OGGI “YANKEE HOTEL FOXTROT” DEI WILCO COMPIE 15 ANNI

 
23 Aprile 2017
 

Dalle mie parti, precisamente a Pescara, ci sono queste due gigantesche torri cilindriche, si chiamano Torri Camuzzi e ospitano appartamenti, uffici, palestre e quant’altro. Sono sorte circa dodici anni fa e ogni volta che arrivo in auto dalle loro parti, vedendole stagliarsi imponenti sullo skyline adriatico, non posso fare a meno di chiedermi se il loro ideatore non fosse o meno un fan dei Wilco: la somiglianza con le due torri presenti sulla copertina di “Yankee Hotel Foxtrot” è infatti enorme.
Sono altre però, ahimè, le torri che purtroppo vengono spesso associate al quarto album della band di Jeff Tweedy e compagni, leggenda vuole difatti che YHF dovesse originariamente uscire addirittura l’undici settembre duemilauno, data infausta che tutti conosciamo. Se questo poi non è successo è solo per motivi del tutto fortuiti, dovuti soprattutto alla scarsa lungimiranza dei colletti bianchi della Reprise, i quali non riuscirono ad apprezzare un’opera che evidentemente andava ben oltre le loro possibilità di comprensione.

Ho usato il termine “leggenda”, ma sarebbe più corretto usarlo al plurale, sono molte le storie che circondano questo disco, la più famosa, quella a cui mi piace credere di più, è quella che vede i dirigenti dell’etichetta di cui sopra rimanere scioccati di fronte all’ascolto dei master del disco e successivamente affrontare a muso duro i Wilco, affermando “Voi non siete i Radiohead !” (la Reprise decise di non pubblicare il disco, il quale uscì nella primavera dell’anno successivo sotto l’egida della Nonesuch, altra sussidiaria della Warner).
Già, i Wilco non erano i Radiohead, non lo erano mai stati e non avevano mai preteso di esserlo, nemmeno in quel frangente, però Jeff Tweedy nel momento in cui chiese a Jim O’ Rourke (già suo sodale nel side project Loose Fur) di partecipare al disco aveva intenzione di dare una decisa sterzata allo stile della band, fatto questo che provocò non pochi contrasti all’interno dei Wilco. Furono momenti difficili per il gruppo, che culminarono addirittura con l’allontanamento del povero Jay Bennet, membro della prima ora, che non molto tempo dopo avrebbe conosciuto una fine infausta per mezzo di un’overdose di farmaci
O’ Rourke, come dimostrato in tanti anni di carriera, è un musicista e produttore eclettico e portato alla sperimentazione, cosa che appare lampante già dalla traccia iniziale; immagino la reazione degli amanti dell’ alternative country-già spiazzati precedentemente dal power pop di “Summerteeth”- chiedersi se l’iniziale “I am trying to break your heart”, con le sue atmosfere dilatate e vagamente psichedeliche, appartenesse veramente alla band dell’ex cantante degli Uncle Tupelo.
Per chi come me invece aveva un piede ben piantato nella musica prodotta dalla scena americana Alt Country e No Depression e un altro infilato nelle produzioni post moderne di gruppi come Radiohead e Notwist (che per inciso avevano da poco pubblicato il loro capolavoro intitolato “Neon Golden”), il risultato non poteva che apparire grandioso: Jeff Tweedy aveva provato a spezzarmi il cuore e ci era riuscito alla grande.

“YHF” è un lavoro complesso per tanti motivi, che regala all’ascoltatore un’alternanza di momenti che vanno a comporre un’opera completa e ispirata, che vive di momenti pop rock (le irresistibili “Kamera” e “War on war”, la sgangherata “Heavy metal drummer”, la fresca immediatezza di “I’m the man who loves you”, fino a una “Pot kettle black” che chiama in causa i Cure) e riuscite incursioni in territori post rock , miste ad un avanguardismo mai fine a se stesso ma sempre a servizio della melodia. Prendete il caso della sinistra “Radio Cure”, pezzo dall’incedere dimesso e cupo, che lentamente ma inesorabilmente viene squarciato dalla voce di Jeff Tweedy, tirata su dagli abissi da un tappeto di campanelli spettrali e da un banjo che appare e scompare a suo piacimento; un brano questo in cui c’è tutto il mondo di Jim O’Rourke, habitat nel quale Tweedy dimostra di sapersi muovere a suo agio.
La gemma sapientemente posta al centro della scaletta è però rappresentata da quella “Jesus, etc” che sembra uscita direttamente dalla penna dell’ Elliott Smith più ispirato, un brano semplice e malinconico aperto da dei magnifici violini, che pare quasi anticipare i gravi fatti a cui accennavamo qualche riga più sopra; chi di noi ascoltando i versi Tall buildings shake, voices escape singing sad sad songs non ha pensato alle drammatiche immagini dell’attentato del World Trade Center? Il giorno che ha rappresentato il doloroso risveglio dal sogno americano sembra essere evocato anche dalla dolente “Ashes of American Flags”, brano insieme a “Reservations” in cui l’influenza di Jim O’ Rourke appare più lampante.

“YHF” a suo tempo spiazzò tutti, conquistando i fans (anche i più riottosi nei confronti del cambiamento) e la stampa specializzata, diventando il titolo più venduto dei Wilco fino ad allora e finendo ai primissimi posti delle classifiche di fine anno di tutte le maggiori riviste specializzate del mondo. Jeff Tweedy e soci, prendendosi dei rischi, hanno così spianato la strada a tutto quel movimento indipendente americano che di lì a pochissimo avrebbe riscritto le regole della musica alternativa a stelle e strisce. Inoltre, cosa fondamentale, questo disco ha soprattutto rappresentato il primo capitolo di una collaborazione che avrebbe rivisto due anni più tardi Jim O’Rourke di nuovo al fianco della band anche per l’eccezionale “A Ghost is born”, album vincitore addirittura di due Grammy, sorta di sublimazione di tutte le intuizioni del suo predecessore e uno dei dischi più apprezzati del decennio scorso.
Quelle che appaiono sulla copertina di “Yankee Hotel Foxtrot” non sono né le Torri Camuzzi di Pescara né tanto meno le Twin Towers di New York, bensì le Torri Marina City di Chicago, e non hanno nessun significato in particolare; forse, agli occhi del Jeff Tweedy di allora rappresentavano la voglia di cambiamento e modernità, l’ambizione di svettare sopra la tradizione che cominciava ad andargli stretta, il desiderio di avvicinarsi al cielo e toccarlo con un dito, per poi andare oltre l’orizzonte della creatività e tornare indietro con in mano quel pugno di canzoni grazie alle quali, oggi, Tweedy può essere annoverato tra i più innovativi e importanti autori moderni.

Wilco – Yankee Hotel Foxtrot
Data di pubblicazione: 23 Aprile 2002
Tracce: 11
Durata: 51: 49
Etichetta: Nonesuch/ Warner
Produttore: Wilco

Tracklist:

1. I Am Trying To Break Your Heart
2. Kamera
3. Radio Cure
4. War On War
5. Jesus, etc.
6. Ashes Of American Flags
7. Heavy Metal Drummer
8. I’m The Man Who Loves You
9. Pot Kettle Black
10. Poor Places
11. Reservation

 

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