21) DAUGHTER
Not to disappear
[4AD]

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La band londinese nata attorno alla sua leader Elena Tonra, da alle stampe il secondo convincente album che da subito entra in heavy rotation nel nostro riproduttore. Un dream pop in salsa folk dalla semplicità disarmante, con un cantato vellutato che va dritto al cuore. Forse non costante nella ripartizione delle emozioni, tutte sprofondanti verso il dark, ma sempre capace di catturare l’attenzione. Forse il fatto di essere stato pubblicato a gennaio ha avuto più tempo di altri dischi per farsi conoscere. Ma tant’è. Eccolo qui, a ridosso del podio.
(Bruno DeRivo)

#20) ANGEL OLSEN
My Woman
[Jagjaguwar]

Già con il precedente “Burn Your Fire for No Witness”, Angel Olsen aveva fatto capire di avere le carte per scrivere dischi memorabili ma è qui che la cosa si palesa, con una sicurezza di scrittura riflessa già nel titolo tutto a lettere maiuscole. Se c’è un futuro del folk americano, passa da lei.
(Francesco “Dhinus” Negri)

#19) PLANTMAN
To the Lighthouse

[Arlene]

Segue le stagioni l’ispirazione di Matthew Randall, che ha atteso l’inverno per registrare le canzoni scritte nel corso degli ultimi tre anni. Rifiorisce così a primavera la musica del giardiniere Plantman, che in “To The Lighthouse” raccoglie quindici piccole delizie tutto cuore e spontaneità, un autentico gioiello pop.
(Francesco Amoroso de “L’Attimo Fuggente”)

#18) MODERAT
III

[Monkeytown]

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Deve essere problematico avere addosso gli occhi di tutti ed essere considerati tra i massimi esponenti della nuova scena elettronica mondiale, così difficile che il gruppo nato dal connubio tra Modeselektor e Apparat decide di dare alle stampe un’opera che richiede più ascolti, in cui la voce fragile e a tratti sognante di Sascha Ring è volutamente messa in primo piano, quasi a indicare che questo disco ha un’anima più umana che sintetica.
(Stefano D’Elia)

#17) WHITNEY
Light Upon The Lake

[Secretly Canadian]

Miglior debut dell’anno “by far”, Light Upon The Lake è un riuscitissimo mix di delicata psichedelia e slacker pop capace di rallegrare ogni momento della giornata. Con Golden Days come pezzo trainante, gli Whitney hanno davvero azzeccato ogni mossa in questo bellissimo album.
(Vieri Santucci di “Triste Sunset”)

#16) MOTTA
La Fine Dei Vent’anni

[Woodworm]

La fine dei vent’anni” di Francesco Motta è una trappola perfettamente congegnata. C’è un meccanismo di immedesimazione dal quale è difficile affrancarsi, c’è una chitarra semplice e limpida che funziona troppo bene per non rimanerti attaccata addosso. L’autore l’ha definito in parte un album politico. E lo è. Soprattutto nella misura in cui capisce che è (anche) una specifica condizione socio-economica ad aver formato la dimensione sentimentale di questa generazione.
(Serena Riformato)

#15) BRIAN ENO
The Ship
[Warp]

Dunque non era un ultimo colpo di coda quel “High Life” in collaborazione con Karl Hyde di due anni orsono: Brian Eno ha ancora la capacità di farmi sobbalzare dalla sedia. In “The Ship”, l’architetto del suono mescola synth celestiali e furiosi e autotune perentorio, con caduta del Titanic e prima guerra mondiale sullo sfondo tematico. Ci aggiunge anche una poesia commovente, prima della ciliegina sulla torta, quella cover di “I’m Set Free” dei Velvet Underground che chiude in serenità e ottimismo un disco ovviamente cupo e che pare il riflesso di un anno destinato a rimanere nella storia – e non per ragioni simpatiche. Resta solo da sperare che il diradamento delle nubi finale sia premonitorio.
(Alessandro “Diciaddùe” Schirano)

#14) MINOR VICTORIES
Minor Victories
[PIAS]

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Rachel Goswell (Slowdive / Mojave 3). Stuart Braithwaite (Mogwai). Justin Lockey (Editors) e James Lockey. James Graham (Twilight Sad). Mark Kozelek. Una collaborazione nata per caso, studiata a puntino, che funziona a meraviglia. Perché il tutto non è sempre e solo la somma delle parti. A volta è qualcosa di più, alla faccia dei puzzle perfetti e della precisione matematica.
(Valentina Natale)

#13) BEYONCE
Lemonade
[Parkwood / Columbia]

E alla fine che cosa dirai al mio funerale, ora che mi hai ucciso? Giace qui l’amore della mia vita, a cui ho spezzato il cuore senza che niente mi costringesse”. Sarebbe limitativo considerare Lemonade uno degli album migliore dell’anno, perché è molto di più: un film, un romanzo, una raccolta di poesie. Davanti a questo, l’autenticità autobiografica – Jay-Z ha davvero tradito Queen B? – sembra questione davvero irrilevante.
Per capire la varietà dei generi, bastino i titoli di coda: James Blake, Jack White, The Weeknd, Kendrick Lamar. Può bastare?
(Serena Riformato)

#12) AGNES OBEL
Blackstar
[Sony Music]

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Agnes Obel regala un album di grande impatto emotivo. Forte e fragilissimo, vintage e futurista,“Citizen Of Glass” fa i conti con un mondo in cui trasparenza non fa sempre rima con onestà. Cambiando le carte in tavola, giocando con la voce e gli arrangiamenti. Elegante, coraggioso, commovente.
(Valentina Natale)

#11) JAMES BLAKE
The colour in anything

[Polydor]

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Non vi nascondo di nutrire una grandissima ammirazione nei confronti di James Blake: reputo che il suo stile sia uno dei più caratterizzati e caratterizzanti della nostra generazione. L’atmosfera, il loop, il cupo incidere dell’emotività sono elementi che aggrediscono ogni brano della discografia del giovane produttore britannico e che si sublimano nella propria massima forma in “The Colour In Anything” che non è un album che stravolge ma che, piuttosto, consolida. Penso che la cosa che renda così grande la musica di James Blake sia la sue estrema capacità nel coniugare maestosità ed intimità; ogni passaggio, ogni crescendo è arioso ed imponente ma, contestualmente, colpisce nel più profondo dell’ascoltatore. Semplicemente, uno dei più grandi del nostro tempo.
(Jacopo Patrignani)

#10) CAR SEAT HEADREST
Teens Of Denial
[Matador]

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“Teens Of Denial” è la vita di molti di noi. “Teens of Denial”, prima di tutto, è la mia vita e di tutti quei ragazzi tra i venti ed i venticinque anni che si sentono fuori posto ed inadeguati e, sopratutto, insoddisfatti. “Teens Of Denial” è come Calcutta che ti dice che molto spesso ci si annoia alle feste e si vorrebbe tornare solo a casa, ma te lo dice molto meglio. Will Toledo ha preso la musica della nostra adolescenza, l’indie-rock, e l’ha ribaltato; perché, se molti come me si sono approcciati al genere per sentirsi fichi, oggi ci ritroviamo ad assimilare lo stesso linguaggio per giungere a conclusioni opposte. Che a mezzanotte e mezza spesso abbiamo solo voglia di andare a letto ma il letto è lontano kilometri. “Teens Of Denial” è tutto questo: una parabola di fallimenti ed inettidutidine installata sul migliore indie-rock degli ultimi anni. Un album che fa piangere e respirare.
(Jacopo Patrignani)

#9) FRANK OCEAN
Blonde
[Boys Don’t Cry]

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Mind over matter is magic / I do magic.

“Channel Orange” aveva mostrato al mondo un ragazzo con il cuore ancora spezzato, uno spleen romantico-decadente e una voce strepitosa per esprimerli. “Blonde” acuisce il tutto, dando ancora più spazio all’ugola di Ocean e mettendo (almeno apparentemente) in secondo piano la strumentazione. Meno beat (eccezion fatta per il primo singolo “Nikes” e “Nights”), meno percussioni, più chitarre acustiche (“Ivy”, la seconda parte di “White Ferrari”), strutture meno ortodosse (ancora “White Ferrari”, “Self Control”), malinconia a palate (una a caso: “Sigfried”). In questo senso, sebbene più di qualcuno abbia storto il naso, la sterzata sonora di “Blonde” funziona e, a voler spingersi oltre, è probabilmente la scelta migliore per effettuare uno scarto rispetto alla produzione soul e r’n’b contemporanea. Il verso You got a roommate, he’ll hear what we do / It’s only awkward if you’re fucking him too, sussurrato quasi fosse una dichiarazione d’amore, é una delle dissonanze cognitive che rendono “Blonde” una sorta di seduta di auto-esaminazione che procede ora a tentoni, ora speditamente, da parte di qualcuno che muore dal desiderio di tenersi i suoi segreti ma il momento dopo rivela più di quanto oseremmo chiedere.
(Alessandro “Diciaddùe” Schirano)

#8) A TRIBE CALLED QUEST
We Got It From Here … Thank You 4 Your Service

[Epic]

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L’ultimo album (in qualsiasi senso vogliate intendere i termine “ultimo”) degli ATCQ è un canto di speranza, il più bello dell’anno. In una dialettica quasi fiabesca l’album rap forse più atteso dell’anno esce nella settimana più nera per gli Stati Uniti ed, ancora, come è pregorativa degli eroi delle storie fantastiche, Q-Tip e Phif Dawg si prendono tutto il carico di questo contrasto e lo trasformano in qualcosa di accecante. “We got it from Here… Thank You 4 Your Service” è la chiusura di una miriade di archi narrativi: quello degli ATCQ che rispolverano e sublimano il loro flow che è ribelle , intellettuale e sarcastico. Quello di Phif Dawg che ci saluta per sempre in un estremo e gioioso commiato, nella conclusiva “The Donald”. Avete presente quando aspetti il finale di un racconto ed alla fine è esattamente come te lo immaginavi? Ecco.
(Jacopo Patrignani)

#7) MITSKI
Puberty 2

[Dead Oceans]

Non solo uno degli album emotivamente piú potenti dell’anno, ma forse la miglior espressione del 2016 quando si vuol trovare un’emblema di cantautorato indie/punk con voce femminile. La tensione emotiva portata da Mitski Miyawaki in questo disco é difficile da descrivere a parole. É piú semplice portare la puntina all’inizio di una qualunque delle 11 tracce e lasciarsi trasportare.
(Marco Lorenzi)

#6) ANHONI
Hopelessness

[Secretly Canadian]

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La musica di Antony Hegarty ha sempre saputo conquistarmi, seppur a piccolo passi. “Hopelessness”, a differenza della precedente produzione firmata Antony and The Johnsons, mi é entrata nella testa e nel cuore da subito. La straordinaria voce di Antony é il paradigma di un album non semplice da assimilare, che si staglia sulla scena pop in maniera radicale e quasi definitiva. Non a caso é uno dei candidati che piú di altri avrebbe meritato il Mercury Prize.
(Marco Lorenzi)

#5) LEONARD COHEN
You want it darker

[Columbia Records]

Leonard Cohen ci saluta con un album sublime e struggente, dove la sua voce risalta più che in precedenza su tutto il resto, pieno di canzoni maestose ed eleganti, così come elegante fino all’ultimo è stato con quel messaggio con cui ha dimostrato la sua personale soddisfazione per il Nobel a Bob Dylan: proprio in questo momento, in cui pare che realmente qualcuno voglia “più oscurità”, il suo esempio ci deve guidare fuori da tutto questo buio che rischia di uccidere proprio quella poesia che Cohen ci ha elargito con tanta generosità negli questi ultimi cinquant’anni.
(Stefano D’Elia)

#4) NICK CAVE & THE BAD SEEDS
Skeleton tree
[Bad Seed Ltd]

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Il day after di Nick Cave è pieno di dolore ma sobrio, di una bellezza spettrale. Un intenso requiem senza lacrime. C’è chi del dolore fa spettacolo, chi lo trasforma in puro esibizionismo. In mano a Nick Cave diventa arte senza se e senza ma.
(Valentina Natale)

#3) BON IVER
22, A Million
[Jagjaguwar]

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Come uno di quei piatti destrutturati dove della ricetta originale sono rimasti soltanto gli ingredienti, Justin Vernon fa forse l’unica cosa possibile dopo il successo enorme dei primi due dischi: distrugge il castello di carte e lo butta in mare, lasciando le figure distorte, irriconoscibili, eppure ancora in qualche modo magnifiche.
(Francesco “dhinus” Negri)

strong>Justin Vernon è un artista, perché prende le incertezze, le stranezze della sua musica e crea un disco che testimonia quanto siano formidabili per un artista l’instabilità e l’essere disorientati dalla propria musica. Se Kanye West ha definito Vernon come il suo artista vivente favorito, c’è un motivo, anzi un milione di motivi per consacrare i Bon Iver a band culto.
(Gianluigi Marsibilio)

Al primo ascolto sono rimasto scioccato, sorpreso e forse in negativo. Al decimo ascolto ho avuto solo la conferma della grandezza di un’artista sconfinato, che poteva sulla cresta dell’onda pubblicare 10 ballads con il suo stile e vendere dischi a fiumi. E invece no, mescola la sua arte, la sua vita, la sua incredibile curiosità musicale e pubblica un disco destrutturato, contemporaneo, forse a tratti fastidioso ma con aperture epiche che solo una cifra stilistica di tale portata poteva creare. E’ l’artista millenario per eccellenza. Esiste un Ante e un Post Bon Iver, mettiamocelo in testa. Tutti.
(Angelo Soria)

Un disco che non necessita di presentazioni, né di moine di sorta. É una delle gemme di questo 2016, acclamato da fans, non-fans e critica intera, per la struggente melodia e articolata musicalitá intrise nella sua tela. Bon Iver ha saputo – con coraggio – reinventarsi in una veste leggermente diversa e piú sperimentale. “22 A Million” é per me un porto sicuro al quale approdare in qualunque stato d’animo mi ritrovi.
(Marco Lorenzi)

#2) RADIOHEAD
A moon shaped pool
[XL]

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Ogni tanto viene la tentazione di darli per finiti, bolliti, smettere di aspettare ogni loro nuova mossa come una nuova venuta di Cristo. Poi i Radiohead tirano fuori un disco come questo, che ha dentro tutto quello per cui li amiamo, e quella capacità di galleggiare sempre una spanna sopra buona parte degli altri dischi usciti quest’anno.
(Francesco “dhinus” Negri)

Anche qui, parliamo solo marginalmente di musica. Ogni album dei Radiohead è un evento incredibile e basta. Quando hanno pubblicato “Burn The Witch” sui Social io l’ho condivisa senza neppure averla ascoltata: ero a lezione ma non volevo perdermi l’evento. L’impresa poi sta nello scavare a fondo, per andare oltre il sensazionalismo. Perché “Burn The Witch” è una delle canzoni di questo anno e se l’avessi ascoltata l’avrei condivisa lo stesso. Perché “Daydreaming” è la ballata più triste che sentirete nella vostra vita. Perché forse non è così ma è esattamente quello che si prova ascoltandola. Perché mi chiedo cosa possiamo ancora dire sui Radiohead senza trovarci a constatare l’ovvio.
Jacopo Patrignani)

Immergersi nella piscina a forma di luna costruita per noi dai Radiohead è un’esperienza rinfrancante per il cuore e per la mente, difficile non annegare tra l’angoscia crescente di “Burn the witch” e “Ful stop” o nella magniloquenza di una “Daydreaming” che trova il suo giusto completamento nelle immagini dello splendido video girato da Paul Thomas Anderson: Thom Yorke e compagni ci danno l’ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse stato bisogno, che per creare capolavori non serve spostare sempre più il là l’asticella delle aspettative, basta semplicemente scrivere grandissime canzoni e questo loro ultimo grandioso lavoro ne è pieno.
(Stefano D’Elia)

#1) DAVID BOWIE
Blackstar
[Sony Music]

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C’è una quantità di persone cui Bowie ha regalato un’intensa esperienza emotiva, consentendo loro di diventare diverse, talora più libere, più eccentriche, più oneste, più aperte e più interessanti. Retrospettivamente Bowie è diventato una sorta di riferimento per il passato, con i suoi successi e fallimenti, e per una certa coerenza presente e per la possibilità di un futuro, addirittura per la ricerca di un futuro migliore. Bowie non è stato una semplice rockstar o una serie di cliché mediatici sulla bisessualità o i bar di Berlino. È stato qualcuno che per moltissimo tempo ha reso la nostra vita un po’ meno ordinaria.
(Simon Critchley, Bowie)
(Sara Marzullo)

Ci vuole sincerità, sempre. “Black Star” di David Bowie non ha nulla a che fare con la musica. Piuttosto, è tragedia, eroismo: è vita che diviene narrativa. L’ultimo capitolo che il Duca Bianco ha progettato per la sua storia è spettacolare e straziante, nella sua immanenza. Tutto questo non ha nulla a che fare con la musica e son ben consapevole che avrei inserito “Blackstar” in questa classifica pure se non mi fosse piaciuto. Perché è una storia che vale la pena di ascoltare in cui la vita trova la propria massima esaltazione e dignità.
(Jacopo Patrignani)

Il testamento di un’artista unico, l’alieno per eccellenza che alla fine si riscopre normale, vulnerabile e incredibilmente umano. Fragile, senza maschere, perso in un’orda di suoni spaziali che suonano fin troppo familiari. Le stelle sembrano diverse, sul serio.
(Valentina Natale)

Apprendere della scomparsa del Duca all’inizio dell’anno é stato uno dei momenti piú brutti di questi 12 mesi, terribili per quante celebri anime il destino si é portato via. “Blackstar” é, di diritto, il mio disco dell’anno. Per quelle stelle e quell’oscuritá che si trascina sulle spalle, per il bagaglio di emozioni e di ricordi che ha infuse nel mio animo, per aver rappresentato l’atto ultimo di un artista immenso. Non un testamento, come descritto a piú riprese dalla critica, almeno a mio parere, ma un atto d’amore verso la vita e quel fato avverso e non poco bastardo, che ha scelto di far scorrere i titoli di coda in una fredda mattina di Gennaio.
(Marco Lorenzi)

Il nostro non è buonismo e nemmeno un premio ad una carriera di una star che ha cambiato il percorso della musica mondiale varie volte. Abbiamo davvero trovato solamente 5 dischi migliori di questo. Si perché abbiamo apprezzato l’anima sperimentale dell’opera cui la voce affaticata ma non stanca di vivere imprime una traccia indelebile nell’animo dello sprovveduto ascoltatore. Prog, glam, jazz, indie, noise rock. Ho dimenticato qualche cosa? No, questo disco è davvero bello anche se chiude il sipario di una carriera indescrivibile, di un uomo mai banale che adesso ci guarda da lassù dove si è rifugiato, magari come una stella nera.
(Bruno DeRivo)

Posizioni: I MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2016 [ #26 / #1 ]

 

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