I NIRVANA, LA RABBIA, L’AUTOPRODUZIONE: INTERVISTA AI DIFFèRENCE

 
11 maggio 2017
 

Rumorosi, ruvidi, eccessivi ecco le parole che descrivono al meglio i Différence, che con il loro nuovo lavoro Effecinque sono balzati agli occhi di tutti e con forza hanno cominciato a far rompere parecchie ossa sotto il palcoscenico che piano piano li sta scoprendo e amando. Alcuni giorni fa si sono ritrovati sul palco prima dei Gazebo Penguins a Roma e noi di Indie For Bunnies colpiti immensamente dalla loro carica gli abbiamo fatto qualche domanda per capire meglio cosa si nasconde dietro Enrico e Maurizio. Annotate il loro nome, correte su Spotify, anzi comprate il disco e alzate il volume. Rumorosi, ruvidi, eccessivi ma i Différence hanno anche dei difetti? Ci hanno raccontato qui i loro errori che li hanno portati ad “aggiornare il sistema” premendo rigorosamente F5.

F5 (Effecinque), oltre che essere il titolo del vostro album, è il tasto comunemente usato per aggiornare il sistema, cosa sentivate di voler cambiare profondamente nella vostra vita e carriera?
Più che voler cambiare, eravamo nella situazione di dover cambiare, il che è molto diverso. È stato un aggiornamento importante sulle nostre vite, lo dovevamo fare per forza, sennò saremmo finiti in un angolo buio. La carriera non è cambiata granché, ma non era quello l’obiettivo primario che era invece quello di cambiare percorso. In un certo momento metti il punto e cerchi di ripartire. Non sai dove arriverai, ma era necessario e basta.

L’album vi ha portato subito ad aprire i Gazebo Penguins al Monk, che emozioni avete vissuto e quale gruppo, entro la fine dell’anno, sarebbe un sogno aprire?

Una grandissima emozione, è una delle nostre band preferite da anni e li abbiamo visti live quando andavamo a vederli in cinquanta persone… ci piacciono tanti gruppi che in qualche modo sono presenti anche in Effecinque: Verdena, Afterhours, I Ministri, Fask, Fine before you came, Tre allegri… senza dimenticare i grandi internazionali, tipo Melvins, Queens of the stone age, Shellac, Radiohead… forse, ad oggi, staremmo bene in apertura a Fask e Melvins!

Nel vostro disco c’è una componente molto violenta, quella strumentale, e non mancano riflessioni, anche dure, nei testi. In che modo lavorate sulle parole per le vostre canzoni? Quanto è importante la solitudine, e una sorta di meditazione personale, per riuscire a buttare fuori la rabbia attraverso la musica?

Per la prima volta abbiamo scritto i testi in due e ci abbiamo messo più cura che in passato. Di solito nasce prima la musica e poi le parole vengono subito dopo. Soltanto per Effecinque, Resina ed Esiziale avevamo le parole già più o meno pronte prima o insieme alla musica. In molti casi siamo partiti da parole-guida che suonavano bene dentro alla musica per poi costruirci attorno uno dei frammenti di storie che compongono questo disco che, a tutti gli effetti, è una specie di concept album. La meditazione è importantissima ed è volontaria, la solitudine è uno stato che segue alla meditazione, secondo me. Puoi pure meditare non in solitudine. La rabbia ci sta ma, se leggi bene i testi, capisci che è già una fase subito dopo la rabbia, quella della presa di coscienza.

Fare errori nella vita e nella propria carriera, quanto aiuta a rilanciarsi e a migliorarsi? Che peso hanno avuti gli “errori” nel vostro disco ?

Aiuta moltissimo. L’importante però è non piangerli troppo e coglierne i significati positivi.

I riferimenti grunge degli anni ‘90 ci sono tutti, stiamo assistendo ad una continua rivalutazione di questo decennio. Quali sono i vostri punti fermi musicali a cui sarete grati per sempre?
Ti possiamo rispondere con una parola sola? I Nirvana. Secco e scontato, ma dentro tre dischi c’era davvero tutto.

Tante volte nella musica, nei romanzi si cerca di descrivere un mondo utopico, perfetto. Ma l’odio e la rabbia quanto sono importanti nel processo di composizione di un pezzo o dell’arte in generale?

Come ti dicevamo prima, sono componenti importanti ma sarebbe sbagliato, secondo noi, giudicare solo secondo odio o rabbia. Bisogna attendere quell’attimo successivo, quando hai tutto in testa e finalmente riesci a dirlo (parafrasando un po’ gli Afterhours), anche se hai ancora difficoltà a dire certe cose. E, ti garantiamo, per noi cantare e sentire cantare dei testi così intimi e personali è sempre un po’ una violenza cui però ci siamo sottoposti volentieri, come fosse una cura medica che sai che porterà alla guarigione.

Abbiamo già parlato di utopia e distopia e il vostro lavoro ha molto a che vedere con un racconto di un presente/passato che non sempre è fedele alle aspettative. Da qui a dieci anni quale sarebbe la vostra utopia musicale e quale la vostra distopia?
La nostra utopia musicale… vediamo… beh spereremmo che tutti si autoproducessero come facciamo noi e che il processo di composizione, esposizione, fruizione della musica fosse più spontaneo e meno manovrato possibile. In parte oggi è così, in parte no. Vorremmo togliere la “parte no”. La nostra distopia è un mondo dove esistano soltanto cose vere, a volte magari un po’ buffe ma sinceramente genuine.

 

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