R&S RECORDS, IN ORDER TO DANCE. INTERVISTA A RENAAT VANDEPAPELIERE.

 
1 marzo 2017
 

Venerdì 24 siamo stati allo Städlin, poco distante dal Gasometro di Roma, dove Renaat Vandepapeliere, fondatore della storica etichetta belga R&S, ha parlato delle tappe significative del suo percorso e del suo modo di vivere questo mondo, prima del dj set fiume al Vicious di Porta Maggiore. La piacevole chiacchierata organizzata dal collettivo AMEN è stata accompagnata da Andrea Benedetti, dj e produttore romano esponente della scena techno capitolina, e Nicola Gerundino di Zero. Noi lo abbiamo intercettato poco prima dell’incontro, discutendo del suo modo di percepire la musica, dagli albori alle evoluzioni moderne, facendoci raccontare segreti, pensieri e prospettive.

Da oltre trent’anni gestisci una delle etichette più affermate in Europa, epicentro di un nuovo corso della musica elettronica alla fine degli anni Ottanta. Come iniziò il tuo percorso?
La scelta di prendere questa strada fu dovuta al fermento che c’era in Belgio. Il nostro Paese raccoglieva influenze da qualsiasi parte in quel periodo, pur essendo così piccolo e poco influente. Riuscivamo ad avere un contatto con le novità della scena elettronica che andava formandosi, non so spiegare bene come o perché. Forse semplicemente la posizione geografica, la vicinanza con così tanti altri centri protagonisti di questo movimento, ma ci fu un momento in cui la musica da club dalle nostre parti diventò veramente un fattore. Nacque una scena di stili diversi in costante crescita, attingendo da quello che andava per la maggiore nel resto d’Europa. Da un piccolo negozio di dischi dove lavoravo decisi di aprire la mia etichetta, per restare in contatto con gli artisti, con quella musica. La competizione è da subito stata altissima, conoscevamo l’idea comune che le grandi hit arrivavano solo dall’America o dal Regno Unito. Ma non era una cosa che a me importava più di tanto, non volevo fare soldi, non so neanche quanti dischi abbiamo realmente venduto dall’inizio.

R&S si impose nel pieno di un fermento artistico che ha segnato le decadi successive. Quale pensi sia stato il valore aggiunto che ha consentito di cambiare le regole in quel momento storico?
Beh, principalmente il sound. Molti strumenti rimasti dimenticati, come la TR-909 e la 303 della Roland, sono stati rivalutati nella composizione, che era così artigianale ma allo stesso tempo così unica. A quei tempi erano attrezzature di fortuna, ritirate dai cataloghi perché non vendevano più, ma ben presto si trasformarono in qualcosa di essenziale per sperimentare qualcosa di nuovo, insieme ai primi software per computer che stavano arrivando. Si formò anche la prima ondata dei cosiddetti bedroom producers, bastava allestire queste componenti in casa, senza dover spendere molti soldi per viaggiare in città e affittare uno studio professionale.

Pensi che oltre a questo ci sia stato un concetto, una formula che è stata in grado di cambiare la scena musicale globalmente?
Credo che nessuno abbia inventato nulla. La techno venne definita così primariamente per le nuove componenti strumentali messe in campo, perché la tecnologia al servizio della musica riuscì a creare cose stupefacenti. Ma già dagli anni Cinquanta la sperimentazione esisteva eccome, se pensi alle composizioni avanguardistiche, da Stockhausen a Schulze, da Vangelis ai Tangerine Dream, la loro complessità di scrittura denotava un approccio scientifico alla musica che aveva già ampliato moltissimo gli orizzonti. Ciò che successe dopo è il proseguimento di quella trama, con la novità cruciale di mezzi ancora più incredibili a disposizione degli artisti. Prendi i Kraftwerk, ad esempio: impiegarono qualche anno per trovare una vera identità, partendo dalle cose più semplici, per realizzare poi un vero e proprio stile. Ma nella loro musica non c’era nulla di completamente nuovo, il krautrock era rock e musica elettronica concentrate insieme. E lo stesso fu per la techno: era il lato primitivo dell’estetica musicale a colpire così tanto. L’essenzialità data dalla ritmica e dalla linea di basso sono stati, nella loro semplicità, una sicurezza.

Oggi è possibile tracciare un’evoluzione di questa ricerca musicale? Cosa è cambiato?
Certo, un’evoluzione c’è stata. Non so dire se in meglio o in peggio, francamente non mi importa più di tanto stabilirlo. Quello spaccato temporale, specie nella scena tedesca, a mio modo di vedere, rimarrà immortale. Allo stesso modo lo sono state le sperimentazioni dell’ambient, dell’house e della techno dei primi anni. Penso che ormai sia stato fatto più o meno tutto, c’è davvero poco spazio per inventare qualcosa. La vera differenza è che in quel momento, quando io mi affacciavo in questo mondo, gli artisti non erano minimamente al corrente del fatto che stavano cambiando le sorti della musica. Presero delle vecchie macchine con cui strimpellare, divertendosi a manipolarle, e senza rendersene conto ne venne fuori una vera e propria scena. Adesso è tutto il contrario: devi metterti d’impegno, capire cosa sta succedendo, cosa può funzionare, perché non c’è davvero modo di poter realizzare qualcosa che non sia già esistito. Poi, nella modernità, ciò che ha garantito più possibilità di esposizione, come internet, ha inevitabilmente saturato anche la qualità dei prodotti. Troppa scelta non è affatto sinonimo di grande scelta.

Quindi sarebbe molto più difficile oggi trovare un nuovo Aphex Twin?
E non voglio nemmeno trovarlo, un nuovo Aphex Twin. Niente è ripetibile, per fortuna! La sua storia è molto simile al concetto di nuovo di cui parlavo: noi non avevamo idea di quello che sarebbe potuto succedere facendo firmare quel ragazzo. Mi sono fidato del mio istinto, perché le prime cassette che mi portò erano sì, musica molto sperimentale e complessa, ma io avevo sentito roba ancora più pazza da giovane. Ciò che mi prese particolarmente fu la forma di quelle composizioni, il senso, la struttura. Era tutto particolarmente pensato, curato alla perfezione, con importanti abilità, con grandi idee. Nessuno però ci avrebbe scommesso: è arcinota la storia di quante porte in faccia prese, prima di salire a bordo con noi. Chi poteva dirlo che sarebbe stato l’artista che avrebbe ispirato generazioni? E’ impossibile stabilire cosa funzionerà e cosa no, lui ne fu un chiaro esempio.

Ci fu un momento che il successo di R&S fece gola ad un colosso dell’industria come Sony, ma sappiamo che alla fine fu un matrimonio più deleterio di quanto si possa pensare. Cosa ti rimane di quell’esperienza?
Quando arrivò la Sony per acquisire la metà di R&S capii che sarei diventato un impiegato d’ufficio: una scrivania, qualche scartoffia da leggere stando seduto tutto il giorno, nient’altro. Un metodo da grande industria che non aveva nulla a che fare con ciò che io volevo essere. Si arrivò ben presto ad una conclusione, con una causa in tribunale e un nulla di fatto. Mi servì da lezione, perché avevo capito che le cose stavano diventando più grandi di me, i loro piani erano totalmente distanti dalla mia scuola di pensiero. Non potevo sostenere quel ritmo, così decisi di rimanere nel maneggio, con i cavalli, senza ascoltare nulla, isolato da tutto il resto, lasciando tutto in stand-by. Gli anni trascorsi fuori dall’ambiente che si era creato mi resero la vita migliore, perché fin dall’adolescenza ascoltavo musica, facevo musica, tutto ruotava attorno alla musica. Avevo bisogno di una pausa, mi ero davvero annoiato. Decisi di riprendere solamente quando fui veramente convinto di proseguire, di tornare a dire qualcosa.

Cosa cerchi in un artista oggi?
Principalmente il talento. Non mi importa di che tipo o genere, non mi importa se diventerà amato dal pubblico o se risulterà un flop incredibile. Mi interessa che sia vero, che mi faccia saltare dalla sedia. Tutto è così prevedibile oggi, sai già cosa avrai ancora prima di averlo. Preferisco la sorpresa, qualcosa che mi prenda perché funziona veramente come idea di musica, non come prodotto. Ho bisogno di ascoltare continuamente nuove proposte, di vedere nuovi dj che si esibiscono, di stare lì fuori, percepire le emozioni di questo mestiere. Per me la musica è un sentimento. Se qualcosa mi porta a questo, gli do una possibilità. Non so poi come andrà a finire, mi importa che mi lasci quella sensazione davvero. Infondo chi può stabilire cosa è nuovo, cosa è bello, cosa è giusto? Può essere di tutto, nessuno saprà qual è la strada da prendere.

 

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